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KEYNES FA SESSO CON L’IA E IL VENTURE CAPITAL
Tito Boeri e Keynes...
Di Alexander Bush
“La morte è la più geniale invenzione della vita, perché spazza via
il vecchio per lasciare posto al nuovo”
Steve Jobs
Moriremo di ideologia, pur di non ammettere che la realtà esiste. “Morire di democrazia” era il titolo di un instant book di Sergio Romano in anticipo con i tempi.
L’Illuminismo è morto, ed è un privilegio e una condanna assistere da spettatori impotenti alla sua morte violenta: III guerra, non più a pezzi.
Leggo sempre con interesse Tito Boeri, galantuomo ed economista appassionato ai giovani che appartiene a quella borghesia che aveva in Paolo Sylos Labini il suo faro: giusto per ricordarlo, Labini senjor venne licenziato dal CIPE, Comitato tecnico-scientifico per la programmazione economica da Salvo Lima, plenipotenziario di Giulio Andreotti in Sicilia, su mandato del Godfather, e con la “culpa in vigilando” se non complicità di Aldo Moro della cui uccisione ricorre l’anniversario. Labini avrebbe potuto gettare le premesse di un New Deal italiano nel Belpaese di Belzebù, ma le tenebre trafissero la luce; fu una delle tante occasioni sciupate di trarre esempio dai paesi anglosassoni, in un paese senza Establishment. A dire il vero, il maggiore avversario della lezione di John Maynard Keynes in Italiopoli è stato Bettino Craxi che non affiancò all’abrogazione della scala mobile – ancorchè necessaria – la “proposta Tarantelli” nel 1984 (da Ezio Tarantelli, ucciso dalle Brigate Rosse nel marzo dell’87 sulle scalinate della Sapienza di Roma), perché il leader del Garofano era contrario al libero mercato. Il segretario del Psi presidente del Consiglio per quattro anni era di scarsa preparazione economica e aveva la stessa visione “ideologica” di Mussolini. Come emerge dal capolavoro di Guido Maria Brera “Un romanzo keynesiano. Dimmi cosa vedi tu da lì” edito da Il Corriere della Sera, business man dal tratto versatile, i terroristi della lotta armata consideravano nei loro volantini deliranti il professor Tarantelli il portavoce del Massachusetts Institute of Technology, “il covo delle multinazionali”: uccidendolo avversavano Keynes. Ma avversavano Keynes perché erano contrari al business.
So che questa impostazione non è condivisa da Boeri, che è ordo-liberale con alcune caratteristiche interessanti: più a “sinistra” di Alessandro De Nicola, ordo-liberale tout court; Boeri è insufficientemente keynesiano o “pre-keynesiano”. Keynes lo sfiora nella sua Weltanschauung (uso una parola impegnativa), ma lo rimuove dal quadro; si muove del resto lungo il tracciato disegnato da Milton Friedman, apologeta dello Stato minimo e fautore dell’ideologizzazione del laissez-faire.
Eppure, Welfare State e business non sono entità separate ma si embricano e la questione non è kantianamente riducibile; Boeri stesso lo ignora, nella sua ancorchè stimolante analisi “La crisi dello Stato sociale” su “la Repubblica” del 27 febbraio 2026: si tratta a ben vedere di un’analisi tecnicamente keynesiana, ma non keynesiana tout court. Invero, ci sono due omissioni importanti nella stessa: non compare la parola DEFICIT SPENDING; l’economista contestualmente omette di dire che se lo Stato mette in campo il deficit spending, favorisce il business. Il vulnus dell’ideologia non gli consente di esprimersi compiutamente, forse interiormente lo sa lo stesso Boeri (sic!).
