RAFFAELE CUTOLO, IL BOSS CHE SI ILLUDEVA DI POTER INCONTRARE FRANCESCO COSSIGA: LA MAFIA NON E’ STATO


“Impara le regole come un professionista affinchè tu possa infrangerle come un artista”
Pablo Picasso

Non aveva la “lucida follia” di Stefano Bontate, una delle intelligenze più vive nella storia della criminalità organizzata che aveva frequentato il liceo dei Gesuiti, si faceva notare narcisisticamente nei salotti dell’alta borghesia di Palermo maneggiando con disinvoltura l’inglese e il francese, autoaccreditandosi come il “principe di Villagrazia” – pur senza vantare alcun titolo nobiliare –, e che pensava, facendo parte della “loggia dei trecento”, di contare più dei galantuomini della Banca d’Italia Paolo Baffi, Mario Sarcinelli e Giorgio Ambrosoli che si erano opposti al gioco d’azzardo senza fine della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.
E’ morto il gangster istituzionalizzato in carcere Raffaele Cutolo “O professore di Vesuviano”, cui due artisti eccezionali hanno dedicato l’opera espressa nel libro e nella pellicola Il camorrista con Ben Gazzara: il giornalista Joe Marrazzo, morto per super lavoro a 56 anni e il regista Giuseppe Tornatore, l’ “enfant prodige” di Sergio Leone.
L’illusione dell’uomo d’onore che nella “sindrome di hybris” aveva fondato la Nuova Camorra Organizzata – cioè lo stesso stato d’animo in cui si trovava Vincent Van Gogh, quando voleva fondare la “comunità gialla” degli artisti ad Arles nel sud della Francia con Paul Gauguin – era quella di diventare statista dall’interno del crimine organizzato mentre era recluso in carcere.
Ma bisogna riconoscere che l’“ideologo” della Nco, come molto opportunamente lo ha chiamato Roberto Saviano nell’intervista di Andrea Purgatori per Atlantide su La 7, aveva compiuto un’operazione geniale illudendosi, con la stessa ingenuità di Bugsy Siegel o di Enrico De Pedis, di avere successo laddove i menzionati gamblers della malavita avevano fallito.
Cioè essere accettato dall’establishment, mentre nella realtà l’uomo d’onore – a dispetto dell’ingenuità di Michael Corleone ne Il Padrino di Mario Puzo – non è al livello dello statista i cui comportamenti e forma mentis imita proprio perché non sono i suoi; sul punto è stata interessantissima l’analisi fatta dal raffinato psichiatra Luigi Cancrini, che definì Michael Corleone (il personaggio di Mario Puzo e Francis Ford Coppola) un “uomo intelligentissimo con disturbo narcisistico di personalità”.
Era questo il caso di Don Raffaele Cutolo, il leader della Nco che venne periziato dallo psichiatra bipolare Aldo Semerari iscritto alla P2 – poi barbaramente assassinato dalla stessa camorra napoletana – il quale gli aveva diagnosticato la “sindrome di Ganzer”: cioè la “simulazione della pazzia” allo scopo di essere furbescamente ricoverato in un manicomio criminale, per poi pianificare la fuga dallo stesso e tornare in libertà.
Quella recitazione della follia che poi – sfuggendo al controllo del soggetto che la mette in scena – porta alla pazzia per davvero. Essere o non essere: ecco il dilemma. Aldo Semerari al livello di Luigi Pirandello: come osservò il grande giornalista Corrado Augias a Telefono giallo.
Cutolo riuscì a evadere dall’ospedale psichiatrico il cui direttore si suicidò, e durante la breve latitanza che aveva coinciso con il sequestro del segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro a opera delle Brigate Rosse (i 55 giorni che vanno dal 16 marzo al 9 maggio del ’78), nella veste di boss della Nuova Camorra Organizzata istituì un rapporto privilegiato con la Banda della Magliana comandata dal giovanissimo Enrico De Pedis, assassinato a 35 anni; Calò e Cutolo furono in grado di localizzare la prigione dove era detenuto Aldo Moro. Addirittura Cutolo chiese da latitante di poter incontrare l’allora Ministro degli Interni Francesco Cossiga, che però si rifiutò di vederlo: Moro non poteva essere salvato, proprio in concomitanza con le ricerche messe in atto da Cutolo stesso insieme agli uomini di De Pedis (che molto probabilmente cinque anni dopo avrebbe individuato il luogo dove era segregata la povera Emanuela Orlandi) perché il segretario Dc era crollato psicologicamente alla quarta settimana di detenzione brigatista, e aveva cominciato a rivelare segreti di Stato. Moro aveva la sindrome di Stoccolma con i suoi prigionieri, rappresentati dal leader Mario Moretti.
Oggi lo sappiamo: avvennero delle riunioni drammatiche nel comitato di crisi al Viminale tra lo sconvolto Francesco Cossiga, lo psichiatra ungaro-americano Steve Pieczenik, lo psichiatra criminologo Franco Ferracuti e l’allora sostituto procuratore aggiunto della Procura di Roma Claudio Vitalone (delle quali venne informato l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Giulio Andreotti), in cui si convinse Cossiga che Moro non poteva essere salvato, e doveva essere lasciato morire nelle mani delle Brigate Rosse del Partito Comunista Combattente: come lo ha definito Pino Casamassima.
Dell’intera operazione psicologica denominata “Operazione Lago della Duchessa falso comunicato n.7” – che ebbe l’avallo di Cossiga, in seguito vittima di un grave scompenso bipolare – si occupò lo psichiatra Pieczenik (reo confesso nel libro Noi abbiamo ucciso Aldo Moro scritto a quattro mani con Emmanuel Amara), prima di lasciare l’Italia: il procuratore Claudio Vitalone diede l’ordine al falsario romano Antonio Chichiarelli che imitava alla perfezione Giorgio De Chirico di realizzare il falso comunicato n.7 delle Brigate Rosse che indicava il ritrovamento del cadavere di Moro nel Lago della Duchessa a metà strada tra il Lazio e l’Abruzzo: il depistaggio architettato dal geniale Pieczenik era finalizzato a provocare una reazione violenta nei confronti dell’ostaggio detenuto dalle Br, convincendole che la Democrazia Cristiana e lo Stato non volevano trattare per riavere Moro libero.
Purtroppo in guerra non si fanno prigionieri, e – come ha osservato Pieczenik, ex consulente strategico per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter – “l’uccisione di Moro ha impedito che l’economia crollasse. Se fosse stato ucciso prima, sarebbe stato un disastro”. Parola di uno dei maggiori psichiatri del Dipartimento di Stato Usa.

