ROMAN ABRAMOVIC E OSWALD SPENGLER FANNO PATTA

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“E’ davvero il Bataclan di Mosca, questo massacro in un teatro
della capitale russa. In un venerdì nero in cui avanzano mostri
ovunque, come nel più macabro dei videogame, questa carneficina
precipita il mondo in un abisso di cui non si vede più il fondo…”
“Il Bataclan del Cremlino”, Massimo Giannini “la Repubblica”

Spengler è compatibile con il Bataclan di Mosca: il declino della civiltà occidentale che potrebbe ormai aprire lo scenario della fine dell’Occidente stesso. L’inferno Isis a Mosca venerdì 22 marzo 2024 è l’“eterno ritorno dell’uguale” del terrorismo mafioso contro Vladimir Putin, l’Uomo del Cremlino affetto dalla sindrome di hybris (vedi David Owen): con l’attentato terroristico alla Crocus City Hall con almeno 137 persone uccise (secondo l’ultimo bollettino), nella periferia Nord della capitale russa e rivendicato dallo Stato islamico, si ripete la strategia della tensione del genio del male Boris Berezovskij, il Sindona russo: distruggere Putin a qualunque costo, a costo – in questo caso – della III guerra mondiale. E Khodorkovsky è il Ponzio Pilato tra Berezovskij e Putin.
E il posto che era di Berezovskij, il Padrino a Londra, è occupato ora da Roman Abramovic, uno dei più pericolosi criminali in circolazione e già coinvolto nell’“ob-scaena” delle trattative con Putin per la possibile (ma sabotata) liberazione del dissidente ristretto nel Lupo polare artico Alexey Navalny. Così come l’omicidio di Salvo Lima era un attacco diretto ad Andreotti, distruggendolo politicamente. E’ uno scenario che George Soros conosce bene, perché in Russia operava come business man ingenuamente libero tra Adam Smith e Karl Popper contribuendo a gettare le fondamenta della Società Aperta: bisogna vedere se il concetto di riflessività che illumina chi scrive, è compatibile con la fine della nostra civiltà. Orbene, Soros nei suoi meravigliosi diari per “La crisi del capitalismo globale” denunciò Berezovskij come il mandante degli attentati avvenuti nel 1999 nei condomini di Bujnaksk, Mosca e Volgodonsk con i loro 3000 morti per avere un’arma di ricatto nei confronti di Putin, permettendogli di diventare presidente dopo Boris Eltsin: ma Vladimir non si piegò, piegando il cartello degli oligarchi. Enzo Bettiza, Sergio Romano, George Soros, Gennaro Sangiuliano, Henry Kissinger, Pino Arlacchi, ecc.: tutti sono concordi nel ritenere che Putin abbia dimostrato di avere palle d’acciaio, nel rifiutare il condizionamento “cleptocratico-mafioso” degli oligarchi e nel raddrizzare l’economia russa. Ho dimenticato Gorbaciov…
Oggi – approfittando della crisi dell’Occidente, nella quale l’Ucraina è un pezzo dello Zeitgeist – l’uomo che ha occupato il posto che fu del mentitore triplogiochista della Sibneft, tenta due piccioni con una fava: portare la guerra tra Russia e Ucraina in Europa e destituire lo zar. Whatever it takes. E’ la genialità del crimine, compatibilmente con la “masso-mafia globale” di cui parlava Agostino Cordova: tuttavia in questi vent’anni la cosiddetta Spectre, che esiste ed è costituita dai vari Gelli tra Russia, Italia e America, rimaneva nell’ombra perché gli anticorpi della “balance des pouvoirs” erano più forti; adesso le carte della Storia sono rimescolate, e le manovre eversive di ieri come la strage del teatro Dubrovka – tecnicamente identica a quella di adesso – hanno conseguenze di portata ben più ampia, tanto che si può parlare ormai di un conflitto mondiale nel senso tecnico del termine. Apprendo con una certa curiosità dal bel reportage di Riccardo Ricci “Massacro a Mosca, 62 morti (in realtà 137 come abbiamo visto, ndr) al concerto. L’Isis rivendica” su “la Repubblica”, che è una delle riserve indiane dell’Establishment: “… Il governo ucraino ha immediatamente preso le distanze. Il consigliere presidenziale Mikhail Podoljak ha negato ogni coinvolgimento di Kiev. Gli ha fatto eco il Corpo volontario russo, che combatte dal lato ucraino: “Di certo non siamo stati noi”. Un coinvolgimento che però non è stato escluso dall’ex presidente, ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev. In un commento su Telegram ha invocato l’uso della forza, senza la quale “nessun processo o indagine sarà d’aiuto”.
Un’affermazione che richiama alla mente la famosa dichiarazione di Putin, che nel 2015
prometteva di stanare i terroristi “anche nel cesso”.
“Un deja vu storico” secondo il Forum Svobodnaja Rossija, fondato dal campione di scacchi Garry Kasparov. “Ricordiamo come il regime di Putin e i suoi servizi speciali hanno creato il pretesto per la Seconda guerra cecena”, si legge nel comunicato. L’oppositore politico in esilio Mikhail Khodorkovskij suggerisce che possa esserci un legame con lo scambio di attacchi in profondità tra Russia e Ucraina. “Scrivono che questa potrebbe essere una provocazione di Putin come lo zucchero di Rjazan”, ha dichiarato l’oppositore. Il riferimento è alla serie di attentati avvenuti nel 1999 in alcuni condomini di Bujnaksk, Mosca e Volgodonsk, che con quasi 300 morti (3000, rectius, ndr) fornirono il motivo per l’intervento dell’esercito nel Caucaso. “La reputazione di Putin è tale che sì, può farlo”, ha concluso Khodorkovskij. Ma poco dopo mezzanotte l’Isis ha rivendicato l’attentato, attraverso l’agenzia Amak.”

