L’ENIGMA DI CLAUDIO MARTELLI RISOLTO: FU SALVATO DA GIOVANNI FALCONE E DA UNA DONNA PALERMITANA. MA NON ERA UN SANTO

Data:

“I socialisti sopravvissuti alla Prima Repubblica sono tutti depressi clinici”
Mauro Siri, psicanalista lacaniano (Jacques Lacan)

“La realtà è sempre più complessa dell’interpretazione che ne diamo”
George Soros

Quanto è difficile cambiare nella vita, quando si sta imboccando una strada sbagliata. Chi ci riesce, si salva. Frederick e Kusse – The Beat (Extended Mix): non è un nome buttato a caso. E’ il titolo di una canzone che bene riassume il senso della parabola umana di Claudio Martelli, un perdente di successo. Al quale sono dedicati rispettivamente il volume “Ennepì” di Tonino Bettanini che lo riabilita dalla presunta persecuzione giudiziaria e l’articolo ottimo della giornalista Maria Antonietta Calabrò, che restituisce invece un’operazione di corretta informazione sul fatto che non ci fu nessun “fumus persecutionis” contro Claudio Martelli – il vice di Bettino Craxi alla guida del Psi – per l’avviso di garanzia recapitatogli dal pm Antonio Di Pietro, per concorso in bancarotta fraudolenta nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (la porta girevole tra la Tangentopoli della Prima Repubblica e Belzebù); della vicenda era probabilmente al corrente lo stesso Giovanni Falcone, che però decise di fare finta di niente e infatti venne accusato dal sindaco Leoluca Orlando “di tenere chiusi i cassetti”; Falcone e Martelli ebbero letteralmente un incantesimo, una “storia d’amore”: i due – al di là del fatto che avevano bisogno strumentalmente l’uno dell’altro per la superprocura anti-mafia e la legislazione premiale sui pentiti con il sostegno politico del VII governo Andreotti al maxiprocesso – si leggevano nel pensiero; ammiravano l’intelligenza velocissima l’uno dell’altro. Ma c’è di più: ed è questo l’elemento più interessante della vicenda.
Falcone intervenne in un momento preciso della vicenda umana e politica di Claudio, la cui potenza carismatica ha attraversato la vita di chi scrive: il magistrato e il politico si incontrarono a Palermo nel 1987, quando il vice di Bettino (superiore anche per quoziente d’intelligenza al “satrapo” del Garofano, come lo definì Indro Montanelli) era capolista del Psi a Palermo e strinse probabilmente un accordo elettorale con Angelo Siino, l’allora potente “Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra” alle dirette dipendenze di Totò Riina. Cosa Nostra aveva votato in massa alle politiche dell’87 contro la Democrazia Cristiana, che già stava sostenendo il maxiprocesso, premiando il Partito Socialista Italiano per il suo garantismo criminogeno in materia di politica giudiziaria.
Alla domanda rivolta a Martelli: “Ma lei Angelo Siino lo incontrò?”, il vicesegretario del Psi rispose: “In campagna elettorale tutto è possibile”. Non smentì mai tale ipotesi, pur senza confermarla.
Orbene, è curioso che nello stesso periodo Martelli era già abbastanza consumato dalla vita sregolata che stava conducendo: era stato fermato in Kenya per sospetta detenzione di marjuana ancorchè ad uso personale, aveva partecipato alle serate e notti folli della “Milano da bere” e della “Roma da sniffare”, aveva rapporti con la Sicilia – con quella Sicilia dove era stato ammazzato Stefano Bontate –, quando nella sudamericana Palermo incontra il magistrato Giovanni Falcone, e forse si pente di aver avvicinato troppo se stesso a Belzebù. E qui si può fare un’ipotesi: Falcone, uomo intelligentissimo e di raro carisma, lo “castra” nel senso lacaniano del termine (vedi Jacques Lacan), capisce che Claudio è sfinito, stanco della sua vita “borderline” e che lo aiuterà a voltare pagina: lo stesso Martelli, impressionato dalla personalità e dal senso della missione del successore di Rocco Chinnici cambia “pelle”, e tradisce i suoi impegni con Angelo Siino portando nel 1991 Falcone stesso alla direzione penale del Ministero di Grazia e Giustizia. Dove Claudio realizza dei capolavori politici, migliorando se stesso: il 41-bis, scaraventa il giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale fuori dal maxi-processo alla Cupola (anche se era una “moral suasion” politica extra-ordinem e addirittura in contrasto con il codice penale!), la legge sui pentiti, il progetto della separazione delle carriere, ecc… (ma i reati corruttivi tra la maxitangente Enimont, il Banco Ambrosiano e altro ancora erano stati consumati con gravi danni sociali).
Ci sono due Martelli, in sintesi: il primo è il delfino affannoso del Ghino di Tacco, il secondo è il Robert Kennedy italiano; dunque, in questo scenario Cosa Nostra e la P2 si vendicano: nel 1992-’93, il biennio horribilis che ha insanguinato l’Italia, il Venerabile Gran Maestro della P2 Licio Gelli va a deporre alla Procura di Milano guidata dal pool di Mani Pulite e – autoaccusandosi della tangente del “Conte Protezione” da 7 milioni di dollari versata al Psi nel 1981 a Lugano-, rivela che Martelli ne era il beneficiario.
Fu un “imbroglio” di Gelli – sostiene oggi Tonino Bettanini, sulla scorta della Procura di Palermo – per ottenere “golpisticamente” le dimissioni di Martelli dal Ministero di Grazia e Giustizia, e ammorbidire la “linea dura” del duo Martelli-Scotti contro i corleonesi di Cosa Nostra; Martelli, dimessosi il 10 febbraio del ’93, verrà rimpiazzato dal professor Giovanni Conso fortemente voluto da Oscar Luigi Scalfaro, autore della tanto contestata revoca del carcere duro a 480 boss mafiosi in regime di isolamento (ma è prerogativa del Capo dello Stato “trattare” con i banditi secondo l’art. 54 del codice penale).
Ecco – allora – questa la tesi arditamente sostenuta – che la Procura di Milano e la Mafia avrebbero eliminato insieme per via giudiziaria Martelli (sic!), attraverso l’utilizzazione della persona di Gelli: Antonio Di Pietro alfiere di Vito Ciancimino e Leoluca Bagarella?
Suvvia, non diciamo balle: anche perché, come emerso al Copasir e in Commissione anti-mafia oltrechè nei processi penali, Di Pietro in quello stesso periodo doveva essere ucciso dagli uomini di Totò Riina, del quale Gelli era il terminale. Quindi è impossibile che cospirassero insieme!
Ma purtroppo questa leggenda da Romanzo Criminale continua a circolare, grazie all’imbroglio dei “paralogismi” nel documento criminogeno e illegale della richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica del Tribunale di Palermo del 2012 all’allora giudice dell’udienza preliminare Piergiorgio Morosini: “l’errore intenzionale nell’argomentazione”.
E si capisce l’ira della Ilda Boccassini nei confronti dei colleghi della Procura di Palermo, che accusano Mani Pulite di complicità addirittura con Gelli e la criminalità organizzata (sic!) senza averne le prove –, se non per deduzione: la procura di Palermo scrive infatti: “E’ il momento in cui irrompe sulla scena una male intesa (e perciò mai dichiarata) Ragion di Stato che fornisce apparente legittimazione alla trattativa (Stato/Mafia, ndr) e che coinvolge sempre più ampi e superiori livelli istituzionali. Ed invero, anche l’ex Guardasigilli Claudio Martelli, percepito anche lui come un ostacolo alla trattativa, finisce per essere politicamente eliminato (anche per effetto di un’inusuale collaborazione giudiziaria del capo della P2 Licio Gelli) più in là nel ’93, quando si tratta di ammorbidire il 41 bis…”.