A onor del vero, tuttavia, è apprezzabile la sua critica – sulla falsa riga di Paul Krugman – alla politica trumpiana di Giorgia Meloni che lascia che le risorse del fondo asilo migrazione e integrazione (Amif) dell’Unione Europea rimangano inutilizzate: ma omette di aggiungere che se venissero utilizzate, inizierebbe la spesa in disavanzo; la parola è “forbidden” nel dibattito pubblico. L’immigrazione è una risorsa dello Stato sociale: “L’integrazione riguarda le decine di migliaia (di immigrati, ndr) e si autofinanzia con i contributi di chi ha trovato lavoro, le espulsioni riguardano le poche decine, sono costosissime e raramente definitive”; senza cedere alla trappola sofista di anteporre la forma alla sostanza, si può obiettare al galantuomo citato che il mondo non è fatto solo di interessi, ma anche di idee. Le premesse da cui partono gli ordo-liberali sono corrette, per giungere a conclusioni errate. Ma la realtà esiste. Ci sono gli echi di Oswald Spengler nell’incipit
del ragionamento del professor Boeri che qui si sintetizza:
“Il 28 febbraio 1986 Olof Palme, primo ministro e leader del partito socialdemocratico in Svezia, veniva assassinato mentre rientrava a casa dopo essere andato al cinema, senza scorta, con sua moglie, suo figlio e la sua fidanzata. A distanza di 40 anni non sappiamo ancora il nome del suo assassino. Sappiamo però che la sua morte è coincisa con l’inizio della crisi delle socialdemocrazie, scese dal 36% al 20% dei voti degli elettori europei, affiancate e poi superate dai partiti dell’estrema destra.”
Non sappiamo ancora il nome dell’assassino di Olof Palme, ma il potere di condizionamento della P2 di Licio Gelli arrivò anche in Svezia violando l’Eden dei paesi scandinavi: segno che “democracy dies in darkness”, la democrazia muore nell’oscurità come scrissero i giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein, con i colori della decadenza.
Continuava Boeri:
“Negli ultimi 15 anni nella Europa occidentale i partiti socialdemocratici hanno perso 25 milioni di voti, mentre i partiti populisti della destra nazionalista guadagnavano 17 milioni di elettori. Le socialdemocrazie hanno perso appeal tanto negli anni di boom che in quelli di recessione, interrompendo la tradizione che le vedeva raccogliere consensi crescenti durante la crisi perché in grado di garantire protezione sociale a chi perdeva il lavoro. L’emorragia è stata più forte proprio tra coloro che avrebbero avuto maggior bisogno di protezione sociale: lavoratori poco istruiti, disoccupati, abitanti di piccoli centri con un passato manifatturiero, persone non più autosufficienti.
La socialdemocrazia non è apparsa più in grado di proteggere i deboli. Cosa non funziona più dello Stato sociale edificato, con tanta fatica, dalle socialdemocrazie europee nel Dopoguerra? Era troppo costoso per reggere alle pressioni competitive indotte dalla globalizzazione e a quelle fiscali imposte dall’invecchiamento della popolazione. Costretti, per ragioni oggettive, a ridimensionare il “welfare state” (il virgolettato è di chi scrive, ndr), ad allontanare l’età di pensionamento, a tenere sotto controllo la spesa sanitaria, i partiti socialdemocratici hanno spesso puntato sui valori, graditi alle élite globalizzate e non gravanti sul bilancio dello Stato… “. Dalla Terza Via a Jeffrey Epstein, il passo è stato breve; sia detto di passata, le aziende di Musk sono gravanti sul bilancio dello Stato e il “One big beautiful Bill” che ha realizzato il più grande risparmio nella storia americana da Herbert Hoover, sta aprendo le porte al secondo shock dal Black Friday del ’29.
Ma Welfare e free trade non sono universi in contrasto (lo si può accettare, però, soltanto se si tiene conto della teoria della riflessività secondo Soros, ammettendo che l’economia non è una disciplina scientifica e non esiste l’accesso alla verità ultima: quanti oggi sono disposti a farlo?); ma se si tiene conto di questa “realtà oggettiva”, il passo successivo è legittimare la ricetta del deficit spending che però non deve essere schiacciata sul “punto di equilibrio”.
