Un Leopardi che non ti aspetti

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Francesco Puccinotti, grande medico amico di Leopardi

Il poeta e il professore si incontrarono in età giovanile a Roma nel 1822. Sbocciò una fraterna amicizia tra Giacomo Leopardi e Francesco Puccinotti. Il primo universalmente noto per la Quiete dopo la tempesta e il pessimismo cosmico. Il secondo più vecchio di 4 anni del recanatese e sconosciuto ai più.
Puccinotti, nato a Urbino, fu un medico  di gran fama con idee moderne sulla salute pubblica. Propugnatore della lotta alle malattie sociali  e del  miglioramento dei ceti sociali deboli, insegnò in svariate università dell’epoca innovando lo studio della scienza.  Del resto anche Leopardi frequentava  quel circolo di fisici e uomini di scienza che ruotavano intorno alla figura di  Giovan Pietro Viessieux nel Granducato di Toscana, dove Puccinotti era di casa per combattere il colera nel 1835 e poi le febbri malariche della Maremma. Leopardi non era un isolato come fanno pensare i suoi versi e la sua vita di recluso nella biblioteca paterna. Egli intrecciò amicizie e interessi non solo letterari. Si interessò di scienze, poliedrico descrittore della natura da Lucrezio in poi.  Frequentò uomini di scienza, certo di trovarsi di fronte a grandi cambiamenti della società italiana.
Il medico urbinate nel suo diario dedica  un ricordo speciale  all’amico Giacomo da poco scomparso all’età di 39 anni, il 14 giugno 1937.
Medita nelle sue riflessioni il destino tragico dell’amico morto di colera, malattia che stava combattendo con determinazione, per l’appunto, da anni. Leopardi  spronava  l’amico ad approfondire gli studi di medicina e le scienze sociali ed egli aveva accelerato gli studi per raggiungere traguardi inaspettati.

In  una lettera di dieci anni prima del 16 agosto il poeta scrive da Bologna all’amico medico: “Pensi tu alla tua opera fisiologica sui temperamenti? Io ti esorto e ti prego a pensarci, perché ho per fermo che sarà un’opera degna dell’Italia, utile al mondo”.  In tutto questo fremito di riscossa sociale Leopardi giace ammalato, stanco della vita, “Non ho altri disegni altre speranze che di morire” eppure suscita, sprona l’amico all’azione . Non deve arrendersi, deve andare avanti per il prossimo e per il mondo. Riecheggiano i versi dell’Angelo Mai. L’italo ardito che si trasforma in un nuovo Prometeo, catturatore di luce e passioni, che accende  la speranza, paradossalmente, nello sprofondare di un pessimismo agostano.

di Filippo Senatore

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