Questo è un “falso ideologico” della Procura di Palermo.
Infatti la Procura di Milano nel 1993 non poteva non inoltrare l’avviso di garanzia a Claudio Martelli per concorso in bancarotta fraudolenta (con restituzione di 500 milioni di lire per sospetto arricchimento personale prescritta dalla Cassazione), in luogo della “notitia criminis”: che poi Gelli volesse sbarazzarsi di Martelli, è verosimile. Ma non confondiamo il suo eventuale agire criminoso per conto delle “Leghe Meridionali” di Bagarella e Provenzano con quello di Davigo, Di Pietro e Borrelli, paladini della legalità!
Scrive la giornalista Maria Antonietta Calabrò parole di verità e completezza dell’informazione, e vale la pena di citarla per intero. Perché Claudio non fu vittima di nessun complotto della Procura di Milano, ma fu contraddittoriamente un buon legislatore convertito alla “primavera di Palermo”: anche per questo motivo, evitò la galera per un soffio e di fare la fine tremenda del suo sodale Craxi, segnato da gravi disturbi del comportamento quanto Benito Mussolini.
Esiste la realtà ed esistono i “paralogismi”, per piegarla all’uso distorsivo dei propri convincimenti.
Ecco la trascrizione integrale della testimonianza di Maria Antonietta Calabrò:

“ENNEPI’ E LA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA PER VIA GIUDIZIARIA” “Contro tutte le paure” (Il Canneto editore) è il romanzo di Tonino Bettanini, ex portavoce di Claudio Martelli (Di Maria Antonietta Calabrò)

“Era una bella giornata di sole anche se era l’inizio febbraio, ma si sa com’è Roma quando c’è il sole anche a febbraio. Alle 13 il Falcon del ministro dell’Interno, Nicola Mancino, era appena atterrato a Ciampino. Partiti da Roma quella stessa mattina, arrivavamo da Vienna, per non ricordo quale firma di accordo internazionale contro il crimine organizzato. Tra i pochi presenti, a bordo avevamo parlato anche della situazione che si stava prospettando alla Procura di Milano, per il ministro della Giustizia, Claudio Martelli.

Il corteo di poche macchine era partito da qualche decina di minuti, quando l’auto del portavoce di Mancino accostò quella in cui ero io, abbassò il suo finestrino e comunicò la notizia-bomba: Martelli si è dimesso perché raggiunto da avviso di garanzia per il crack del vecchio Banco Ambrosiano, che a distanza di quarant’anni si dimostra ancora una chiave di accesso ai segreti italiani (basti pensare alle udienze di queste settimane al nuovo processo sulla strage di Bologna).

Il ricordo mi è affiorato vivido arrivando alla fine del racconto breve “Contro tutte le paure” che ha scritto Tonino Bettanini, all’epoca portavoce di Martelli. Un romanzo in cui – come scrive Bettanini – “i personaggi e gli avvenimenti qui descritti sono solo verosimili e la logica stringente che conclude questa storia appartiene soltanto al regno della ragione. Perché tutto ciò che è razionale non sempre è reale”.

Eppure, secondo la destra hegeliana, ciò che è reale, ciò che è veramente successo, è certamente razionale. E come afferma Bettanini, ha una logica stringente. E il tempo è proprio, come scrive lui, “un vento terso capace di sgombrare le storie dalla loro iniziale confusione e di restituirle nette allo sguardo”.

A distanza di quasi trent’anni e in un romanzo Bettanini scrive che “a ben pensarci sia la mafia, sia la Magistratura avevano buone ragioni per sbarazzarsi sia di Giovanni (Falcone, ndr) saltato in aria ventinove anni fa come domani, 23 maggio 1992, quanto di Ennepì” (la Nota Personalità del romanzo che altri non era che Martelli, che si dovette dimettere il 10 febbraio 1993).

Secondo il protagonista del romanzo (il Portavoce di Ennepì) “l’armamentario giuridico e l’architettura istituzionale che i due avevano dotata di buone armi, lo Stato mettendolo in grado di smascherare l’ideologia giudiziaria fondata sull’insofferenza a qualsiasi coordinamento e sull’esaltazione tutta retorica di una indipendenza assoluta dell’azione penale.
Ecco perché Ennepì e Giovanni andavano combattuti”. Ma Ennepì e il suo portavoce non si accorsero del vero agguato, che, secondo loro, avvenne per via giudiziaria.

“L’ala militare, il feroce nemico della legalità, stava in realtà coprendo il lavoro chirurgico dell’ala giudiziaria.

