I liberali e la crisi della Catalogna

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Quali dovrebbero essere, per un liberale i punti fermi in questa disputa

La crisi che si è aperta in Spagna, con la richiesta di indipendenza della maggioranza parlamentare locale della Catalogna, è degenerata a livelli imprevisti e imprevedibili. In attesa di vedere che cosa ci riserverà l’immediato futuro, anche in Italia il dibattito sulla questione catalana è diventato incandescente, perché può condizionare il nostro futuro immediato: si scrive Catalogna, si legge Lombardia e Veneto che il 22 di questo mese voteranno, non per l’indipendenza, ma per l’autonomia.
Di fronte a un materiale così urticante, il piccolo ambiente liberale si è diviso, come sempre. Proviamo a vedere su quali argomenti, però, i liberali dovrebbero trovarsi tutti d’accordo, a prescindere dalle prese di posizione pro Madrid o pro Barcellona.

  1. Uso sproporzionato della forza: l’intervento di Madrid per sgomberare i seggi durante le operazioni di voto crea un precedente pesante. Il referendum era illegale, l’intervento della polizia è stato ordinato dalla magistratura, ma resta un fatto grave l’uso della forza contro un comune cittadino disarmato, solo perché questo sta esprimendo una sua opinione (mettere una scheda in un’urna è espressione di un’opinione, niente di più, a maggior ragione se il voto non può avere conseguenze legali come in questo caso). Nelle settimane che hanno preceduto il voto, gli interventi di Madrid sono stati meno visibili, ma altrettanto inquietanti: è stata introdotta la censura nel Web, sono stati arrestati politici locali, multati i volontari ai seggi con cifre da esproprio totale dei beni (fino a 300mila euro), parzialmente chiuso lo spazio aereo catalano. Insomma, in queste settimane, la Spagna democratica assomiglia più alla Russia di Putin e alla Turchia di Erdogan che non a una democrazia occidentale. Sono precedenti gravissimi: se passano come legittime queste pratiche, vuol dire che lo Stato conserva un pieno potere di sospendere tutti i diritti fondamentali dei suoi cittadini se un magistrato e/o un governo lo ritengono necessario alla preservazione della sua integrità territoriale.
  2. Non c’è pace senza autonomia: l’indipendentismo catalano è sempre stato un fenomeno ultra-minoritario fino a sette anni fa. L’autonomia era in parte soddisfatta dal primo statuto catalano del 1979 e poi dal suo rinnovamento nel 2006. Che cosa ha cambiato questo clima politico? Spagnoli e filo-Rajoy ritengono che i catalani abbiano usato il loro sistema autonomo di istruzione pubblica per indottrinare le nuove generazioni all’indipendentismo. Sicuramente. Ma il cambiamento è stato troppo repentino. La causa si può trovare in due eventi precisi: la sentenza costituzionale del giugno del 2010 e la contemporanea crisi economica spagnola. Con la prima venivano revocati passaggi salienti del nuovo statuto dell’autonomia catalana, incluso il riconoscimento di una nazionalità catalana. L’assenza di una vera autonomia fiscale (quella fondamentale, all’atto pratico) ha poi fatto pesare la crisi economica spagnola anche sulle spalle della Catalogna, da sempre la regione più produttiva del paese, contributrice netta della fiscalità generale, con un residuo fiscale stimato fra il 6 e l’8% del Pil. Il mix fra centralismo giudiziario e crisi economica fa sì che i catalani, da almeno sette anni, si sentano legati a un cadavere in decomposizione. E la richiesta di secessione, da ultra-minoritaria che era, ora riguarda almeno il 40% della popolazione. La lezione da trarre, per chiunque si definisca liberale (o anche solo sia ragionevole) è che non c’è pace senza autonomia. E’ l’assenza di autonomia, o peggio la sua soppressione, che spinge un popolo dissenziente su posizioni ancora più estreme.
  3. La legge non sempre coincide con la giustizia: si dà troppo per scontato che la posizione dei secessionisti sia inaccettabile e ingiusta perché contraria alla legge. Ma siamo sicuri che la legge coincida sempre con la giustizia? La risposta dei liberali classici è sempre stata: no. Senza arrivare ai casi estremi (come la costituzione sovietica o la legge della Germania nazista) la legge in molti casi viola i diritti fondamentali dei cittadini, o semplicemente non li tutela a sufficienza. La repressione scatenata da Madrid in Catalogna e l’assenza di una pronta azione della magistratura contro autorità, ufficiali e agenti responsabili, sono la dimostrazione pratica che la legge spagnola non garantisce a sufficienza i diritti individuali fondamentali. Inoltre una costituzione che inserisce, sin dai suoi principi, l’unità e soprattutto l’indivisibilità di uno Stato, è quantomeno rigida e non adattabile al “corso degli umani eventi” (come dicevano gli indipendentisti nelle 13 colonie americane nel 1776). Da liberali dovremmo dunque aprire un processo ideale alla Costituzione spagnola, più che a chi la vuole violare. Solo una costituzione che ha flessibilità necessaria ad adattarsi a una società complessa, può reggere pacificamente a un periodo di mutamenti sempre più rapidi. “La Costituzione non è una camicia di forza” ha sentenziato la Corte Suprema del Canada facendo votare il Quebec separatista.