Orbene, tutte queste cose Cutolo non le sapeva: poiché non faceva parte della stanza dei bottoni, e intervenne camorristicamente in proprio come un agente dello Stato – che non lo aveva nemmeno interpellato (sic!) – per ritrovare la “prigione del popolo” dove era rinchiuso il segretario della Dc, senza sapere che nel frattempo i giochi erano cambiati: ma Cutolo non era a conoscenza tout court dei retroscena prima descritti, proprio perché non faceva parte dello Stato (sic!) al quale aspirava velleitariamente di entrare a far parte – come un criminale che vuole entrare nell’elite di quelli che contano.
Qui si consuma l’inizio della sua fine.
Tre anni dopo la morte di Moro, nel 1981, viene rapito l’assessore democristiano Ciro Cirillo sempre da parte delle Brigate Rosse: questa volta Cutolo è nuovamente detenuto nelle patrie galere proprio dopo essere stato scaricato da quegli stessi servizi segreti che, dopo il caso Moro, lo ritenevano troppo pericoloso perché rimanesse in libertà (non esistono “i servizi deviati”: esistono i servizi, come ha detto Francesco Pazienza): dopo la morte di Moro che era crollato durante gli interrogatori delle Br rivelando l’esistenza di Gladio e gli assegni della Sir di Nino Rovelli a Giulio Andreotti, si temeva che anche Cirillo potesse fare la stessa fine e raccontare i segreti del sistema delle tangenti nell’assegnazione degli appalti per la ricostruzione dell’Irpinia post-terremoto ai suoi prigionieri brigatisti: Francesco Pazienza, l’agente del Sismi per conto del direttore piduista Santovito, Flaminio Piccoli e Vincenzo Scotti si incontrarono tra gli altri in carcere con Raffaele Cutolo (è stato Cutolo stesso a dichiararlo: “L’onorevole venne da me in carcere per convincermi a far liberare quell’assessore tanto importante per la Dc”, nel settembre del 1994 ai magistrati che lo interrogavano) promettendogli l’assegnazione del sistema delle gare degli appalti per la camorra napoletana e l’annullamento dei suoi procedimenti giudiziari, se avesse chiesto alle Br che operavano nel napoletano di liberare Cirillo. Cosa che puntualmente avvenne; si divisero insieme la torta dell’Irpinia, brigatisti e camorristi: con tanti saluti alla ricostruzione del Mezzogiorno fondata sulla libera concorrenza.
Ma Cutolo sarà incastrato da quegli stessi apparati securitari dello Stato che gli chiesero “extra-ordinem” di intercedere presso le Br, e verrà lasciato marcire in galera sepolto vivo dalla sofferenza dell’isolamento e del carcere duro.
Finì così l’illusione del “professore di Vesuviano”, che parlava un italiano forbito, vestiva elegante, scriveva poesie e fumava il sigaro della sbruffoneria, di diventare uomo di Stato.
Ma non morì mai la sua speranza di poter essere invece riconosciuto come “collaboratore di giustizia”, da uno Stato che non voleva utilizzarlo giudiziariamente come nuovo Buscetta, poiché doveva processare se stesso. E poi perché non ci sono stati altri Falcone nella storia della magistratura italiana.
Racconta Carmine Schiavone: “Raffaele Cutolo nel settembre del 1983 si stava pentendo, era pronto a collaborare con Lucio Di Pietro e Franco Roberti. Avevano fatto anche l’appartamento extra-penitenziario nel gruppo carabinieri di Salerno, (perché ci sono i verbali che all’epoca Cutolo si stava pentendo e io lo sapevo questo perché poi noi pentiti stavamo tutti nella DIA: siciliani, calabresi, napoletani e tutti quanti e ci incontravamo tutti quanti.)
Quando sono andati a prenderlo, dovettero tornare indietro perché lui disse: “Non lo posso più fare”, perché da li uscì gente che era del Ministero degli Interni, dei Servizi, che andarono a minacciarlo evidentemente”.
Cutolo se ne va per un’infezione polmonare a 79 anni, portandosi nella tomba i suoi segreti, le sue contraddizioni, le mille maschere dietro le quali aveva imparato a nascondere la sua vera personalità, il sogno utopico di essere più furbo di Lucky Luciano e Bugsy Siegel messi insieme.
E’ il prezzo che si paga alla grandezza?

Di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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