Anche con falsi preparativi di attentati per Ennepì che – nel romanzo – sono stati messi in scena. In contemporanea con la mossa più classica: quella delle “honey traps”, le trappole di miele per il Portavoce di Ennepì. Due ragazze, Gaia e Fabiana, pagate da personaggi legati ai boss per avere notizie sulle abitudini sue e di Ennepì. E soprattutto per distogliere lo sguardo di entrambi dal vero obbiettivo. “Siamo stati portati a spasso per mesi da un vero e proprio depistaggio”, “mentre con calma i due strani alleati – i custodi della legalità e i suoi più acerrimi nemici – venivano costruendo l’ordigno letale: la testimonianza (di Larini e dello stesso Licio Gelli) che avrebbe obbligato Ennepì a lasciare il campo del governo e della politica”.

Nella realtà non andò proprio così.
Sul “Corriere della Sera” scrissi (forse per prima) che la vicenda del Conto protezione avrebbe portato dei grossi guai a Martelli: non era un “semplice” finanziamento illecito a un partito, ma concorso nella bancarotta in quella che all’epoca era la più importante banca privata italiana.
E così, all’epoca, non era affatto prescritto.

Invece di comprendere che qualcosa di grosso si stava muovendo, o forse sperando che bastasse solo non parlarne, Ennepì reagì con la più classica delle reazioni: chiamò il Direttore, lamentandosi di me (diciamo che chiese qualcosa di più, ma comunque lasciamo così). Il suo portavoce mi informò della telefonata, con un biglietto (che conservo ancora da qualche parte).

Il processo per il Conto Protezione è finito com’è finito, seguendo il destino di molti casi giudiziari. Dure condanne in primo grado, condanne dimezzate in appello, annullate dalla Cassazione.
Nuovo processo, prescrizione per Martelli per il reato di bancarotta per distrazione del Banco Ambrosiano, ma con assoluzione (si oppose la Cassazione nel 2005).
Ma sicuramente, quella del Conto protezione, fu l’ultima spallata alla prima Repubblica di cui Licio Gelli è stato l’architrave e che nel 2015 è morto nel suo letto. Non c’è peggior nemico che un ex amico.
A distanza di tanto tempo si può dire che Martelli pagò, in sostanza, per questo (non per la liaison dangereuse tra Di Pietro e la mafia, ndr).
Nel romanzo, l’apparire di Gaia, il folle coinvolgimento con lei, nonostante i chiari segnali di una possibile trappola al miele, aprirono uno spiraglio nella vita del portavoce di Ennepì, che si decise a un incontro con lei” (da cui il titolo “del mio ultimo librino”, mi dice oggi l’ex portavoce di Martelli).

Sarà proprio Gaia che in un estremo tentativo di avvivarlo che il pericolo stava arrivando da un’altra parte rispetto a quella attesa, viene uccisa dai sicari dei “cattivi”.
Ma questo non è storia, è romanzo”. (Qui finisce la citazione integrale della Calabrò)

Eppure quella donna è esistita veramente. E questo fatto potrà interessare i lettori. Claudio Martelli, uomo dalla intrinseca complessità tipica del gambler ipomaniacale che si muove tra le revolving doors, occupa un posto di rilievo nelle mie costellazioni interiori: è vero da quando ho 15 anni.
Cedo la parola a Martelli: “Il Psi mi aveva chiesto di fare il capolista del partito a Palermo (quando incontrò Angelo Siino, ndr). Ero andato in Sicilia e avevo chiesto al nostro segretario regionale, Nino Buttitta: “Si può incontrare Falcone?”. Mi ha ricevuto nel suo blindatissimo ufficio a Palazzo di giustizia. Gli ho chiesto: ma come è possibile che un contadino come Totò Riina sia il capo della mafia? Lui mi ha risposto facendomi per cinque ore una lezione su Cosa Nostra, perché è così che la chiamavano Tommaso Buscetta e gli altri mafiosi. Mi spiega che è la mafia che comanda sulla politica, che non esiste il “terzo livello”, un’idea ridicola, una specie di Spectre che sarebbe in grado di usare la mafia”. Il secondo incontro è del febbraio 1991. “Io divento ministro della Giustizia e devo scegliere il direttore degli Affari penali, il collaboratore più vicino al ministro… Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, ha sostenuto di aver avuto lui l’idea di chiamare Falcone. Non è vero. Il nome di Falcone lo ha fatto, a me come a Cossiga, il professore di Bologna Giuseppe Di Federico…”.