Orbene, l’analisi molto lucida di Giovanna Melandri pubblicata su “Affari e Finanza” del 2 marzo 2026, che dovrebbe essere nominata senatrice a vita per altissimi meriti sociali, “Impact economy. Abitazioni troppo care. Il Piano Casa non basta. Dobbiamo rigenerare le città”, smentisce gli eccessi ideologici del ragionamento di Tito Boeri che – repetita iuvant – è la “sinistra” di Milton Friedman:
“Le città moderne sono il palcoscenico di un paradosso: motori dello sviluppo globale, ma anche luoghi dove le contraddizioni della crescita si manifestano con maggiore ferocia. La polarizzazione tra centri gentrificati e periferie marginalizzate insieme all’aumento verticale dei costi dell’abitare, sta disegnando aree urbane socialmente frammentate e insostenibili. E’ in gioco la tenuta del patto sociale. I dati più recenti dell’Eurostat e dei principali osservatori sociali (Censis/Nomisma 2024) confermano un’emergenza strutturale: oltre il 50% dei cittadini europei identifica la mancanza di alloggi a prezzi accessibili come il problema più urgente. In Italia, la “povertà abitativa” non
riguarda più solo le fasce marginali, ma colpisce il “ceto medio impoverito”. A questo si somma una domanda crescente di servizi di prossimità – sanità territoriale e assistenza agli anziani – che il welfare pubblico, da solo, non riesce più a soddisfare in modo efficace. E’ un bene che la legge di bilancio abbia introdotto il “Piano Casa Italia” per far fronte all’emergenza abitativa con un focus su social housing, cohousing per anziani e alloggi per giovani con investimenti previsti per 560 milioni nel triennio 2028-30. Ma certo non basta. In questo scenario la rigenerazione urbana deve cambiare pelle. Non può più limitarsi al recupero volumetrico o alla semplice riqualificazione estetica, deve attingere alla “cassetta degli attrezzi” dell’Impact Economy. La dimensione della sfida richiede un’alleanza inedita e convinta, un grande patto nazionale tra Stato e mercato che veda protagonisti il Governo, Anci, imprese, finanza e terzo settore. Il punto di svolta risiede nel superamento della logica puramente commerciale del settore immobiliare tradizionale, affiancando alle sue competenze imprenditoriali risorse pubbliche e strumenti di indirizzo e monitoraggio condivisi. Occorre indirizzare i progetti di rigenerazione dentro partenariati pubblico-privati costruiti sui modelli della finanza d’impatto che ha l’obiettivo di generare valore sociale e ambientale addizionale e misurabile all’esito dell’investimento, e dove la remunerazione del capitale viene legata al raggiungimento di obiettivi precisi come l’abbattimento del gap abitativo o la creazione di nuove infrastrutture sociali. Il presupposto è che da soli né investimenti pubblici né investimenti privati possono offrire risposte sufficienti alle nuove sfide abitative che solo un patto tra Stato e mercato fondato sulla massimizzazione dell’impatto generato può affrontare.”
L’autrice dell’analisi democratizza l’instant book dei coniugi Friedman “La tirannia dello status quo”: “Per coordinare questa massa critica di attori e risorse – dai beni immobili dismessi ai capitali privati e Esg, dalle risorse pubbliche al protagonismo delle imprese sociali…”, la “deregulation” assume una finalità che non era contemplata da Milton Friedman: come osserva Melandri, “… Connettere risorse, interventi e cambiamenti sociali permette di garantire trasparenza nell’uso dei fondi (Pnrr incluso) e orientare gli investimenti verso i bisogni reali… “.
