“Quando Ponzio Pilato chiese a Gesù cosa fosse la verità, lui non rispose”
Giulio Andreotti
Quella del Nikita Krusciov della magistratura italiana è stata una mossa alla Steve Pieczenick, cioè – tanto per esser chiari – come la fabbricazione del falso comunicato n.7 delle Brigate Rosse che indicava il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel Lago della Duchessa: Moro doveva morire, Gardini doveva morire. Istigazione all’omicidio nel primo caso, istigazione al suicidio nel secondo.
Siamo tra le matrioske di un cold case – ne pulisci una, ne emerge un’altra…
Il maggiore avversario del ravennate Raul era Giulio Andreotti, che era a rischio manette. E perciò si è servito dell’ambiente criminogeno di Licio Gelli per fare scacco matto al Corsaro dal volto tremebondo (vedi Piero Ottone), l’Howard Hunt italiano: pallidi figuranti nel crepuscolo dell’Occidente secondo Spengler. Una pedina di questo disegno criminogeno era il carabiniere che passava le notizie alla stampa, in barba al segreto istruttorio.
Siamo tra i labirinti di Pirandello. Così è se vi pare. Il Gobbo e Di Pietro rivaleggiavano in parità nella Fiera della Vanità, come in una sceneggiatura di Martin Scorsese.
Il giocatore più abile dell’erede di Serafino Ferruzzi – Gardini era un gambler in senso tecnico, “pokerista all’ultimo stadio” lo ha definito brillantemente Carlo Sama – era sotto ricatto da parte del sistema criminale di Gelli per l’ambigua collaborazione dello stesso Licio Gelli con la Procura di Milano il 10 febbraio 1993, in merito alla sua “dichiarazione spontanea” sul Conto Protezione del Banco Ambrosiano: 7 milioni di dollari di finanziamento illecito al Psi di Craxi e Martelli. Si tratta di un capolavoro dell’imbroglio di cui ha ampiamente reso il Proc. Nr. 11719/12 R.G.N.R.DDA Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo Al Signor Giudice della Udienza Preliminare Dott. Piergiorgio Morosini, se è vero che Gelli era un genio del male. L’apparizione del Venerabile Gran Maestro alla Procura di Milano “reo confesso” – o confessare il reato per commetterne un altro – è stata una covert action al coperto della asseritamente valida “obbligatorietà dell’azione penale” a 360 gradi (non si può non procedere in luogo della notizia di reato), per provocare la destituzione politica per via giudiziaria dell’allora Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli così da ottenere la revoca del 41-bis a 480 boss mafiosi, come da “papello” di Totò Riina. Missione compiuta. O delitto perfetto.
Il punto è che la “notitia criminis” non è universalmente valida, e Soros come allievo geniale di Karl Popper lo ha capito meglio di altri; se si porta l’obbligatorietà dell’azione penale al “punto di equilibrio”, si favorisce il crimine. La separazione delle carriere può deideologizzare l’attuazione dell’art. 112 Cost., in termini di “giusto processo” (che guarda caso è nell’art. 111).
Di Pietro, in un passaggio già riportato dell’intervista di Susanna Turco del febbraio 2020, è quasi disarmante nella sua ingenuità che poi è l’ingrediente di una inaspettata cattiveria senza pietas: mai sottovalutarlo; è un giocatore imbattibile, che diventa pericoloso nel momento in cui è in difficoltà: “… Se mi fossi dimesso (da toga, ndr) sarei stato arrestato, perché le accuse fatte nei miei confronti lo prevedevano obbligatoriamente: c’era il concreto pericolo di inquinamento delle prove, finchè ero magistrato. Dunque a Brescia avrebbero potuto arrestarmi… “.
Gli uomini del clan “cleptocratico” di Licio Gelli, nomen omen, lo sapevano bene. Perché basavano e basano il loro potere sul ricatto, e sull’offerta del Padrino: lo spiegò bene il capo della P2 a Indro Montanelli che era alla ricerca di finanziamenti per Il Giornale, “E’ soltanto una questione di prezzo”. Poi arrivò Berlusconi, e Montanelli non ebbe bisogno di Gelli.
