IL DRAMMA DI COLLEFERRO E’ IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE


“La vita di tutti noi è dolorosa. Nessuno sa perché”
Bettina Bush

“Sorridi, che tanto la vita è triste”
Piero Ottone a Alex Bush

No, il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte non deve dichiarare di essere scioccato per quanto si è verificato a Colleferro, nel cuore dei Castelli Romani: l’omicidio stile Arancia meccanica del giovane di 21 anni massacrato a calci, pugni e botte dagli antisociali fratelli Bianchi è un fatto normale all’interno delle dinamiche dei rapporti sociali del 2020. E su questo punto ha ragione il commentatore Beppe Severgnini: basta con l’ipocrisia dell’indignazione. Non più soltanto nel Centromeridione, ma anche nel Settentrione d’Italia: ha vinto la perversione, che non è curabile neanche qualora si celi un background nevrotico dietro di essa. La perversione da che cosa nasce? Dalla mancanza totale di interessi e passioni, sostituiti dall’eterno ritornello autistico che giganteggia nelle menti antisociali di questi ragazzi killer da Arancia Meccanica+Basic Instinct 2: “i bravi ragazzi non vanno da nessuna parte. Sappiatelo: è questo l’orizzonte massimo della nostra società, nel 2020. O di che cos’altro vogliamo parlare? Chi scrive conosce bene Colleferro e Velletri, la seconda distante 20 minuti di macchina dalla prima. Per una ragione semplice: io abitavo a Velletri.
Dal 2001 al 2004. E per un anno andavo a scuola a Colleferro nell’Istituto di liceo linguistico Giovanni Falcone, sognando a occhi aperti: ma è meglio essere sognatori che perversi. Ed ero circondato da ragazzi e ragazze che senz’altro come me non studiavano, ma che a differenza di me (che avevo il pallino della politica) si drogavano e alcuni di loro mi dicevano: “Vuoi delle pasticche?”. Ho sempre declinato l’invito, solo perché ero un sognatore convinto quasi delirantemente di poter riscrivere il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli (sic!).
Ma non vi posso raccontare tutto del mio periodo di vita brevissimo eppure intensissimo dei Castelli Romani, poiché anch’io ho i miei segreti… i miei peccati, oscurità profonde. E, come diceva Giulio Andreotti, “Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”. Vi racconto la genesi di questi fatti che hanno sconvolto la mia vita per sempre, nell’Occidente della perversione e della fine della nostra civiltà. Perché tutto è cominciato quando avevo 13 anni, nel maggio del 2001 presso la Pianura Padana che mi avrebbe lasciato per sempre (purtroppo). Orbene, io facevo il secondo anno di scuola media a Binasco ed ero letteralmente innamorato di John Fitzgerald Kennedy – si sa quanto le passioni cambino la nostra vita –, ma durante le ore di religione e sovente di matematica scrivevo appunti sui Kennedy nel mio diario di scuola tralasciando così i compiti che dovevo fare; mia madre mi sgridò brutalmente mostrando il diario manoscritto su Jfk a mio padre, così io piansi e cominciai a sviluppare istericamente gli scotomi agli occhi, temendo di perdere la mia passione travolgente per la politica che era stata vulnerata dai rimproveri genitoriali… Nel frattempo, però, era in fase di costruzione il trasferimento della famiglia Bush a Velletri nei Castelli Romani per l’avanzamento in carriera di mio padre che era supervisore degli effetti speciali cinematografici, ed io ero molto entusiasta poiché mi era stato detto che nel Sud di Roma non si studiava come nella Pianura Padana, e che dunque avevo molto più tempo libero per dedicarmi alla politica e ai miei interessi.
Così a 13 anni e mezzo mi trovai – al terzo anno di scuola media – nell’istituto Clemente Cardinali, giovanissimo e pieno di passioni. Ma anche con delle fragilità insospettate. E, infatti, caddi presto preda della sindrome di Stoccolma con un ragazzo antisociale della nuova classe dove mi trovavo, purtroppo molto simile ai predatori di Colleferro che hanno ucciso il ragazzino eroe di 21 anni Willy Monteiro Duarte a pugni e calci. Riuscii ad andare bene a scuola per tutto l’anno, e venni promosso malgrado il mobbing perverso di tale Giovanni, ma l’anno successivo – in prima liceo classico – mi ritrovai in classe lo stesso Giovanni, e la sindrome di Stoccolma si aggravò a tal punto che persi l’anno con la conseguente bocciatura (mi chiudevo sempre più nel mondo fantastico della politica sognando a occhi aperti di essere l’articolista che non ero).