Questo significa, caro Boeri, che il Pnrr non si autofinanzia ma mette in campo lo Stato, e non lo Stato dirigista. La conclusione di Giovanna Melandri è compatibile con la deideologizzazione della politica economica, che trova la sua sintesi nella rinuncia al “punto di equilibrio” indicata dalle Open Society Foundations di George Soros, non esattamente un modello per Giorgia Meloni che si dichiara orgogliosa di essere sua nemica (sic!):
“… Infine la Finanza Outcome-based: meccanismi come i Social Impact Bond o i Contratti ad impatto sociale consentono di legare il ritorno economico a risultati sociali certi e misurabili e garantiti da un outcome payer pubblico. L’accessibilità abitativa diventa così un indicatore di successo finanziario quanto il rendimento del mattone. In conclusione è il tempo di una strategia di sistema nazionale fondata su indirizzi normativi certi e stabili, canalizzazione di risorse pubbliche, attrazione di capitali e attivazione di processi di ascolto, partecipazione e misurazione.
Le risorse a disposizione sono vaste: asset immobiliari degradati, capitali privati in cerca di impatto, competenze accademiche e valutative. Un Piano per la Rigenerazione ad Impatto, coordinato e visionario, che permetta di passare da progetti pilota isolati a una strategia sistemica nazionale.”
Mi permetto di tradurre la più importante frase di Giovanna Melandri, senza cedere nella trappola auto-condizionante dei “paralogismi”: “Mettere a sistema questi strumenti significa trasformare i vincoli di bilancio delle amministrazioni e i “buchi neri” urbani in motori di equità. Non è solo una scelta etica, ma una necessità economica… “: la “cassetta degli attrezzi” dell’Impact Economy ha uno sfogo nella spesa in disavanzo, che l’attacco all’Iran rende una necessità non più rinviabile. O addirittura saltano le compatibilità sociali. Poi i dittatori vanno al potere. La Melandri scrive, in pieno slancio vitale e visionario, l’ultimo capitolo de “La Teoria generale dell’Occupazione”.
Massimiliano Jattoni Dall’Asén ha scritto un bellissimo articolo “Licenziata perché sostituita dall’Ai, il tribunale di Roma: “Legittimo”. Motivi (e conseguenze) della sentenza.”; al riguardo, Albert
Einstein diceva che “Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero con cui lo hai creato”:
“L’intelligenza artificiale forse ancora non “licenzia”, ma di certo comincia a entrare – seppur indirettamente – nelle aule dei tribunali. E’ quanto emerge dalla sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025 del Tribunale di Roma, che ha riconosciuto legittimo un licenziamento per “giustificato motivo oggettivo” maturato all’interno di una riorganizzazione aziendale in cui anche strumenti di Ai hanno contribuito a rendere superflua una posizione lavorativa. Si tratta in questo senso, di uno dei primi casi nel panorama giurisprudenziale italiano in cui l’intelligenza artificiale compare esplicitamente nel contesto di una controversia sul lavoro. La vicenda riguarda una grafic designer impiegata in una società di cybersecurity. L’azienda, alle prese con una fase di contrazione economica, aveva ridisegnato l’organizzazione interna accentrando alcune funzioni e ricorrendo a strumenti tecnologici per ottimizzare i flussi di lavoro. Il risultato è stato la soppressione del ruolo della dipendente, poi licenziata.”… Eppure sarebbe ingenuo ignorare il contesto in cui questa decisione matura. Se dal punto di vista giuridico il ragionamento appare coerente, sul piano sociale solleva interrogativi che vanno oltre il singolo caso. In un mercato del lavoro come quello italiano – segnato da bassa mobilità, difficoltà di riqualificazione e un tessuto produttivo composto in larga parte da piccole e medie imprese – ogni riorganizzazione che elimina posti rischia di tradursi in esclusione duratura, più che in reale transizione professionale. Ma Amodei di Anthropic promette: “Pagheremo i dipendenti anche se non lavorano più”.
Se lo Stato scende in campo pagando i dipendenti, facilita ineditamente quella mobilità sociale che non c’è facendo decollare il business. E nascerebbe finalmente un’economia di mercato nell’accezione anglosassone in un paese, come il nostro, caratterizzato dal “capitalismo senza mercato” per citare una famosa battuta del compianto giurista milanese Guido Rossi dipartito nel settembre 2017.