C’è un altro passaggio dell’intervista a Di Pietro, che fa venire i brividi: “… L’errore è stato commesso a mio avviso a Palermo. Due volte. Il primo errore lo commette l’ex procuratore aggiunto Giammanco, quando chiude a chiave in un cassetto del suo ufficio il dossier del Ros del 1991. Il secondo errore lo commetto io, quando mi lascio convincere a trasferire gli atti riguardanti le vicende mafiose a Palermo per competenza territoriale”.
“E come?”
“Perché a Palermo, nonostante gli ottimi rapporti con il procuratore Caselli e alcuni sostituti come Ingroia, c’erano altri sostituti nel pool, un altro ambiente, di cui il Ros di De Donno evidentemente si fidava poco (era l’ambiente di Scarpinato, ndr). Quindi un bel giorno l’allora capitano mi porta a Regina Coeli, a parlare con l’ex capo area della Rizzani De Eccher in Sicilia, Giuseppe Li Pera. Il quale mi tira fuori Filippo Salamone. A quel punto, mentre discutiamo su chi deve procedere, arrivano i dossieraggi a Brescia e io sono costretto a dimettermi. In pratica quando il fascicolo riguardante Filippo Salamone arriva a Palermo, egli riesce subito a patteggiare, previa derubricazione della associazione a delinquere a stampo mafioso con quella semplice. Resta il fatto che il mandante dell’azione di dossieraggio nei miei confronti manca”.
“E lei sa chi è?”
“Certo. Più esattamente: non lo so, me lo doveva dire Gardini… “.
Il mandante del dossieraggio era Roberto Scarpinato, che Giovanni Falcone a Liana Milella in una conversazione riservata ha indicato come l’autore degli “arresti farsa” in materia di “Mafia-appalti”. A non piangere la morte di Gardini, è stato anche Scarpinato.
Nel dicembre del 2023, audito in Commissione Antimafia, Antonio Di Pietro è stato minacciato dal senatore Scarpinato: se tu parli tout court dell’insabbiamento di “Mafia-Appalti”, io tiro fuori la vicenda del “Conto Protezione”. Tonino il molisano ha raccolto l’invito, salvo poi citare Scarpinato senza nominarlo durante l’intervista di Peter Gomez del febbraio 2024 per “La Confessione” godibile su Raiplay. Se Scarpinato con le sue sembianze mefistofeliche è l’anti-Stato dentro lo Stato, è abilissimo a sintonizzarsi con la “democrazia dell’applauso” e ha utilizzato la “sospensione dell’incredulità” secondo Sharon Stone in Basic Instinct durante la conferenza stampa organizzata dai Cinque Stelle con Cafiero de Raho e Giuseppe Conte: mescolare il falso al vero, in relazione alle dichiarazioni di Mario Mori in Commissione antimafia. Un comportamento geniale in senso criminoso: parliamo di un attore in servizio permanente effettivo, comunicatore di consumata abilità, il cui figlio fa l’attore.
Andreotti-Di Pietro-Gardini-Montedison-Ferruzzi-Enimont. La caduta di un impero. La caduta di una repubblica. Forse è stato questo l’inizio della fine dell’Italia. C’è un rilievo da fare che rientra nella cosiddetta “autopsia psicologica”, che è più di moda nei paesi anglosassoni: il Divo era la maschera di Giulio Andreotti, e il suicidio di Gardini serviva a mantenerla intatta conservando il mito: la “liaison dangereuse” tra persona e personaggio non moriva. Per sua fortuna, e per disgrazia del nostro Paese. A Moro non è andata altrettanto bene. Neanche a Bettino Craxi, che perse il suo personaggio nel “ritiro autistico” ad Hammamet ben reso sullo schermo da Pierfrancesco Favino.
Ma, come avrebbe detto il diretto interessato, “Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve neanche confessarla a se stesso, perché non bisogna mai lasciare tracce”.
Giulio non lo sapeva, ma era la confessione del “diniego” in modo più brillante di come Umberto Galimberti ne ha spiegato il significato nel dizionario della Treccani.
di Alexander Bush