Ma il punto è un altro, cari lettori di Libertates: io almeno sognavo; oggi sognare è vietato, e gli assassini di Colleferro non sognavano, non avevano dei sogni. Non avevano né interessi né passioni, solo il mondo della droga e della violenza. Persino lo stesso Adolf Hitler (sic!) era un dreamer durante l’adolescenza, e appare un ragazzo modello rispetto ai giovani di oggi tra i Castelli Romani e il Nord d’Italia quando nel Mein Kampf descriveva la frustrazione del suo bel sogno d’arte all’Accademia delle Belle Arti a Vienna.
Non c’è nessun rimedio possibile a questa devastante realtà, purtroppo (scordatevelo); l’Occidente è finito, tra il Coranavirus e il tramonto della nostra civiltà, dove secondo il Rapporto Espad della Normale di Pisa un ragazzo su tre tra i 15 e i 19 anni si droga stabilmente – passando dalla marjuana per l’ecstasy alla cocaina.
Ma forse, non resta che sognare malgrado tutto.
Poi, come la vita va, non ha importanza: un senso alla giornata bisogna pur darlo.
Adolf Hitler lo aveva fatto, a differenza dei fratelli Bianchi. Eccone la prova:
“Anni di studio e di dolore a Vienna – Come mia madre morì, il destino aveva in certo senso già presa la sua decisione. Già durante gli ultimi mesi della sua malattia, io ero andato a Vienna a sostenervi gli esami di ammissione in quella Accademia. Armato di un grosso rotolo di disegni, mi ero accinto al gran viaggio, convinto di poter sostenere facilmente tale esame, quasi giuocando.
Alla scuola tecnica io ero di gran lunga il miglior disegnatore della mia classe, e da allora la mia abilità si era enormemente perfezionata, talchè ne andavo orgoglioso, e speravo nel meglio.
Una sola ombra al quadro: il mio talento pittorico sembrava sorpassato da quello pel disegno, specialmente per ciò che riguardava l’architettura. In compenso, il mio interesse per l’architettura ne riusciva aumentato; e anche stimolato, da quando avevo potuto, e non avevo ancora sedici anni, recarmi per la prima volta a Vienna, per due settimane. Vi ero andato per visitare la Galleria di quadri del museo di Corte, ma la mia attenzione si era rivolta quasi esclusivamente al museo stesso. Dalla mattina presto fino a notte io correvo da un museo all’altro, ma eran quasi sempre i palazzi che mi attiravano a tutta prima. Ero capace di passare delle ore davanti all’Opera o davanti al Parlamento e il Ring agiva su di me come un incantamento delle Mille e una Notte. Adesso mi trovavo per la seconda volta nella bella città, e aspettavo con focosa impazienza il risultato del mio esame. Ero talmente convinto del successo, che la bocciatura mi colpì come un fulmine a ciel sereno. Ma era proprio così. Come mi presentai al Rettore e gli chiesi di chiarirmi i motivi della mia bocciatura, quel signore mi assicurò che dai disegni che avevo presentato risultava con ogni evidenza che non ero assolutamente adatto a fare il pittore, ma che il mio talento mi portava piuttosto verso il campo dell’architettura; non c’era per me altra prospettiva che la scuola di architettura dell’Accademia stessa; ma in nessun caso quella di pittura. E gli riuscì naturalmente incomprensibile che io non avessi mai frequentato dei corsi d’architettura… Completamente abbattuto, abbandonai il bel palazzo di Piazza Schiller; per la prima volta, in vita mia, in disaccordo con me stesso. Ciò che io avevo udito a proposito delle mie capacità mi parve gettare improvvisamente una luce cruda su un contrasto interno, a cagion del quale io avevo a lungo sofferto, senza riuscire a farmene una chiara ragione. Ma in pochi giorni intuii che la mia vocazione era appunto l’architettura…”.
Ps – I fratelli Bianchi quale vocazione hanno? Le arti marziali e il reddito di cittadinanza.
Sullo sfondo della fine dell’Occidente.

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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