FREUD VA RIVISTO, CARO RECALCATI: LA REALTA’ ESISTE

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Di Alexander Bush<⁄em>

“… Vale la pena di osservare che sia Marx sia Freud sostennero a spada tratta lo
statuto scientifico delle loro teorie e fondarono molte delle loro conclusioni proprio
sull’autorità che traevano dalla “scienza”… Gli scienziati sociali si sono
effettivamente dati un gran da fare per imitare le scienze naturali, ma i loro
successi brillano per scarsezza. Spesso i loro sforzi producono poco più che una
parodia delle scienze naturali… “
George Soros, “2. CRITICA DELL’ECONOMIA”, “La crisi del capitalismo globale”

Kant oggi non avrebbe la vita facile. Ma neanche Sigmund Freud.
La realtà esiste, ma è una considerazione che gode di statuto a-scientifico. Tuttavia l’assunto della riflessività secondo George Soros, un genio simpatico, non è universalmente valido come ho già avuto modo di scrivere: il pensiero può modificare positivamente alcune “realtà oggettive” prevenendo crisi sociali, finanziarie e politiche, ma non può incidere in altre; tanto per fare un esempio, si potrebbe prevenire la grave recessione che è dietro l’angolo dopo la chiusura dello stretto di Hormuz con la sospensione del Patto di Stabilità che è inferiore per importanza alla realtà (Hanta-virus lo ha picconato sine die), ma la teoria della riflessività deve fare i conti invece con la decadenza “organicista” della civiltà occidentale secondo Oswald Spengler che Soros non contemplava al suo orizzonte all’insegna del “nihil nimis” di Seneca: non è possibile avere ragione delle proprie asserzioni nelle scienze umanistiche. Probabilmente neanche in matematica (vedi Albert Einstein e John Nash). Cioè la teoria della relatività e l’“equilibrio di Nash” non possono essere portate al punto di equilibrio: non sono vere tout court. Recentemente ho finito di leggere l’instant book di Antonio Di Pietro “La Giustizia vista da vicino”, davvero brillante: probabilmente, molte delle tesi sostenute con la genialità dell’autore – un “cavallo brado”, disse di lui Indro Montanelli – non sono né vere né false. Non ho dubbi che gli Epstein files, materia per un cold case e un case study, rappresentino la sconfessione definitiva del mito dell’Esprit de Lois.
Né la psicologia né l’economia sono discipline scientifiche, ma filosofiche e – a scanso di equivoci – non esiste l’accesso alla verità ultima, per quanto l’ordo-liberale Carlo Cottarelli si ostini ad affermare il contrario. E non solo lui.
Ve ne fornisco la “probatio diabolica”: Sigmund Freud, che possiamo considerare un predecessore di Soros meno umile e dal tratto diabolico (arrivò ad istigare al suicidio l’ex allievo prediletto Viktor Tausk che aveva sostenuto “l’anti-Edipo”), aveva commesso l’errore di portare la teoria dell’inconscio al punto di equilibrio, ma la cosiddetta “sindrome del beneficiato” non è universalmente valida poiché è inferiore alla realtà; ve lo dimostro immediatamente ancorchè in termini a-scientifici (come si fa a dimostrare che la realtà esiste?), anche se Massimo Recalcati ignora deliberatamente nelle sue pubblicazioni (accademiche, non scientifiche!) che l’inconscio non è la realtà. Sarò più “pratico” di quanto crediate. Dall’articolo di Serena Riformato per “la Repubblica” del 23 aprile 2026 “Il piano per l’Africa intitolato a Mattei, la scelta del governo fa litigare gli eredi”, apprendo:

“Questo governo è scandaloso, aberrante, io non cerco né pubblicità né visibilità, ho fatto quello che sentivo di dover fare”. Al telefono da una località lontana fuori dall’Italia, Pietro Mattei conferma che si, è tutto vero ed è solo “il primo passo”: non solo, come ha svelato “la Stampa” (il virgolettato è di chi scrive, ndr), ha diffidato palazzo Chigi perché non utilizzi il cognome di suo zio Enrico, partigiano e fondatore dell’Eni, per il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa. Andrà fino in fondo: “Se continuano a non chiamarlo così, sono pronto a fare causa: ci sono le leggi che tutelano i cognomi delle persone, deciderà il giudice”. Perché non voglia accostare il suo illustre antenato all’operato di questa destra, Pietro Mattei lo spiega senza sfumatura: “Tutte le loro politiche sono in antitesi con la vita e il lavoro di mio zio. Questi lasciano morire la gente in mare, impediscono i soccorsi. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è un’altra: “Non sono stati in grado di dire niente sul
