Perché l’avidità fa rima con solidarietà

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Cosa significa davvero capitalismo in Italia?: l’interpretazione liberale è l’opposto di quella cattocomunista sostenuta da Roth e De Mita

il vero liberalismo opposto della teoria Il mondo accademico e “tangentizio” di Ciriaco De Mita, nell’apologia gesuitico-cristiana della “politique d’abord” (la politica prima di tutto a discapito del Mercato e dunque della legalità di sistema) emerge- a insaputa del longevo intellettuale democristiano della Magna Roma – in un libro che ha concorso a rovinare culturalmente e finanziariamente la società italiana, dal titolo emblematico:“Un capitalismo per l’uomo”, scritto da Luigi Roth, con la introduzione dell’onorevole De Mita. Sì, perché ideologia e tangenti- come nell’Urss schizofrenica della “società statalizzata senza Stato” (sic) – sono due facce della stessa medaglia in un establishment antropologicamente gattopardesco che non ha mai accettato la sua ristrutturazione liberale all’insegna dell’avidità in modica quantità. E poi, la programmazione di un capitalismo per l’uomo in quanto tale si scontra con la creatività irrazionale degli egoismi individuali. Mai programmare, meglio lasciar fare!
Infatti lo spegnimento statalistico dell’avidità uccide la creatività originando mostruose contraddizioni sistemiche a livello sociale nel lungo termine.
Quando il demitiano Roth scrive che “il degrado strisciante prodotto dal Sessantotto produce una dura controrisposta. Innanzi ai problemi che si moltiplicano, è la riscoperta della “mano invisibile” di Smith, del mercato. Riesumata nelle università inglesi e californiane, viene sposata senza mezzi termini da Margaret Thatcher in Gran Bretagna e subito dopo da Ronald Reagan in Usa. Lo Stato ha da lasciare il posto alla libera, egoistica intraprendenza di ciascuno. “La mano invisibile” farà il resto. E’ l’inizio della nuova “età dell’oro”, di cui parlava lo Smith”: in Italia, accidenti, pochi hanno il coraggio anti-ideologico di dire che questa storia è un romanzo che non è mai esistito, chez le pareti domestiche il capitalismo anglofilo non ha mai lontanamente preso quota. E Carlo De Benedetti è stato uno dei “liberisti indiani” a spiegare le ragioni dell’opposizione medievale targata Ancièn Règime allo spirito calvinista dell’iniziativa imprenditoriale nell’enunciare l’importanza in senso rivoluzionariamente copernicano del “capital venture”, appuntamento mancato dal nostro Paese: a detta dell’Ingegnere di Ivrea c’è una macroscopica “ignoranza che purtroppo coinvolge persino gli addetti ai lavori: capita di sentire grandi industriali italiani che lo chiamano “capital venture”. Altri lo traducono in italiano “capitale di ventura”, a riprova di quanto sia scarsa la loro dimestichezza con questo strumento…
No, il venture capital non è credito ma capitale di rischio, non è sussidiato dallo Stato, non è fatto per la piccola impresa, se con questo termine si indica un’impresa strutturalmente “nana”. Il venture capital si rivolge alle imprese “bambine”, che alla nascita sono piccole per forza, ma possono e vogliono diventare rapidamente grandi”.
Ebbene, oggi chi è a contrastare la possibilità stessa di affermazione del meraviglioso “capitale di rischio” generatore di egoistica solidarietà nel tessuto sociale?
Ma certo, i catto-comunisti Beppe Grillo e Silvio Berlusconi “narcisisticamente sfrenati e sfrenatamente vittimisti” per dirla alla Curzio Maltese…Cementati dalla
comune alleanza contro De Benedetti, chissà perché.
Ma l’avidità di Gordon Ghekko ne esce vincente comunque sul piano morale.
Una “lectio magistralis” per l’avvenire…

Alex Bush

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