KEYNES E’ STATO L’EREDE DI ADAM SMITH, CARO DE NICOLA

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Di Alexander Bush<\em>

“Quando si dice la verità, si è sicuri prima o poi di essere scoperti”
Oscar Wilde

“Nihil nimis”, nulla di troppo per parafrasare Seneca. Bisogna deideologizzare il sapere dell’economia, e su questo punto torneremo. Perché un’epoca è finita: l’Età dei Lumi dove Lucifero è troneggiante. L’assunto della “riflessività” secondo l’allievo di Karl Popper George Soros entrerà in economia, a carissimo prezzo: la violenza della III guerra deve far saltare la tirannia dello status quo. Lunedì 13 aprile 2026 ho scritto su Whatsapp ad Alessandro De Nicola, fondatore e presidente di Adam Smith Society: “De Nicola, glielo dico da keynesiano a ordo-liberale: lei ha scritto un articolo bellissimo”. Il titolo dell’analisi pubblicata su “Affari e Finanza” nella rubrica “La mano visibile” è “Nel rinnovo del Ccnl scuola l’Italia sceglie l’appiattimento. Il grande assente è il merito”. Così esordisce l’ordo-liberale tout court (Tito Boeri è più a sinistra), senza rendersi conto che il vero merito della sua requisitoria liberale su base anglosassone è rivelare che John Maynard Keynes è stato l’erede di Adam Smith; vi è continuità diretta tra “La ricchezza delle Nazioni” e la “Teoria generale dell’Occupazione” (a onor del vero, Milton Friedman non lo comprese):

“All’Università di Oxford “la maggior parte dei professori pubblici ha da molti anni rinunciato del tutto persino alla pretesa di insegnare” scriveva Adam Smith nel 1776 nel suo capolavoro, “La ricchezza delle Nazioni” (il virgolettato è di chi scrive, ndr). E, constatando che la loro retribuzione era fissa e immutabile, continuava: “E’ interesse di ogni uomo vivere più comodamente può; e se i suoi emolumenti devono essere esattamente gli stessi, sia che egli svolga o non svolga un compito molto faticoso, è certamente nel suo interesse o trascurarlo del tutto, oppure, se è soggetto a un’autorità che non gli consente di ometterlo completamente, svolgerlo nel modo più negligente e trasandato che quell’autorità può permettere”. Come molte lezioni di Smith, anche questa sfida brillantemente l’usura del tempo. Eppure, il 1 aprile (2026, ndr) è stata firmata all’unanimità, presso la sede dell’Aran, l’ipotesi di accordo per la parte economica del Ccnl Istruzione e Ricerca 2025-2027. L’intesa riguarda 1,3 milioni di lavoratori e prevede aumenti medi lordi mensili di 143 euro per i docenti e 107 euro per il personale non docente, con un incremento complessivo del 5,9% sullo stipendio tabellare. Tutte le sei sigle sindacali rappresentative hanno firmato, un’unanimità inusuale. Gli arretrati, stimati in circa 800 euro a dipendente, dovrebbero essere erogati entro l’estate. L’aspetto più significativo dell’accordo, tuttavia, consiste in ciò che ne resta fuori. La quasi totalità delle risorse stanziate è stata destinata alle voci fisse e strutturali della retribuzione: stipendio tabellare e indennità continuative. Nessun meccanismo di premialità individuale, nessun incentivo legato al merito, nessuna differenziazione retributiva fondata sulla qualità dell’insegnamento. Non si tratta di una dimenticanza. E’ il frutto di una scelta politica precisa, condivisa da tutte le organizzazioni sindacali e dall’amministrazione (a dispetto del pomposo cambio di nome che ha istituito il Ministero dell’Istruzione e del Merito): l’appiattimento… “.

E’ verissimo. Ma la domanda è: perché il governo Meloni è contrario a premiare l’eccellenza e il Merito? Orbene, gli ordo-liberali ignorano che “le idee hanno conseguenze” per parafrasare Friedrich Hayek: il mondo non è governato (soltanto) dagli interessi. La risposta è, perché Giorgia senza Soros è pregiudizialmente ostile alla spesa in disavanzo. L’argomento in questione, non a caso, è stato trattato sullo stesso numero di “Affari e Finanza”, ottimamente diretta da Walter Galbiati, nell’analisi di Valentina Conte “Il Primo maggio dei contratti “pirata”:

“Un “pagherò” sul futuro per coprire un presente di scontro totale. La strategia del governo Meloni per il prossimo Primo maggio prende forma in una bozza di decreto legislativo in sedici articoli che
“Repubblica” (il virgolettato è di chi scrive, ndr) ha potuto visionare. E’ un testo che, per ora, va maneggiato con la prudenza che si deve ai documenti ancora suscettibili di limature, ma che già oggi appare come il tentativo di comporre un puzzle impossibile: dare una risposta al lavoro povero senza scontentare le sigle sindacali amiche, ma finendo per irritare tutti gli altri. Giovedì (9 aprile 2026, ndr) in Parlamento, la premier Giorgia Meloni è stata chiara: “In vista della Festa dei lavoratori vareremo ulteriori regole per combattere il lavoro povero, rafforzando i diritti attraverso la contrattazione collettiva”. Dietro questa formula rassicurante si nasconde però un caos normativo e politico che dura da giorni. Il nodo resta la traduzione pratica di quel salario “giusto ed equo” previsto dalla delega di settembre. Nella bozza, la definizione di salario minimo meloniano è talmente larga da risultare opaca: la retribuzione è quella stabilita dalla contrattazione “negoziata tra datori e organizzazioni di lavoratori”. Una dicitura che omette l’aggettivo chiave – “maggiormente rappresentativi” – e che rischia di spalancare le porte del diritto ai contratta “pirata”, quelli firmati da sigle fantasma che garantiscono paghe da fame… “.

Perché – ecco il punctum dolens – il governo Meloni è contrario ideologicamente all’introduzione del “salario minimo legale” come lo era Mario Draghi nel luglio 2022, a costo di provocare la caduta del suo governo. Osserva puntualmente la reporter Valentina Conte, che il malumore è anche nella business community; a onor del vero, come emerge dall’opera magistrale di Sergio Cusani “Il colpevole. Serafino Ferruzzi. Raul Gardini. La maxitangente. I potenti visti da vicino”, sindacalismo e business s’incontrano:

“Il malumore non è solo sindacale. Il fronte della “buona contrattazione” vede schierate anche le imprese. Confindustria, Confcommercio e Confesercenti sono arrivate a boicottare i tavoli del ministero del Lavoro pur di non sedersi accanto a organizzazioni che firmano accordi al ribasso. Un cortocircuito che ha costretto la ministra Marina Calderone a cancellare le convocazioni. Ma la vera sorpresa della bozza visionata da “Repubblica” (il virgolettato è di chi scrive, ndr) riguarda le coperture. Il decreto somiglia a una mezza manovra di bilancio anticipata, ma con una particolarità: è un decreto senza denari immediati. Ben otto bonus tra vecchi e nuovi vengono resi strutturali, dai premi di produttività detassati al welfare aziendale, ma i finanziamenti sono rimandati alla legge di bilancio 2027 e ai “successivi” provvedimenti di finanza pubblica”. Si promette oggi quello che si pagherà tra un anno o due… “.

Ma, come osserva contrariato Andrea Garnero, economista Ocse, il governo Meloni ignora la realtà: “… La realtà è che le retribuzioni italiane sono sotto del 6,8% rispetto al 2021. Le famiglie hanno tenuto, ma lavorando di più: di fatto quasi venti giorni “gratis” all’anno per guadagnare uguale. Se la guerra spingesse di nuovo l’inflazione, stavolta non avremmo paracadute. Non potremo più compensare con un aumento delle ore di lavoro”.
Lo Stato deve intervenire, introducendo il salario minimo che il professor Ezio Tarantelli assassinato dalle Brigate Rosse tentò di varare. I terroristi uccisero Tarantelli a colpi di mitraglia denigrando il Massachusetts Institute of Technology: sapevano bene che la proposta Tarantelli favoriva il libero mercato, sbloccando l’ascensore sociale.
A proposito delle misure di governo della Melonomics, rileva Valentina Conte: “… Se un contratto scade e non viene siglato il rinnovo entro sei mesi, scatta un’indennità automatica pari al 30% dell’inflazione programmata, che sale al 60% dopo un anno di vacanze. Un cerotto che difficilmente basterà a sanare la ferita aperta con Cgil, Cisl e Uil… “.

Orbene, sono prove tecniche della scala mobile: bisogna indicizzare i salari all’inflazione. Ma né Draghi né Giorgia Meloni la vogliono.
E qui, occorre un po’ di Storia: nel 1975 il cosiddetto accordo tra Gianni Agnelli e Luciano Lama
provocò l’inflazione a due cifre; nel giugno dell’84 il governo Craxi vinse la battaglia pro referendum
per l’abrogazione della scala mobile, che però vide il suo promotore Ezio Tarantelli distanziarsi dal Primo Ministro in quota Garofano votando NO perché l’archiviazione della scala mobile non era stata affiancata dal salario minimo. Craxi era ostile a Keynes, con l’arroganza del decisionismo e se era contrario allo “Stato minimo”, favoriva gli accordi di cartello nel quadro di Tangentopoli con tanti saluti al free trade. Oggi, le mutate condizioni societarie esigono un ritorno allo scenario “a-ideologico” tratteggiato dal cosmopolita Tarantelli: vedete che dobbiamo tenere conto della “riflessività” dei fenomeni interna all’economia, senza presentare la teoria di volta in volta esposta in termini di equilibrio?
La conclusione rassegnata dall’analista Conte in relazione alla miopia dell’ideologia nell’economia di Giorgia senza Soros è perfetta:
“Se la filosofia del governo è quella di delegare ai privati la definizione della paga minima, il rischio è che, senza paletti sulla rappresentanza, la “competizione” evocata da Durigon diventi una corsa al ribasso. Il clima sociale è ai minimi termini. Il Primo maggio del governo rischia di nascere sotto il segno di una tregua finita e di una pioggia di promesse tutte da finanziare.”

