Candidature, abbiamo un problema

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Si è discusso molto, apertamente e abbondantemente della bassa qualità dei candidati, scelti soprattutto (a quanto pare) sulla base della loro obbedienza al leader e non su quella delle loro idee politiche, esperienza e competenza. Ma si tratta di discorsi abbastanza discutibili, soggettivi, mossi dalla delusione dei tantissimi esclusi dal nuovo parlamento a ranghi ridotti. Quel che ci dovrebbe preoccupare, invece, è altro: chi ha nominato i candidati ha completamente ignorato la loro posizione sulla Russia. Eppure l’Italia è in guerra, a tutti gli effetti, non solo perché partecipa alle sanzioni Ue e, assieme alla Nato, fornisce armi a Kiev, ma anche e soprattutto perché, ancor prima dell’invasione dell’Ucraina, Putin ha iniziato a farci una guerra economica, fatta di ricatti energetici, che ora sta raggiungendo il culmine.
Eppure, nonostante il momento drammatico, che richiederebbe, in ogni partito, una scelta di campo decisiva, vediamo che anche i leader con le migliori credenziali atlantiste stanno candidando filo-russi con gran leggerezza o scelgono i loro alleati senza tener conto della loro posizione sulla guerra in corso.
Come fa, ad esempio, Giorgia Meloni a candidare al plurinominale di Milano, esattamente sotto il suo nome, un ex Forza Italia quale Stefano Maullu che, per anni, si è impegnato in prima persona per far rimuovere le sanzioni alla Russia di Putin? Un regime che l’ex forzista definiva “alleato naturale” dell’Italia e dell’Europa? Lo stesso partito FdI, nonostante la svolta atlantista, all’uninominale di Padova candida Elisabetta Gardini, che, dopo aver perorato la causa russa al Parlamento Europeo, anche in piena aggressione all’Ucraina, in aprile, giungeva a dire dell’aggredito: “Confido molto nell’incontro con Kristalina Georgieva, spero che porti un po’ della sua cultura della ricostruzione e della pace nella testa di Zelensky che mi sembra in questo momento sovreccitato dal pensiero delle armi”. Sovraeccitato forse perché aggredito letteralmente in casa sua (lo ha detto in aprile, quando Kiev era ancora assediata dai russi).
E che dire dell’altro partito con le migliori credenziali atlantiste, il Partito Democratico di Letta? Dobbiamo dire che, sempre a Milano, candida quel Gianfranco Librandi che sulla guerra in corso afferma: “Non parteggio per i russi, né per gli ucraini, ma perché non parteggio per la guerra. Vorrei si trovasse una soluzione pacifica”, aggressore e aggredito sullo stesso piano, dunque, per un imprenditore e veterano della politica di sinistra che si dice contrario sia alle sanzioni alla Russia, sia alle armi per Kiev.
Infine c’è da considerare anche le alleanze, fatte troppo a cuor leggero dai leader dei principali partiti e anche da quelli dei partiti più piccoli, che vivono soprattutto della loro reputazione. Letta si fa propaganda con il manifesto “Scegli, con Putin o con l’Europa”, ma poi si allea con Fratoianni, che è con Putin e contro l’Europa: è anche noto per aver votato contro l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. Del blocco neo-comunista ed ecologista è alleata anche +Europa di Emma Bonino, unica formazione politica in Italia che può vantare di aver denunciato il regime di Putin sin da subito. Eppure si allea con il più anti-occidentale dei partiti in lizza e rischia di prendere meno voti di Fratoianni.
Il partito che è appena nato e si è schierato da subito su posizione atlantiste, stiamo ovviamente parlando di Azione di Carlo Calenda, ha subito candidato una putiniana doc, Stefania Modestino, capolista al plurinominale del collegio Campania/2. La Modestino ha scritto, nero su bianco, a proposito del dittatore bielorusso alleato di Putin: “Bravo Lukashenko… sta facendo quello che l’Europa non è stata capace o non ha voluto fare per compiacere Biden”. Ed è solo uno dei tanti “sberleffi” all’odiato occidente, scritti sui social da una candidata che ora (e non si sa a che titolo) si definisce “convintamente europeista e atlantista”.
Questi sono i partiti più atlantisti. Poi ci sono quelli più filo-russi, anche se tutti stanno negando di esserlo. Però basta ricordare alcuni fatti: la Lega non ha ancora (nemmeno ora, in campagna elettorale) revocato il suo accordo politico con Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev. Salvini, lungi dal dimostrare una volontà di cambiamento, perora ancora la causa russa chiedendo di levare le sanzioni. E nelle candidature, sono stati esclusi tutti gli uomini più vicini a Giorgetti e al governo Draghi che, caso vuole, erano anche quelli più atlantisti. Il Movimento 5 Stelle non sta facendo campagna per la Russia, ma sappiamo come la pensi Conte, primo artefice della caduta del governo Draghi: “La pace va costruita, nessuno ci dica che Putin non la vuole. La pace va costruita giorno dopo giorno”. Putin vuole la pace? Del cimitero?
Questa è solo una prima carrellata, ma indagando meglio siamo sicuri che si possa trovare anche di peggio. La conclusione che ne possiamo trarre è che della guerra in corso interessa poco, a pochi. La competizione si gioca su altri temi, adesso soprattutto sul caro energia. E per quello la guerra diventa, semmai, un comodo capro espiatorio per non ammettere le colpe della politica energetica italiana. Ma manca la consapevolezza di essere coinvolti nel primo grande conflitto europeo del XXI Secolo, manca del tutto la percezione della minaccia russa all’Europa, pur essendoci un’invasione e una guerra economica in corso. Chiunque vincerà nelle prossime elezioni rischierà, per questo motivo, di rendere l’Italia ancor più un vaso di coccio.

di Stefano Magni

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