Eh no! Sappiamo che l’ipotesi di Citizen K è stata radicalmente smentita da George Soros nei suoi instant book del 1999: Putin era la vittima degli attentati di Mosca, e fece arrestare Berezovskij appena dopo essere stato trionfalmente eletto. Io stesso ho avuto modo di convalidare le ipotesi di Soros, arrivando a scoprire che Berezovskij era dietro l’assassinio con il polonio 210 isotopo radioattivo della spia Alexander Litvinenko a Londra, l’eliminazione della giornalista Anna Politkovskaja e l’attentato al teatro Dubrovka che è paragonabile all’incendio del Reichstag da parte delle Ss: un caso da manuale della Fiera della Vanità, che obbligò Putin a usare il Novichok.
L’obiettivo di Berezovskij con la strage del Dubrovka era provocare la guerra civile in Russia.
Allora fu unanime la condanna della comunità internazionale nei suoi confronti, con le sole eccezioni del Cancelliere Schroder e di Silvio Berlusconi. Al riguardo, c’è un episodio curioso che intendo portare all’attenzione dei lettori nell’era dell’informazione digitale: su Hardtalk il 28 giugno 2007, un ottimo giornalista della Bbc World intervistò presso l’hotel Millennium Boris Berezovskij, Stephen Sackur; orbene, la somiglianza tra l’oligarca e Michele Sindona era davvero stupefacente: parliamo di una persona che negava bellamente il principio di realtà, attribuendo a Putin i propri misfatti. Nell’intervista si menzionava l’Ucraina, auspicando una prova di forza. Sapere che c’è una connessione tra i fatti del 2002 e la cronaca noir di questi giorni, la dice lunga sul grado di mistificazione della stampa occidentale e sul fatto che il sociologo falconiano Pino Arlacchi qualche ragione ce l’ha denunciando il tentativo di Cosa Nostra russa di buttare giù lo zar del Cremlino da vent’anni a questa parte (sic!): Putin ha sbagliato ad attaccare l’Ucraina, quando avrebbe potuto limitarsi a distruggere le infrastrutture militari a causa del posizionamento di missili della Nato in direzione della Russia: vi ricordate la crisi missilistica di Cuba? Le parti sono ora invertite. E c’era la possibilità che Kennedy invadesse l’isola di Cuba. Ma nell’emergenza, Vladimir ex KGB diventa pericoloso e si scompensa: il bombardamento degli ospedali a Kiev e la deportazione dei bambini ucraini nell’ambito dell’“operazione speciale” sono crimini contro l’umanità. Con la consueta lucidità, Massimo Giannini osserva a caldo nel suo commento su “la Repubblica” del 23 marzo 2024: “… Si fa strada la pista jihadista, con una rivendicazione dell’Isis sul web. Ma tutto è possibile, anche se la geometrica potenza dell’attentato – un commando di cinque uomini, armati di mitra e di esplosivi, a volto scoperto e in uniforme militare – si presta alle interpretazioni più gravide di conseguenze. “Mad Vlad” ha appena ottenuto nelle urne il plebiscito che cercava. Ora gli basterebbe evocare una “matrice esterna” – i servizi segreti di Kiev, oppure quelli lituani, se non addirittura la Cia – e il gioco per Mosca sarebbe fatto. E una mossa del genere, ove mai ci si arrivasse, porrebbe l’Occidente di fronte alla più terribile delle scelte. Reagire, ma come? E’ spaventoso anche solo pensarlo, ma in questo grand-guignol cosa ci vieta di temere che quelle raffiche di kalashnikov sparate tra le quinte del Crocus City Hall nel centro della capitale moscovita possano persino diventare i colpi di pistola con i quali Gavrilo Princip, il 28 giugno 1914, uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando e innescò la Prima Guerra Mondiale? Capiremo meglio nelle prossime ore le implicazioni di questa immane tragedia, che coglie l’Occidente ancora più inadeguato e impreparato. Bastano poche ore per riportare indietro di qualche altro secolo la Storia. E noi ci stiamo riuscendo, sempre più impauriti del futuro e prigionieri del passato e del tempo, della geografia e dei confini. Ciascuno rivendica o nega identità e sovranità, pretende o difende memoria e territorio. E la comunità internazionale esita, balbetta, si volta dall’altra parte, per non vedersi riflessa ed inerte allo specchio mentre tra Est-Ovest e Nord-Sud si preparano altri genocidi, sui quali centinaia di migliaia di morti più tardi si discuterà con calma, all’Aia, in punto di diritto. Come negli anni Venti del Novecento, vale adesso quello che scrisse Isaac J. Singer: “Io elimino te e tu elimini me… io ti massacro oggi, tu mi massacri domani: perché tutti ammazzamenti? Non siamo tutti uguali, tutti fratelli?” (La nuova Russia, Adelphi). No, non lo siamo…”.