Situazione sociale potenzialmente esplosiva, con l’orizzonte della povertà o la povertà dell’orizzonte. Vorrei tornare sulla questione aperta da De Nicola nella rubrica “La mano visibile” (il titolo è bellissimo), in un senso diverso dall’impostazione ordo-liberale: la spesa in disavanzo è intrinsecamente collegata al merito, e ve ne fornisco la “probatio diabolica”. Su “Ti consiglio un lavoro”, è uscito un bell’articolo di Laura Guadalupi, giornalista, esperta di lavoro pubblico e formazione:

“E’ stato indetto il bando della seconda edizione del Master gratuito in sceneggiatura cinematografica realizzato nell’ambito del progetto Cinecittà. Le lezioni si svolgeranno a Roma nel fine settimana. Per iscriversi c’è tempo fino al 18 maggio 2026. Ecco tutte le informazioni utili sul master per diventare sceneggiatori. Master gratis in sceneggiatura cinematografica Cinecittà Spa, nell’ambito del Progetto Cinecittà, intende selezionare 18 candidati per il Master in sceneggiatura cinematografica: Ideare, Scrivere, Trasformare: Il Racconto Per Immagini – II edizione, un progetto gratuito in quanto finanziato dall’Unione europea – Next Generation EU.
Il percorso vuole fornire agli allievi gli strumenti teorici e pratici per affrontare la scrittura cinematografica, dalla costruzione della scena alla definizione dei personaggi, con un focus sulla trasformazione narrativa e visiva di un testo letterario. Il master è finalizzato a far comprendere il linguaggio cinematografico, apprendere i modelli narrativi fondamentali e costruire personaggi complessi e credibili.
Requisiti e selezione dei candidati.
Cinecittà Spa seleziona candidati in possesso dei seguenti requisiti obbligatori: 1.
età superiore ai 18 anni; 2. possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado alla data di sottoscrizione della candidatura; 3. Conoscenza della lingua italiana. L’iter selettivo da superare per accedere al master prevede: 1 prima fase: domanda di ammissione e compilazione di un elaborato scritto dove indicare le proprie motivazioni, attitudini, interessi e obiettivi di carriera a lungo termine nel settore di riferimento; 2. seconda fase: valutazione della domanda presentata. In seguito alla verifica sul possesso dei requisiti, una Commissione valuterà la documentazione e l’elaborato scritto per selezionare i candidati da ammettere alla III fase selettiva; terza fase: colloqui. SEDE E E DURATA DEL MASTER, ATTESTATO FINALE
Il corso di formazione professionale si terrà a Roma nella sede di Accademia Molly Bloom in via Flaminia n.19 giugno 2026 per una durata di 60 ore, con frequenza il venerdì in orario 15.00-19.00 e il sabato in orario 15.00 14.00-17.00 (più che “countdown” del Pnrr, è l’incontro erotico tra Keynes e Friedman!, ndr). Gli allievi che avranno frequentato almeno l’80% del monte ore del master e che avranno superato le prove d’esame riceveranno un attestato di frequenza, con messa in trasparenza delle competenze acquisite. La domanda di ammissione al master in
sceneggiatura cinematografica a Roma deve essere presentata entro le ore 12.00 del 18 maggio 2026 mediante registrazione alla piattaforma telematica accessibile da questa pagina (dell’articolo, ndr). Ogni domanda deve essere corredata da: 1. un sintetico curriculum vitae formativo/professionale contenente comprovate esperienze formative e/o lavorative pregresse redatto in lingua italiana firmato e completo dell’autorizzazione al trattamento dei dati personali; documento di identità, in corso di validità; 3. dossier: il candidato deve presentare una scena originale (massimo 3 pagine di sceneggiatura), che abbia come tema: “La scoperta di un segreto”… “.

Se è vero che Indro Montanelli aveva detto che “In Italia si perdona tutto fuorché il successo tranne quando è immeritato”, questo è l’inizio di un approccio anglosassone e il countdown del Pnrr apre a Keynes. “Nihil nimis”, caro De Nicola. Keynes è stato l’erede di Adam Smith, al prezzo della vita.
Sbagliò a presentare la sua teoria in termini di equilibrio.

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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