genocidio a Gaza, è uno schifo”. E poi, dice Mattei junior, “finora, associandosi a Trump, hanno contribuito a creare un futuro incerto per il mondo”. Dunque no, il cosiddetto Piano Mattei per l’Africa – “un contenitore vuoto” – non può, secondo il nipote, portare il nome del dirigente morto nel 1962 in un misterioso incidente aereo. E tuttavia, chiede, “non si dica che è un’iniziativa della famiglia, lo faccio a titolo personale, i miei parenti mi hanno chiamato per lamentarsi”… “.

Ora, Pietro Mattei avrà pure la “sindrome del beneficiato”, ma è vero che il governo Meloni impedisce i soccorsi in mare. Vedete, la realtà supera per importanza l’assunto dell’inconscio (sic!). Porto alla vostra attenzione un altro esempio con il contributo analitico di Guidoriccio da Fogliano: Elon Musk elargì copiosi finanziamenti al tycoon Trump per ingraziarselo, ma The Donald – nomen omen – da Presidente tagliò i sussidi federali alle sue aziende con la scure del “One big beautiful Bill”: tuttavia, Trump non avrebbe potuto riservare un trattamento di favore a Musk usando il debito pubblico a vantaggio di Tesla, ed escludendo dai benefici statali gli altri imprenditori. Il popolo Maga avrebbe protestato. Ecco – in sintesi – perché Freud non teneva conto che la realtà non può essere ridotta alla ragione. C’è infine un altro caso interessante: i giudici fatti arrivare da Trump alla Corte Suprema hanno poi bocciato tout court la sua politica sui dazi: ci sarà stata all’opera la “sindrome del beneficiato”, ma il Liberation day non tiene conto della realtà riprogettandola con il trucco dell’ideologia e il commander in chief è stato censurato per aver bypassato il Congresso.
Ora, vi racconto un episodio personale di ormai qualche anno fa, guardando la mia giovane vita in “slow motion”, sotto un cielo cinereo, domenica 10 maggio 2026, che sovrasta la Liguria: era il 25 maggio 2017 e avevo un appuntamento con una psicologa clinica che si chiamava Dada (non ne ho mai saputo il cognome), una bellissima donna mora sui cinquanta conosciuta in treno mentre mi recavo a Roma qualche mese prima, al bar ristorante “Cambi” a Genova. Mi recai all’incontro con la consueta puntualità, avevo con me un ombrello (giunto alla meta, aveva nel frattempo smesso di piovere); purtroppo la conversazione che durò un’ora e mezza, impressionò negativamente la psicologa, la quale scomparve in seguito, forse perché non ero in forma e – sia detto di passata – purtroppo non sempre mi sono comportato come un vincente nella vita (sic!); ricordo che, la femme fatal calabrese che aveva tre lauree (ma intelligenza e cultura sono due cose diverse), mi disse: “Hai l’ombrello perché devi proteggerti”. Tradotto: lei riconduceva la presenza dell’ombrello all’inconscio. Errore nella logica o nella psico-logia: Dada portava l’assunto dell’inconscio al “punto di equilibrio”, ma non si rendeva conto che io l’avevo portato sic et simpliciter perché pioveva = “realtà oggettiva”. Orbene, l’episodio in questione si collega ad un testo che ha una certa importanza nella mia vita; si tratta di un’opera magistrale – che va al di là del bello e del brutto –, e di un libro che anche un’utilità pratica (sic!), “Il romanzo di Sigmund Freud. Le passioni della mente” di Irving Stone. Quando lessi il dialogo nel senso dell’antagonismo teoretico tra Freud e il direttore della Salpetriere a Parigi Jean Martin Charcot sullo sfondo della scoperta dell’inconscio (altra cosa rispetto alla teoria dell’inconscio) – correva l’estate del 2021 – mi accorsi nell’immediatezza che Charcot e il medico di Vienna rivaleggiavano in parità: avevano un po’ di ragione tutti e due, e tutti e due un po’ di torto; nessuno dei due aveva ragione contro l’altro.
