Di Alexander Bush<\em>
“Piero Ottone è uomo di poche letture e ha saputo farne buon uso”
Indro Montanelli
“E’ verissimo, Alex! E ti pare poco?”
Piero Ottone ad Alexander Bush
Forse Soros mi darebbe (all’incirca) ragione. L’Illuminismo “etsi Deus non daretur” – mi sia consentito di citare Giovanni Paolo II in “Evangelium vitae” – incominciava a morire con lo sbarco sulla Luna. Progresso e regresso; l’invenzione dell’IA coincide con la III guerra e il discorso di Spengler nella Giustizia, come sembra emergere dall’analisi velata di melanconia dell’ex magistrato Antonio Di Pietro nel suo libro sotto forma di dissertazione brillante “La Giustizia vista da vicino”. Nei giorni di fine aprile 2026, mia madre Bettina Ottone Bush mi ha inviato via Whatsapp un articolo di Piero Ottone sull’atterraggio degli americani sulla Luna nel luglio del 1969 mentre mi trovavo al bar Tossini di Chiavari dove mi reco quasi quotidianamente dopo aver consumato cinquanta minuti di nuoto. Orbene, l’articolo di Pierluigi Mignanego che diventò Piero Ottone mi ha sollecitato una riflessione che avevo già fatto e che è andata sistematizzandosi con la Gelassenheit degli anni (se così si può dire): il lavoro giornalistico di mio nonno e quello accademico di George Soros si somigliano sorprendentemente (sic!); lo dico quasi percependo di avere scoperto la dinamite, e l’esaltazione “ipomaniaca” dell’umore – non mania tout court – è parte di questa scoperta. Un anno prima, la Longanesi aveva dato alle stampe un libro destinato a riempire i colori della mia Weltanschauung, “Potere economico. La scienza della miseria spiegata al popolo” che proponeva un’interpretazione eterodossa del Keynes pensiero in contrasto con Amintore Fanfani: “Fanfani mi detestava”, mi disse una volta Ottone. Provinciale era il primo, cosmopolita il secondo: credo che fosse questo lo sfondo della difficoltà di rapporto tra i due. Lo lessi per la prima volta a 11 anni, con la meraviglia della “pre-pubertà” condividendone dei passaggi con mio fratello Sebastian di anni 6 che sgranava gli occhi, ma durante la partecipazione in quinta elementare ad uno spettacolo teatrale nascondevo nevroticamente il libro alla visione di una delle mie insegnanti, temendo che se lo avesse scoperto mi avrebbe attaccato in modo furibondo: forse, è a cominciare dalle scuole che non si perdona il successo in Italia. Lo rilessi nel dicembre del 2017, con un entusiasmo straripante. Ed osservavo, nel corso della primavera del 2018, che il suddetto testo sulla storia della teoria economica, rivelava manifestamente come la teoria tout court non è universalmente valida: il libro non ne traeva la conclusione successiva, cioè abbracciare l’assunto della riflessività secondo Soros, (non Karl Popper) ancorchè sfiorata e insufficientemente presente. Ma anche la teoria della riflessività – ovviamente – non è universalmente valida, eppure lo stesso Soros in parte lo riconosceva con quell’umiltà che è la cifra della sua genialità. Sia detto di passata, a proposito dell’“equilibrio di Nash”, egli non aveva né ragione né torto versus Adam Smith (me ne sono accorto rivedendo il film “A beautiful mind” e leggendo una riflessione molto bella di Angelo Mastroianni su “Torino scienza.it”). Ma che cosa sarebbe successo, se John Nash lo avesse saputo a elaborazione teoretica terminata e consegnata ad Albert Einstein? Riporto con emozione fragilmente potente o potentemente fragile, alcune affermazioni del “filosofo pratico” che scappava dall’Ungheria, e reinventava se stesso; dal suo instant book “La crisi del capitalismo globale”, “Fallibilità e riflessività”: “… La mia ipotesi di lavoro – e cioè che tutte le costruzioni umane sono imperfette – non solo non ha statuto scientifico, ma presenta un difetto ancor più sostanziale: probabilmente non è vera. Col passare del tempo, ogni costruzione sviluppa un difetto, ma ciò non significa che, nel momento in cui è stata creata, fosse inappropriata o inefficace. Penso che la mia ipotesi di lavoro sia suscettibile di miglioramento e persino che sia possibile formularla in modo che possa aspirare a una maggiore veridicità… Le costruzioni umane, al pari delle azioni, hanno conseguenze impreviste; conseguenze che, nella fase iniziale, non possono essere correttamente valutate. E anche se potessero esserlo, sarebbe
