GDP governo di emergenza, strada stretta senza alternative

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“Per “l’Albatros” Aldo Mola sostiene che un governo tecnico potrebbe essere non una scelta ma una necessità: lo insegna la storia”.

La proposta di un governo di emergenza è e rimane la più sensata.Con fiuto e saggezza di politico, il presidente Berlusconi l’aveva prospettata già prima del voto. Ora essa s’impone per tre motivi chiari e senza appello. In primo luogo a questo risultato elettorale si è arrivati perché con veti incrociati i vecchi partiti non hanno varato nessuna delle riforme necessarie, attese e implorate dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano (gliene va dato atto). Monti non fu la medicina giusta per quella malattia (del resto era stato nominato solo per occuparsi dell’economia e dette risultati oggettivamente negativi). Niente nuova legge elettorale, niente riforma del bicameralismo perfetto, nulla sul nuovo bilanciamento dei poteri tra organi e ordini costituzionali. Nessun cenno di riduzione dei “costi della politica”. Ora i nodi vengono al pettine, tutti insieme. Con l’incubo di una stretta finanziaria, economica, sociale dalla portata e dalle conseguenze imprevedibili.
Un punto è certo: riforme come quelle urgenti e indispensabili richiedono il consenso di due terzi non solo delle Camere ma anche dell’opinione pubblica, comprendente anche il 25% di astenuti molti dei quali non sono andati alle urne non per indolenza o capriccio ma in attesa di un segnale di ravvedimento e di svolta di una dirigenza parte egocentrica, parte incapace, parte peggio.
In secondo luogo il governo, qualunque esso sia, dovrà fare i conti con un Soggetto ignorato dai “ragionamenti” (?) di Beppe Grillo e dello stesso Pierluigi Bersani: la macchina dello Stato e della pubblica amministrazione. Essa esiste, ha la sua “inerzia”, ma infine si impone anche a chi si agita e pensa che essa abbia solo grilli per la testa, che sia solo ottusa burocrazia. Lo stesso vale per la macchina fiscale: non si aboliscono le tasse solo perché pesano. Bisogna dire come si provvede alle spese ordinarie e straordinarie, obbligatorie e facoltative, ma quasi sempre inderogabili.
Infine il responso delle urne non è agghiacciante come è stato e viene dipinto. Esso dice che, al netto di estremismi e convulsioni agitatorie, circa il 65% degli elettori si colloca in area moderata: socialriformisti, centisti moderati, destra euro-nazionale. E’ pura cecità attribuire a Berlusconi, Alfano, Lupi… e a buona parte della Lega stessa pregiudizi antieuropeistici: in realtà vogliono una Europa che risponda davvero alle richieste dei cittadini, che li rappresenti e che assuma un volto politico: l’Europa dei popoli, perché le nazioni e le identità non sono invenzione fatua, ma il il risultato del flusso della storia, come insegnano le vicende della penisola balcanica, dalla Grecia alla Croazia, i tanti nodi irrisolti dell’Europa orientale dalla Turchia europea all’ex Unione Sovietica.
Ora gli eletti al Parlamento sono dinnanzi alla scelta: o un governo d’emergenza (lo si denomini come meglio si vuole: l’importante è che lo sia dichiaratamente) per fare in poche settimane le riforme davvero urgenti o si precipita in una serie di convulsioni che portano al coma della democrazia parlamentare.
Vi è un precedente illuminante: nel 1921-22 il sistema “liberale”, comprendente i cattolici moderati del partito popolare italiano, i radicali, i socialriformisti alla Turati, si trovarono nella necessità di darsi un governo di larghe intese per fermare l’avanzata del fascismo come antiparlamento. Si oppose don Luigi Sturzo, segretario del PPI, che rifiutò il ritorno di Giovanni Giolitti al governo. Don Sturzo era capo di un partito ma non era deputato. Giocava dal di fuori. Causò il crollo del sistema. Infatti, il risultato del suo “”veto” è ben noto: la lunga agonia dei due governi Facta, la mobilitazione dello squadrismo, la spallata di fine ottobre, il ministero Mussolini, che fu di coalizione nazionale ma ormai dominato dal PN Fascista, e, dopo due anni di incertezze, l’inizio del regime. Una democrazia impotente, incapace di governare non è una democrazia, perché non risponde ai cittadini ma li opprime e quindi li spinge a barattare un po’ di libertà con un po’ più di sicurezza e di benessere.
Questa è la condizione dell’Italia attuale. Chi lavora contro le larghe intese si assume la responsabilità del ritorno alle urne a legge elettorale immutata e del probabile crollo delle istituzioni rappresentative. Dalla crisi si può uscire varando infine una costituente provvisoria, che in tre mesi delinei la riforma dello Stato, come aveva proposto Marcello Pera, filosofo della scienza ed ex presidente del Senato. L’Italia, appunto, ha urgenza di una cura di storia e filosofia, non di altre piazzate.

Aldo A. Mola

Sull'Autore

Aldo Mola

Aldo Alessandro Mola (Cuneo, 1943) dal 1967 ha pubblicato saggi e volumi sulla storia del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, della massoneria e della monarchia in Italia. Direttore del Centro Giovanni Giolitti (Dronero- Cavour) ha coordinato Il Parlamento italiano, 1861-1994 ( Nuova Cei, 24 voll.). Il suo Giolitti, lo statista della Nuova Italia è nei “Classici della Storia Mondadori”. Tra le opere recenti, Italia, un paese speciale (4 voll.)

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