Orbene, se è vero che io sono uno scrittore mediocre – ma “la consapevolezza dei propri limiti è auto-invalidante”, come ha scritto Soros, e Mario Puzo reinventò la sua mediocrità nel capolavoro “Il Padrino” –, riporto marginalmente i dialoghi scritti dall’elegante uomo di lettere con la fantasia dell’artista Irving Stone, aggiungendovi solo un elemento: lo psichiatra viennese formatosi all’Allgemein Krankenhaus non commetteva il passo successivo, cioè ammettere che la realtà esiste. Un riconoscimento che sta alla base della Fallibilità radicale e della teoria della riflessività, che Soros ha avuto l’umiltà di ammettere che non godono di statuto scientifico.
E’ nei cosiddetti “stati misti” – quelli più pericolosi, tra gli alti e i bassi dell’umore – che Sigmund
Freud svilupperà la teoria dell’inconscio destinata a rivoluzionare gli assetti della psichiatria europea. Grazie a questo stesso fatto, egli da analista fu in grado – cioè grazie alla “proiezione” che gli psicologi di tutto il mondo schiacciano sul “punto di equilibrio”, ma la proiezione non è la realtà –, di comprendere che depressione e mania hanno lo stesso contenuto; lo verificherà lo stesso Sigmund durante la costruzione della teoria psicanalitica. Stati misti e accesso alla verità s’incontrano, ma è una considerazione “a-scientifica”: è pericoloso trovarsi in questa situazione, e lo si può pagare con la vita. Il rischio è quello di accorgersi di non avere ragione, rivolgendo verso se stessi pulsioni aggressive; Keynes morì per consunzione, tentando di avere “ragione” della teoria del deficit spending che era stata brillantemente criticata dal collega Milton Friedman: se avesse tenuto conto della riflessività dei fenomeni interna all’economia, sarebbe vissuto ancora a lungo? Mi piacerebbe parlarne con Guido Maria Brera. Le parole di Stone collegano la letteratura al programma delle fondazioni per la Società Aperta, Opening Society: 1) La crisi depressiva di Sigmund:

“… gli editori delle lezioni di Charcot in lingua tedesca, che inizialmente avevano acconsentito a corrispondergli quattrocento gulden per il suo lavoro, gli mandarono un estratto in cui il suo compenso era abbassato a trecento. Non si trattava certo d’una perdita enorme; ma egli aveva calcolato le sue spese a Parigi fino all’ultimo franco, e ora si rendeva conto che non avrebbe potuto far fronte a tutto. Lo umiliava la necessità di dovere ancora una volta ricorrere a Josef Breuer per un prestito, lo irritava la slealtà degli editori, lo deprimeva il pensiero di dover confessare a Martha (Barnays, ndr) la sua mancanza di senso degli affari. Ma anche così a corto di quattrini, andò a comprarsi un dinamometro per studiare il proprio stato nervoso e formulare per se stesso le opportune prescrizioni. In questa situazione, scrisse a Martha una lunga lettera, in cui analizzava la propria natura e il proprio carattere con uno spirito penetrante e a volte mordace… La depressione e la stanchezza che lo affliggevano erano la conseguenza di tutto il lavoro e le preoccupazioni di questi ultimi anni. Aveva tante volte criticato ferocemente lei, ma ora si rendeva conto che la voleva così come era, mentre in cambio avrebbe volentieri fatto a pezzi se stesso!