pur sempre giusto andare avanti, perché quelle conseguenze si presenterebbero soltanto in futuro. Per questo la mia ipotesi di lavoro non è incompatibile con l’idea che una linea d’azione possa essere migliore di un’altra, e che quindi esista una linea d’azione ottimale. Ma questo presuppone che l’optimum si applichi soltanto a un particolare momento della storia, e che quello che in un determinato momento rappresenta l’optimum si applichi soltanto a un particolare momento della storia, e che quello che in un determinato momento rappresenta l’optimum può cessare di esserlo un attimo dopo… In altre parole, è possibile che, in un determinato momento storico, teorie e politiche dimostrino una validità che però si rivela temporanea. E’ per far comprendere questo punto che io le chiamo “fertili errori”: costruzioni imperfette che, nella fase iniziale, dispiegano effetti benefici. La durata di tali effetti benefici dipende dal fatto che le imperfezioni vengano riconosciute e corrette. Così facendo, le costruzioni diventeranno sempre più sofisticate. Ma nessun fertile errore può durare all’infinito; alla fine, la possibilità di depurarlo e di svilupparlo si esaurisce, e un nuovo fertile errore cattura la fantasia della gente. Può darsi che anche quel che sto per dire sia un fertile errore, ma propendo a interpretare la storia delle idee come un insieme di fertili errori. Altri potrebbero chiamarli paradigmi… “.
C’è un punto di dissidio tra me e il filosofo ungherese: la realtà non è tout court modificabile con il trucco del pensiero. Un esempio valga per tutti: in Usa la discrezionalità dell’azione penale è finalizzata a prevenire il crimine (si veda il finanziamento registrato a bilancio di Lucky Luciano a Thomas Dewey), ma “l’accordo tra gentiluomini” dell’allora prosecutor Alexander Acosta con Jeffrey Epstein nel 2008 per favorire il “capo grande” del traffico delle tratte Trump non lo ha salvato dalla morte. Sarebbe un errore dire: se la discrezionalità dell’azione penale non fosse stata portata al “punto di equilibrio”, Epstein sarebbe vivo; non si può riprogettare la realtà.
Rinunciare alla scorciatoia dell’ideologizzazione del pensiero economico – ma non soltanto – sarà la sfida del futuro e Mikhail Khodorkovsky la raccoglierà insediandosi al Cremlino nell’ora del colpo di Stato come asso di poker del cambio di paradigma, ma poi Roman Abramovic lo ucciderà. “Se è così che deve andare, ben venga”, sarebbe capace di dirmi Citizen K allargando le spalle con una lieve smorfia nel suo sorriso. Il sorriso dell’enigma, o l’enigma dell’indecifrabilità. Lo strano caso dell’ex oligarca caduto nella polvere che spezza le categorie di Kant, meriterebbe un capitolo a se.
Ecco l’editoriale dell’Ottone che gli ordo-liberali farebbero bene a leggere, ma non solo loro, pubblicato su “Il Secolo XIX” del 22 luglio 1969:
“E’ terminata la fase culminante dell’impresa lunare. Il miracolo si è avverato davanti ai nostri occhi, e ci ha presentato la più temeraria impresa nella storia dell’umanità, come se fosse stato un normale spettacolo televisivo. Ci siamo commossi, accanto ai nostri figli, nelle nostre case, davanti alla visione di quei due uomini fragili, quasi fanciulleschi, che saltellavano sull’arido Mare della Tranquillità; e abbiamo esultato quando sono ripartiti, dopo il riposo inquieto nel Len. Adesso che il grande viaggio si avvia verso la conclusione, crediamo di essere alla vigilia di una nuova era, così come la scoperta dell’America nel 1492 segnò l’inizio dell’Evo moderno. Dobbiamo quindi sostare e riflettere. Come è potuto avvenire il miracolo? Due fatti sono innegabili. Da quando i russi cominciarono le esplorazioni spaziali nel 1957, è in atto fra Russia e America una corsa spaziale e l’America, sebbene sia partita in svantaggio, l’ha vinta. Dobbiamo dunque gridare: viva l’America? Se si vuole dare al trionfo americano un significato nazionalistico o ideologico, noi rispondiamo di no. La conquista della Luna è infatti il punto di rivoluzioni, di scoperte, di successi che hanno inizio nel Rinascimento, e appartengono a molte nazioni, nel campo della filosofia, dell’astronomia, della fisica, della tecnica industriale. Non è lecito considerarla monopolio di una nazione. Neanche è lecito attribuire il successo spaziale soltanto ai meriti della libera iniziativa, come qualcuno vuol fare con intenti propagandistici. I liberi imprenditori degli Stati Uniti, abbandonati a se stessi, non sarebbero mai andati sulla Luna. Il merito degli Stati Uniti consiste piuttosto nell’avere coronato, in un poderoso sforzo finale, i progressi e le conquiste di molti popoli, e gli insegnamenti di molte