Precisiamo che Cossiga era bipolare, ed incapace di raccontare in modo completamente veridico i fatti…
Occhio al contesto, però: Martelli incontra sia Angelo Siino che Giovanni Falcone nello stesso anno, il 1987 (sic!), ma incontrando il “Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra” che gestiva le casse di Totò Riina aveva il “fiato corto” di chi certi legami non riusciva più a sopportarli – è praticamente assodato questo fatto. Siino ha raccontato:
“Ho conosciuto l’onorevole Martelli. Ma rimasi perplesso sia per quello che diceva di volere fare sia per i suoi rapporti con una parte della Dc con cui aveva stretto numerosi accordi. Martelli l’ho visto nel 1987: venne a casa mia a Palermo e mi chiese di votare e cercare voti per lui. Martelli aggiunse di essere sempre stato un liberale e che queste leggi (il carcere duro, ndr) non sarebbero mai passate. Io ascoltavo il tutto, ero una sfinge. Ma anche molto perplesso… Non mi convinse molto. Restelli era una persona con cui si era incontrato Piddu Madonia. A me sembrava del tutto inaffidabile. Così mi fu consegnata una scaletta con i nomi da votare: Martelli, Reina, un personaggio di Marsala e uno di Partinico. Falcone sapeva che c’erano stati gli accordi tra Martelli e la mafia locale. Poi successivamente mi venne chiesto di uccidere Martelli… Mi dissero che Martelli intratteneva una relazione con una donna palermitana, una certa Greco. Brusca mi fece sapere che voleva uccidere Martelli perché aveva tradito e non aveva mantenuto le promesse (è a quella donna che allude Tonino Bettanini nel suo romanzo, ndr). Quando mi venne chiesto di uccidere Martelli, venne un personaggio in compagnia di Giovanni Brusca e Piddu Madonia e mi disse: tu sei in grado di poter avere l’indirizzo di Martelli a Roma? Perché Martelli deve capire che non si può tradire Cosa Nostra, ci ha preso per il culo e deve pagare. Martelli doveva essere ammazzato nel ’96”. Rectius: 1993, non ’96.

Raccontava Martelli: “… Hanno scatenato polemiche feroci. La Superprocura – Piero Luigi Vigna era d’accordo, Francesco Saverio Borrelli era contrario – era un’idea che ho ripreso da Leo Valiani. La sinistra e una parte dei magistrati dicevano che era un modo per sottoporre il pm al controllo della politica. Ma Falcone era per la separazione delle carriere tra magistrati d’accusa e giudici. Andreotti? Non si è mai impegnato attivamente, ma non ha mai ostacolato le nostre proposte. Credo che avesse ormai deciso di tagliare certi legami siciliani”.

Quello che, sul punto, dice Martelli molto acutamente del Gobbo vale anche per se stesso: Andreotti era rimasto scioccato dall’assassinio di Piersanti Mattarella, e prese le distanze da Cosa Nostra, proprio come il suo vice Claudio.
Corrisponde al vero quanto riferito da Martelli:
“Sono stato io ad andare da Antonio Brancaccio, primo presidente della Cassazione, suggerendo l’opportunità di non assegnare i processi di mafia sempre alla prima sezione, sotto l’influenza di Corrado Carnevale. Non ho fatto nomi, ma Brancaccio ha agito.
E’ stata una scelta del ministro, non di Falcone, che era abilissimo nelle indagini, ma ingenuo in politica. Un esempio? Nella proposta di Superprocura si diceva che il superprocuratore avrebbe riferito una volta all’anno in Parlamento. Apriti cielo: è stata considerata la prova della volontà di subordinare la magistratura alla politica. Invece era una di quelle cose che si mettono per trattare e poi concedere qualcosa all’avversario. Ma Falcone, ingenuo, è andato a dirlo subito a Luciano Violante, rovinando la trattativa…”. E la separazione delle carriere non si è fatta.

Ma non è forse vero che sono ingenui tutti i giocatori d’azzardo, e che lo era anche Claudio Martelli?
“La verità è raramente pura, e mai semplice”: Oscar Wilde dixit.
Martelli ha la sua grandezza figlia delle sue stesse contraddizioni, quasi come Jfk.
Nominarlo senatore a vita?

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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