Perché rileggere Giolitti


È uscito un nuovo libro di Aldo Mola

E’ in libreria il nuovo volume di Aldo A. Mola, Giolitti. Il senso dello Stato, (ed. Rusconi Libri, pp.XXII+626 e 16 ill). Ci sono parecchie ragioni per ricordare questo personaggio (Mondovì, 127 ottobre 1842.- Cavour, 17 luglio 1928), massimo statista italiano dalla proclamazione del Regno d’Italia a oggi.
In primo luogo Giolitti è la sintesi del regno di Sardegna restaurato nel 1814 dopo l’età franco-napoleonica, quando il Piemonte venne ridotto a XXVII Divisione dell’impero di Napoleone I. Se questo fosse durato, non vi sarebbero mai stati Risorgimento, unità e indipendenza. L’Italia sarebbe un’appendice di Parigi (come Oltralpe qualcuno ancora pensa).
In secondo luogo, ponendosi al servizio dello Stato., cioè dei cittadini, Giolitti è il modello della generazione che costruì lo Stato nuovo.
La terza lezione di Giolitti è l’alto senso della politica quale servizio allo Stato. Nei lunghi anni di “disgrazia”, durante i regni di Umberto I (tra il 1893 e il 1899) e di Vittorio Emanuele III (1915-1919), la sua lealtà nei confronti della monarchia, consustanziale all’Italia, non mutò di una virgola. Il monarchico non è un cortigiano. Ha il dovere di dire al sovrano anche parole “scomode”. Perciò egli rimase la grande “riserva” della Corona, per risollevarne il prestigio.
Nessuno come lui ebbe alto il senso dello Stato: una formula intraducibile, come la libertà, “ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Quando andava al Colosseo o in montagna, Giolitti aveva sempre in tasca una delle cantiche della Divina Commedia. Chissà se ne ricorderanno tanti dantisti “di complemento” da qui al 2021?

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