Sapeva da lungo tempo di non possedere la minima scintilla di genio, anzi non capiva nemmeno perché si ostinasse a ritenersi pieno di talento; se riusciva a lavorare in modo così disciplinato, era soltanto perché non aveva debolezze intellettuali. In condizioni ideali, avrebbe potuto eguagliare la riuscita di Nothnagel o addirittura di Charcot; ma siccome le circostanze erano così sfavorevoli, doveva accontentarsi della mediocrità… Prodigiosamente la sua nevrastenia svaniva quando egli si trovava con lei: bisognava dunque che cercasse subito di guadagnare i tremila gulden che gli avrebbero dato la possibilità di sposarsi”.
Dicevamo in premessa: depressione e mania hanno lo stesso contenuto. Ma non solo: la mediocrità è parte della genialità; a unirle è il “diniego”. Freud è sofferente, segnato dalla “sindrome dell’impostore”, ma nello stesso tempo deve emanciparsi vittoriosamente dalle frustrazioni che lo affliggono: e in questa “liaison dangereuse” tra la frustrazione e l’ipomania – la stessa che affliggerà Silvio Berlusconi nel 1993 prima della “discesa in campo” con Forza Italia –, gli balena un’idea. Senza sapere che non aveva né ragione né torto. Ma, come ha detto Giulio Andreotti, “Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve neanche confessarla a se stesso, perché non bisogna mai lasciare tracce” (il diniego agiva in Andreotti):

“Ultima settimana di febbraio, ultima settimana a Parigi (prima di fare ritorno a Vienna, v. “Un provinciale a Parigi”, ndr). Gli balenò un’idea, per mettere a fuoco i risultati dell’esperienza da lui compiuta alla Salpetriere: scrivere una monografia che avesse come tema un confronto tra la sintomatologia isterica e quella organica. Stese alcune note preparatorie, nelle quali definiva “organica” ogni lesione fisica della struttura spinale o cerebrale, e “isterica” una paralisi che era la manifestazione di un’idea, anziché di un danno somatico o di guasti prodotti da una malattia.
Mirava a stabilire se le due differenti origini delle paralisi – l’una fisica, l’altra mentale – determinassero differenze nella natura delle paralisi stesse. Sperava di riuscire a rendere chiari tre
punti: 1) che una paralisi isterica poteva essere limitata a una parte del corpo, per esempio a un braccio, senza che le altre ne fossero colpite, mentre una paralisi organica, dovuta a una malattia del cervello, tendeva abitualmente a estendersi; 2) che nella paralisi isterica erano già pronunciate le alterazioni sensorie, nella paralisi cerebrale quelle motorie; 3) che la distribuzione dei mutamenti motori nella paralisi cerebrale si potevano spiegare e capire in termini d’anatomia. L’isteria invece, nella paralisi e nelle altre sue manifestazioni, si comportava come se l’anatomia non esistesse!
Derivava le sue alterazioni da idee, da osservazioni, dall’immaginazione. Ed egli voleva dimostrare che nell’isterismo la paralisi si produceva in conformità al concetto che il paziente aveva dei limiti di essa. Espose queste idee in una lettera a Charcot. Ma esitava a consegnargliela. “So”, scrisse a Martha, “che con questa lettera rischio molto, perché a Charcot non garba la gente che si fa avanti con qualche idea acuta”.
