E se privatizzassimo il servizio sanitario?

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Nella scorsa settimana il nostro Premier, Mario Monti, ha avuto modo di esprimere dei dubbi sulla reale sostenibilità economica del sistema sanitario nazionale, parlando di ‘rischi’ che tale sistema può correre e di nuove modalità di finanziamento per le prestazioni sanitarie erogabili. Larga parte della carta stampata ha travisato (non poco invero) le parole del Presidente del Consiglio, lanciando seri allarmismi. Le parole di Monti, a detta di molti giornalisti, costituirebbero preludio ad un fallimento della Sanità, tale per cui in futuro non potrebbe essere totalmente garantita la erogazione delle prestazioni in favore dei cittadini.
Non si è poi fatta attendere la smentita del Premier, che al 50° anniversario dei N.A.S. ha chiaramente spiegato la sua affermazione, dicendo che ‘avere un sistema sanitario sostenibile non implica una privatizzazione del medesimo’, allontanando così tutti i timori ed i dubbi sulla virtuosità della Sanità nazionale.
In realtà, come molti sanno, in Italia il sistema sanitario possiede una double-face: abbiamo, da un lato, regioni in grado di garantire un servizio pressoché impeccabile, a costi moderati e a servizi efficienti, e dall’altro abbiamo regioni che registrano un pesante deficit sia in termini di efficienza che di economicità. Posto che il diritto alla salute è assunto dalla nostra carta costituzionale a rango di diritto fondamentale e come tale va sempre garantito da parte dello Stato, bisogna ammettere che a volte l’intervento del privato anche nel settore sanitario può risultare decisivo; è fatto noto che molte aziende sanitarie private riescano a garantire prestazioni migliori agli utenti (beninteso, a fronte di un costo più alto rispetto al pubblico). Spesso i cittadini si ‘accontentano’, per così dire, di affidarsi al privato pur pagando un prezzo maggiore, tuttavia riducendo tempi di attesa troppo lunghi. Le aziende private sono infatti dotate di un buon apparato medico-professionale che riesce a garantire, come detto, l’efficienza del sistema, nonché strutture che nella maggior parte dei casi appaiono certamente non fatiscenti come molte strutture sanitarie pubbliche.
In ottica concorrenziale, l’intervento del privato è certamente giustificabile ed appare spesso necessario. Molte aziende sanitarie private sono sinonimo di eccellenza e vengono scelte da un numero ingente di utenti. Lo Stato e gli Enti locali però hanno il dovere di garantire un servizio sanitario adeguato alle esigenze dei cittadini italiani; spesso non vi riesce, perché le regioni amministrano male detto sistema (frequentissimi e agli onori di tutte le cronache i casi di malasanità). Si crea così inefficienza, i costi delle prestazioni aumentano e lo Stato è costretto ad intervenire economicamente, ove possibile.
E’ chiaro che in tempi così duri, con la crisi economica che imperversa, le parole di Monti fungono da monito per tutti gli amministratori. Monti non ha parlato di necessità di privatizzare il servizio sanitario nazionale, piuttosto di renderlo sostenibile attraverso forme di finanziamento particolari, che magari vedano l’intervento del privato, sempre in ottica concorrenziale, come peraltro l’Unione europea ci chiede. Gli investitori privati possono realizzare profitto intervenendo a colmare quei deficit finanziari e di efficienza che il nostro sistema pubblico presenta. Certo, ciò implicherà un aumento dei costi delle prestazioni erogabili, ma non è forse preferibile pagare un sovrapprezzo a fronte di una prestazione maggiormente funzionale per il cittadino?
Ad ogni modo, prima di pervenire a questa conclusione, sarebbe auspicabile (idealmente, sappiamo che nei fatti ciò è molto difficile) un inserimento nel sistema sanitario di sole figure altamente professionali e qualificate, che sappiano annullare i casi di malasanità e gestire in misura idonea le risorse che lo Stato va a destinare alle aziende sanitarie. Un sistema efficiente deve essere in grado di garantire la qualità dei servizi e risulta chiaro che tale qualità si ottiene mediante la competenza. Un sistema poco meritocratico come quello italiano trova serie difficoltà a realizzare questo nobile intento; non tutto è perduto, alle future generazioni sarà devoluto il compito di colmare questo gap e rendere il nostro sistema altamente competitivo.

Gaetano Gabriele Galesi

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