Volodymyr Zelensky e Roman Abramovic – entrambi ebrei – sono gli artefici di un’unica strategia: portare la guerra in Russia per evitare l’annientamento dell’Ucraina, sospendendo le categorie di Kant care a Zagrebelsky. “I perseguitati diventano persecutori, se lo ricordi” come disse Bruno Orsini a Bettina Ottone. Ma gli attentati all’umanità non hanno alcuna giustificazione. Non dimentichiamoci che – come mi è stato osservato dall’argentina Carla Borzini – Abramovic, già protagonista per necessità non certo per bontà, dei negoziati di pace tra l’Ucraina e la Russia al confine, è stato avvelenato. E allora ha messo in campo l’“opzione Berezovskij”: “Io elimino te e tu elimini me…”. L’illusione a tratti surreale di Khodorkovsky è di giustificare tutto questo in nome della lotta al regime di Putin, rimuovendo dal quadro ciò che non gli piace. Anche se è più sofisticato e meno criminale di Abramovic. No, non siamo tutti uguali come dice giustamente Giannini. Del resto, come scrive l’ex direttore di Affari e Finanza “… A Kiev, sui giornali e nel palazzo presidenziale di Bankova Street, si parla di zrada: tradimento, cioè il progressivo distacco che l’Occidente sta consumando verso l’Ucraina, nonostante quel popolo guardi a noi come si guarda a popoli fratelli (non per caso – nota Oxana Pachlovska su Limes – uno dei più celebri saggi di Czeslaw Milosz si intitola proprio Rodzinna Europa, “L’Europa come famiglia”)…”. Trovare un Lee Oswald della situazione, come tale manipolabile per eseguire questo o quell’attentato, è di per sé un’operazione da “menti raffinatissime”: ma la manovalanza è l’anello ultimo della catena, che non potrà mai risalire al mandante.

Abbandonato dai partners europei e americani che faticano a fare la spesa militare a favore di Kiev quando non fanno la spesa in disavanzo a favore dei loro paesi, Zelensky ha dato via libera con una spregiudicatezza senza precedenti all’alleato Abramovic – che l’ha giurata a Putin – a “Belzebù contro Satana”. Che cosa dobbiamo dire noi osservatori occidentali di fronte a questo giuoco al massacro? Dobbiamo prendere posizione, e diventare post-kantiani? Difficile è dare una risposta tranchant, ma la III guerra farà irruzione nelle nostre vite perchè è finita un’epoca: la cospirazione non è il primum movens di queste situazioni emergenziali, ma è compatibile con esse. Scatenare la guerra civile in Russia dopo la vittoria dello zar alle elezioni, che come osservava Stephen Suckar godeva (e gode) del consenso della maggioranza della popolazione russa, diventa uno scenario possibile all’interno dell’attivazione del “principio di Archimede”; l’“opzione Berezovskij” ha possibilità di avere successo, a differenza del 2002.
Ma Citizen K è ingenuo, non è Belzebù: pagherà con la vita, una volta che Abramovic gli presenterà il conto (nel dopo-Putin).
Chi scrive farà avere a Massimo Giannini “Il tramonto della nostra civiltà” edito da Mondadori nel 1994, l’opera magistrale di Piero Ottone.

 

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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