Infine, su “Affari e Finanza” del 2 marzo 2026 esce un importante focus sulla connessione tra PNRR e “venture capital”, rischio di capitale che ha una conclusione implicita ed esplicita al contempo: il deficit spending e il laissez faire fanno sesso, con i “business angels”: gli angeli degli affari, una categoria nota più che altro a Carlo De Benedetti o a Steve Jobs, ma non alla gente cosiddetta comune di un paese arretrato come l’Italia. Da “Affari e Finanza”, “Il ruolo del pubblico per le startup. La Regione Lazio mette in campo risorse e competenze per affiancare le giovani imprese del territorio nell’affermazione sul mercato. I requisiti per la partecipazione ai programmi”:
“Trasformare un’idea nata tra le pareti di un laboratorio in una realtà industriale capace di stare in maniera competitiva sul mercato è una delle sfide più ambiziose per il tessuto produttivo italiano, storicamente caratterizzato da un legame debole tra innovatori e capitali di rischio. In questo scenario, il Lazio si candida a diventare un hub tecnologico di riferimento nel Mediterraneo, mettendo a disposizione strumenti finanziari e percorsi di accompagnamento che puntano direttamente alle tecnologie di frontiera, le cosiddette Deep and Hard Technologies. Si tratta di soluzioni d’avanguardia nei settori delle scienze della vita, dell’economia dello spazio e dell’ambiente, ambiti in cui la ricerca regionale vanta eccellenze di tipo europeo. Tra le novità per chi opera nella ricerca spicca il programma Technology Transfer Lazio, un processo di accelerazione della durata di dieci mesi pensato per colmare il gap tra la validazione scientifica e lo sbarco sul mercato… Il contributo regionale, erogato a fondo perduto, copre la totalità delle spese ammissibili ed è strettamente legato all’apporto di capitale destinato all’avvio dell’attività. La modulazione del finanziamento premia la capacità di attrarre capitali esterni: se l’apporto proviene da investitori terzi e indipendenti, come business angels o attraverso piattaforme di equity crowdfunding, il contributo può arrivare fino al doppio dell’investimento per un massimo di 145 mila euro. Nel caso in cui l’apporto provenga da soci o da altri soggetti, il sostegno pubblico può arrivare fino a un massimo di 100 mila euro…”. Fa bene Roberta Angelilli, vicepresidente della
Regione Lazio, a rivendicare: “… Il Lazio, seconda regione italiana per numero di startup e imprese innovative con oltre 1.500 registrate, consolida il suo ruolo di polo tecnologico grazie anche a un importante fondo di venture capital da circa 140 milioni di euro gestito da Lazio Innova, che stimola investimenti diretti e rafforza la competitività del territorio”.
In realtà, la “Teoria generale dell’Occupazione” e “la Ricchezza delle Nazioni” s’incontrano. Non era questo l’obiettivo di Keynes, che agognava le condizioni della perfezione senza tenere conto della “riflessività” dei fenomeni economici e presentava la sua teoria in termini di equilibrio.
Come ha scritto George Soros con una razionalità omnicomprensiva, “… E’ probabile che se Keynes fosse rimasto in vita avrebbe modificato la sua ricetta”. Ma è certo che morì per consunzione, poiché non aveva ammesso che c’era un errore nella sua teoria. Federico Caffè, più provinciale che cosmopolita, ebbe un esaurimento nervoso dopo aver perso il confronto con Beniamino Andreatta e scomparì nel nulla (ma il divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro non è universalmente valido). La rinuncia all’accomodante cedimento sul “punto di equilibrio” diventa così fondamentale ad evitare al pensatore di turno il cupio dissolvi (nell’illusione a volte tragica di avere ragione), e permettere alla collettività di progredire senza cadere nelle dittature; è un vantaggio duplice, nell’interregno tra il vecchio e il nuovo mondo.
Ma una grande crisi azzererà lo status quo, e molto sangue scorrerà.
di Alexander Bush<\strong><\em>
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