  4. La democrazia non è libertà: i critici del presidente catalano Puigdemont e della classe dirigente catalana hanno ragione di definire il referendum una “forzatura”. Infatti la consultazione popolare, approvata da una maggioranza semplice parlamentare, si è svolto senza quorum e con maggioranza semplice popolare. In pratica, indipendentemente dal numero degli elettori, il 50% +1 decide per l’unione o la separazione dal paese d’origine. Una procedura incredibilmente leggera, per un tema così pesante, non fornisce alcuna garanzia alle minoranze e appare come un atto ostile agli occhi del resto del paese. Per questioni così importanti serve una legge approvata con maggioranza qualificata in parlamento, almeno un anno di riflessione ed elaborazione prima di passare la parola al popolo (come suggerito dal Consiglio d’Europa) e infine, nel referendum, serve quorum e maggioranza qualificata. Serve, soprattutto, la garanzia di tutti i diritti fondamentali (scritta e dimostrata) per tutti coloro che saranno la minoranza nel futuro eventuale Stato.
  5. Stato come servizio e non come padrone: se gli spagnoli temono la nascita di un nuovo Stato catalano e il 60% chiede al governo l’uso della forza, se i catalani temono il governo di Madrid e quella forza l’hanno già subita sulla loro pelle, è perché è diffusa l’idea di uno Stato padrone. L’ideologia dei partiti che ora sono in lotta fra loro, purtroppo, non aiuta. I Popolari al governo a Madrid sono portatori di un’idea centralista, monarchica, quasi mistica dello Stato spagnolo e ne difendono l’unità (che fu originata da un matrimonio fra famiglie regnanti nel XV Secolo) con metodi anche estremi se necessario. I partiti di sinistra che governano la Catalogna vogliono lo strappo da Madrid per ragioni anche ideologiche e storiche, vedendosi come gli eredi di quella Repubblica (che dal 1936 al 1939 si tinse subito di rosso stalinista) che fu soppressa dall’esercito di Francisco Franco. Dove entra l’ideologia esce la libertà, perché lo Stato, sia quello vecchio spagnolo che quello nuovo, nascente, catalano, si ammantano di senso religioso, diventano totem da adorare, giustificano il rogo per l’eretico. Da liberali, al contrario, non dobbiamo mai perdere di vista quel che è realmente lo Stato: un fornitore di servizi a pagamento, servizi che i privati non hanno la forza di fornire, come la difesa, l’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia. Vale la pena di ammazzare ed essere ammazzati per conservare un vecchio fornitore di servizi, o prenderne uno nuovo? No. Quindi: dialogo sempre, violenza mai. L’esito accettabile e auspicabile, in questo caso, può essere sia una ridefinizione dell’autonomia catalana, sia una separazione consensuale, come fu per la Norvegia, per l’Islanda, per la Slovacchia in tempi più recenti, cambiamenti per cui non è morto nessuno.
  6. La globalizzazione non fa rima con mondializzazione: infine ma non da ultimo, un argomento liberale forte contro la secessione (della Catalogna, ma non solo) è la globalizzazione. Ma proprio i liberali dovrebbero saper distinguere fra potere politico e potere economico, fra Stato e mercato. Proprio la globalizzazione permette di trasferire le economie di scala sul piano internazionale. Ci sono catene produttive che coinvolgono anche una decina di paesi differenti, ciascuno contribuisce alla sua piccola parte di produzione, chi con le materie prime, chi con la progettazione, chi con la manodopera specializzata. Non è necessario tenere tutta la catena produttiva all’interno dei confini di un singolo Stato. Uno Stato sovranazionale o mondiale (“mondialismo”) per far funzionare la globalizzazione è necessario o controproducente? Il dibattito è ancora aperto. Ma di sicuro nessuna posizione in merito giustifica un’azione di forza. Che sia la competizione di idee e poi i risultati economici concreti a decretare il vincitore.

di Stefano Magni

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