ideologie. L’America è cosmopolita per natura: coloro che si sono sentiti ignorati, frustrati, incompresi nella loro patria, hanno potuto dare la piena misura di se stessi sul territorio americano. E’ difficile identificare gli Stati Uniti con questa o quella nazionalità. Altrettanto difficile è identificare il loro sistema con questa o quella ideologia. La libera iniziativa è una sua componente, ma non è l’unica caratteristica. Ricordiamo che la Nasa, alla quale si deve l’organizzazione e l’esecuzione del programma cosmico, è un ente statale: l’intervento dello Stato è essenziale in imprese così ambiziose e impegnative. La Nasa, d’altra parte, non avrebbe avuto successo se non fosse stata coadiuvata da una miriade di aziende private, grandi e piccole. Il successo finale è dovuto dunque al compendio di nazionalità diverse e di diverse ideologie.
Questa universalità si manifesta in una qualità suprema, che è il senso genuino della democrazia. Gli Stati Uniti hanno informato il mondo, minuto per minuto, sullo svolgimento dell’impresa lunare, e apprendevamo ogni notizia nel momento stesso in cui essa perveniva ai dirigenti della Nasa. Mai uno Stato ha mostrato finora tanta fiducia in una generosa politica della porta aperta. L’informazione consente ai cittadini, in America e in ogni continente, il massimo di partecipazione. Così il ciclo si compie. Un sistema che riesce a essere il compendio etnico e ideologico della civiltà occidentale, restituisce al resto del mondo il frutto della sua esperienza. L’America è forte quando supera ogni barriera, e trascende ogni elemento fondativo, superando il nazionalismo, il fanatismo ideologico, la settarietà, la segretezza. Non sempre riesce a farlo; se non vi riesce abbiamo la caccia alle streghe di Mac Carthy, o lo stato di inferiorità dei neri, o la miseria del Sud. Ma quando vi riesce, diventa irresistibile. Si rivela allora superiore a ogni altro sistema che sia meno universale, meno tollerante, meno libero; e manda gli uomini sulla Luna.”
Voi pensate sinceramente che Fanfani potesse apprezzare questa riflessione? O anche solo, che fosse in grado di apprezzarne il contenuto Aldo Moro che era l’altra faccia di Mario Moretti?
L’analisi dell’Ottone si sfoga nell’attualità dove la pandemia rimescola le carte e noi giochiamo. Leggo su “Il Secolo XIX” del 29 aprile 2026 un articolo di Elisa Folli “Mediaterraneo Servizi “Dopo il rischio collasso bilancio 2025 in utile”, che anche Alessandro De Nicola farebbe bene a leggere; l’assunto di Milton Friedman non può essere portato al “punto di equilibrio”:
“Tre anni fa era sull’orlo del collasso finanziario. Oggi Mediaterraneo Servizi (società pubblica in “house” con il Comune di Sestri Levante, ndr) chiude il bilancio 2025 con un utile di 41.974 euro, indici reddituali e patrimoniali positivi e una posizione debitoria ridotta di oltre un milione di euro rispetto a 24 mesi fa”. Sestri Levante presenta così il “cambio di rotta” della società in house attraverso l’operato dell’amministratore unico Federico Squeri.
“Nel 2023 la perdita sfiorava i 156 mila euro che si sommava a quella dell’anno precedente di oltre 46mila euro, ponendo a rischio chiusura la partecipata. I debiti superavano il milione e 156 mila euro. Al 31 dicembre 2025, sono scesi a poco più di 134 mila euro coperti dalle disponibilità liquide che ammontano a oltre 191 mila euro: una società che nel 2023 non riusciva a far fronte ai propri impegni oggi li supera con le sole risorse di cassa – dicono da Palazzo Pallavicini –. A guidare la svolta una gestione rigorosa: razionalizzazione ed ottimizzazione dei costi e del personale ausiliario, incasso dei crediti, riduzione delle posizioni debitorie, gestione delle voci straordinarie, migliorando la posizione debitoria verso il Comune da 610 mila euro a 7 mila euro a fronte di una ricapitalizzazione di 203 mila euro. I numeri smentiscono l’idea che il risanamento si sia ottenuto tagliando prestazioni… “.
