Elezioni tedesche: l’AfD è un partito nazista?


Iniziamo con questo piccolo saggio di Stefano Magni (giornalista, saggista, esperto di politica internazionale, da sempre membro di Libertates) la nuova rubrica “Memento Libertates”. Uno spazio dedicato al problema delle libertà nel mondo (libertà che sono sempre state la linea guida della nostra associazione) e che si riallaccia idealmente alla nostra prima iniziativa “Memento Gulag”. In questo spazio verranno ospitati articoli, saggi, notizie e link ad articoli inerenti al tema delle libertà nel mondo.

E’ lecito dire che nell’affermazione elettorale dell’AfD in Germania non c’è alcun pericolo di ritorno del nazismo, senza passare per nazisti a propria volta? Sì è lecito. Vediamo in breve perché.
Gli accusatori dell’AfD dimostrano che il nuovo partito di destra sia un nazionalsocialismo redivivo elencando tutte le personalità al suo interno che, nel recente passato, si sono rese responsabili di dichiarazioni negazioniste, nostalgiche e giustificazioniste del Terzo Reich. I difensori dell’AfD sono invece coloro che indicano Alice Weidel (candidata alla cancelleria, lesbica dichiarata, con una compagna originaria dello Sri Lanka) come prova vivente che la nuova formazione di destra non è e non può essere nazista. Sono sbagliati entrambi gli argomenti. Si può essere omosessuali e nazisti, come lo era Ernst Rohm, il temibile comandante delle SA, braccio armato di Hitler durante l’ascesa al governo. Al tempo stesso si può essere collezionisti di gadget tedeschi degli anni ’40, o nostalgici delle vittorie militari tedesche nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale, senza essere necessariamente intenzionati a ripetere gli orrori dei lager, delle camere a gas, dell’eutanasia coatta e della conquista dello spazio vitale a Est. Certamente non denota nulla di buono chi tace o fa spallucce sugli orrori del passato. Ma molti dei nostalgici in questione, o presunti tali, come il portavoce federale Alexander Gauland (fuggito dalla vecchia DDR), hanno militato finora nella Cdu/Csu, il partito democristiano tedesco, riconosciuto come spina dorsale del Partito Popolare Europeo, accettando il suo programma. E stando alla loro carriera non si sono affatto comportati da eversivi di estrema destra.
Non sono questi, dunque, i criteri per capire se l’AfD sia pericoloso o meno. Per valutarlo occorre, piuttosto, esaminare la sua “mission” (come si direbbe nel gergo aziendale). Ebbene, l’AfD non ha una “mission” ancora definita, perché è nato appena quattro anni fa come partito euroscettico e liberale, sul modello dei Tories britannici e nel giro di due anni si è trasformato in un movimento di destra sociale, con temi come lo stop all’immigrazione, il no ai matrimoni gay e all’aborto, l’opposizione all’islamizzazione. Tutte cose poco naziste, per chi conosce veramente il nazismo: sono semmai battaglie democristiane che i democristiani di oggi non si sentono più di combattere. Non è un caso che il flusso di voti dalla Cdu/Csu alla nuova AfD, in queste elezioni, riguardi più di 1 milione di elettori.
I nazisti, negli anni ’30, volevano cambiare il mondo e creare l’uomo nuovo. Non erano affatto conservatori, erano dei rivoluzionari. Da un punto di vista economico, si inserivano nel solco del socialismo. Era un socialismo nazionale, invece che internazionale, ma sempre socialismo. Da un punto di vista culturale, avevano un’idea del rapporto fra uomo e natura opposta a quella della tradizione giudaico-cristiana: dove questa è antropocentrica (prima l’uomo, custode del creato), il nazismo era geocentrico (l’uomo visto come una delle tante componenti della natura). L’ecologismo radicale, non il conservatorismo, è quanto di più vicino al nazismo si trovi oggi nel mercato delle ideologie, semmai. Hitler credeva realmente, con i libri di scienza darwinista di allora, che l’umanità, così come gli animali, si potesse dividere in razze e che queste potessero essere giudicate biologicamente superiori o inferiori. Il suo programma era una rivoluzione che avrebbe dovuto assecondare il corso della natura, doveva essere una selezione “naturale” pilotata per far prevalere la razza superiore su quelle inferiori. E l’attuazione del programma passava necessariamente dall’eliminazione degli “inquinatori”, principalmente gli ebrei e la loro moralità. Con un programma così rivoluzionario, di rottura con tutta la tradizione europea, Hitler si rivolgeva soprattutto ai giovani ed era seguito principalmente da loro.
L’AfD, al contrario, è votato soprattutto da anziani, da immigrati russi (i più conservatori nei valori) e da ex cittadini della Germania Est comunista che mal si sono adattati a una moderna economia di mercato. E’ partito che si inserisce nel solco della tradizione giudaico-cristiana: semmai vuol difendere quest’ultima dalla minaccia dell’Islam jihadista. (Quello sì pericolosamente simile al nazismo, specie per quanto riguarda il suo odio antisemita).
Quello dell’AfD è un programma sicuramente illiberale, ma non rivoluzionario. Il suo è uno sforzo di conservare un piccolo mondo antico, sin troppo idealizzato, ma non certo quello di creare l’uomo nuovo. Per questo è difficile che, nel suo nome, torni a scorrere il sangue a fiumi. Perché, come tutta la storia contemporanea dimostra, è chi si ripromette di distruggere il presente per costruire un futuro utopistico che commette i crimini peggiori. Non chi cerca di aggrapparsi, magari in modo illusorio, alla difesa di una tradizione.

di Stefano Magni

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