Non è vero, caro De Nicola? E che Keynes se non aveva ragione universalmente, qualche ragione ce l’aveva? Martedì 28 aprile viene pubblicata un’intervista di Lorenzo De Cicco ad Armando Siri, capo dei dipartimenti della Lega, che surrealmente (sic!) si muove nella direzione delle Open Society Foundations (sic!). Chi scrive, ben si guarda dal fare propaganda per la Lega in contraddizione con l’“a-politicità” dello statuto di Libertates, ma il ragionamento di Siri è ineccepibile; purtroppo, però, c’è una sentenza d’archiviazione a carico di Matteo Salvini per tentato finanziamento illecito dalla Russia che lo rende plasticamente incompatibile con la guida
dell’Italia e con i suoi valori democratici (un’eventuale uscita del nostro Paese dall’Alleanza Atlantica nello scenario che veda Salvini presidente del Consiglio, distruggerebbe la nostra democrazia poiché diventeremmo un satellite di Putin):
“Il governo fino a oggi ha dato priorità al mantenimento dei conti, ma non siamo certo il governo Draghi-Monti”, punge Armando Siri, capo del dipartimento della Lega e consigliere di Matteo Salvini a palazzo Chigi.
“Cosa rispondete a Tajani, “assolutamente contrario” a strappi con l’Ue sul patto di Stabilità?”
“Tajani, così come tutti i colleghi della maggioranza, sa quanto stanno soffrendo le nostre imprese. Tutti sanno che la proposta della Lega non è ideologica, ma dettata dalle condizioni straordinarie dopo la chiusura di Hormuz. Gli italiani pretendono che l’Europa intervenga con misure forti e concrete prima che si arrivi al collasso. O vogliamo aspettare di somministrare la cura quando il paziente è morto?”
“In che modo sarebbe percorribile questa uscita unilaterale? Con un massiccio scostamento a debito, non concordato?”
“I modi ci sono e non necessariamente debbono essere considerati eretici. Uno scostamento di bilancio per l’Italia che negli ultimi anni, proprio grazie a questo governo ha stabilizzato il debito, si può consentire attivando ad esempio l’art. 26 del nuovo patto. E’ un articolo previsto proprio per sostenere i singoli paesi che possono trovarsi, come noi oggi, in difficoltà straordinarie, indipendenti dalla propria volontà”.
“Il governo è stato troppo cauto?”
“Siamo un governo politico centrodestra. Abbiamo il diritto-dovere di rispondere concretamente alle aspettative dei nostri elettori, ma anche di tutti gli italiani. A fare benzina ci vanno tutti, sia di destra che di sinistra. E questo vale anche per le bollette. Per questo sarebbe il caso di coinvolgere e chiamare alle proprie responsabilità anche le opposizioni in modo costruttivo. Non basta dire no a tutto. Lasciamo le ideologie fuori dalla porta per essere più forti nel difendere aziende e famiglie”.
“Quando va presa una decisione?”
“Non c’è molto tempo. L’emergenza è conclamata. Tra un po’ si fermeranno i Tir e gli agricoltori sono in affanno. E’ una crisi di sistema perché è noto che siamo un paese con una forte dipendenza energetica. I tempi e gli interventi li decide il presidente del Consiglio di concerto con il Parlamento. E il presidente, come la Lega, ha ben chiara l’urgenza”… “.
Siri e Soros hanno sorprendenti punti di contatto: surreale, ma vero…
D’altra parte, la prevenzione delle crisi sociali e finanziarie è il focus delle fondazioni per la Società Aperta; la crisi che ci sarà avrà un impatto violentissimo, proprio in considerazione del fatto che non è stata prevenuta. Se non si può ridurre la realtà al mito dell’eziologia, la rinunzia al “punto di equilibrio” può prevenire shock recessivi gravi e impedire la rottura dello status quo.
Si potranno evitare anticipatamente le dittature in futuro? Chi vivrà, vedrà.
Tradotto: deficit spending.
Ma la spesa in disavanzo è nel laissez-faire, e il laissez-faire s’incontra con Keynes.
L’incontro tra Soros e Ottone è materia per un case study. Resta irrisolta la domanda di fondo: ma l’uomo, sulla Luna ci è andato veramente?