Charcot era convinto che la paralisi isterica derivasse da una lesione, anche lieve, prodottasi nel sistema nervoso; e sosteneva che le guarigioni – come nel caso di Porcz e in quello di Lyons – avvenivano quando nel paziente insorgeva un’emozione così forte da sopraffare o guarire la lesione stessa. Sigmund era giunto a dubitare di questa teoria, perché nessuno mai trovato una lesione in un paralitico isterico, vivo o morto che fosse. La lesione era dunque nelle idee della mente. Se la medicina deve rimanere una scienza esatta, non dobbiamo restare fermi su una congettura. Dobbiamo imparare come mai la mente umana possa anestetizzare a tal segno una spalla o una gamba d’un paziente da renderle insensibili alla trafittura d’un ago o alla fiamma d’una candela. Se io ho ragione nel pensare che sia il cervello umano a operare questo fatto incredibile, ne deriva che esso è il più potente meccanismo, il più ricco di risorse, che esista sulla faccia della terra.”
“Ma, Sig, le idee non si vedono. Il lavoro che abbiamo compiuto qui ci dimostra che il paziente non si rende mai conto di ciò che avviene in lui. Come potremo noi scoprirlo?”.
… “Credo che dovremo fare della psicologia una scienza, se una tale impresa è realizzabile. Intanto, che ne dici? L’idea merita che io consegni la lettera a Charcot?” (Freud non sapeva che questa idea sarebbe stata messa in discussione da Soros nel suo libro “La crisi del capitalismo globale” distanziandosi da Popper, edito da Ponte alle Grazie, ndr)
“Siamo senz’altro di fronte a un valido campo di ricerche”.
Il pomeriggio seguente Sigmund collocò la lettera sulla scrivania di Charcot. Questi lo fece chiamare. Lo invitò a sedersi e prese tra le mani la lettera, che doveva aver letto parecchie volte.
“Monsieur Freud, le idee qui esposte non sono da buttar via. Io personalmente non posso accettare né il vostro ragionamento, né le vostre conclusioni; ma non intendo nemmeno contraddirli. Penso che valgo la pena di lavorarci su”.
“La vostra approvazione mi procura un grande piacere, Monsieur Charcot”.
“No, no, niente approvazione. E’ un semplice consenso. Quando disporrete di tutti gli elementi necessari, scrivete una relazione e mandatela qui a me. La pubblicherò nei miei Archives de Neurologie”.

Sigmund era un temperamento ipomaniaco, non bipolare: approfitto dell’occasione, per notare che c’era un errore nella teoria del professor Giovanni Battista Cassano che universalizzava la rivelazione del nesso tra disturbo bipolare e successo, ma Liliana Dell’Osso ha definito addirittura falsa l’ipotesi del predecessore alla guida della Clinica psichiatrica di Pisa. Eppure, nessuno dei due tiene conto della teoria della riflessività; personalmente registro che l’ambiente accademico di Pisa non è la Salpetriere, ma purtroppo l’Italia non è al livello della Francia mentre l’orologio della Storia va all’indietro d’un secolo, ed è possibile l’abrogazione della legge 180 del 13 maggio 1978 che chiudeva i manicomi (Franco Basaglia non aveva ragione tout court versus Bruno Orsini, che infatti volle tenere aperte gli ospedali psichiatrici). La realtà confermava il ragionamento di Orsini: Aldo Moro sarebbe stato il paziente zero della legge Basaglia, se fosse rimasto in vita, avendo dato in uno stato di sofferenza prostrante il suo appoggio al Piano Viktor: ricovero in regime di TSO. Moro era sofferente di ciclotimia che lo portò poi all’eliminazione da parte delle Br, Cossiga durante il rapimento e l’uccisione di Moro ebbe un crollo bipolare: segno che non tutto il lavoro di Cassano è demonizzabile in blocco, ed anzi, esiste un rapporto tra il bipolarismo e la leadership politica che però non può essere portato al punto di equilibrio.
Ps – Nelle altalene tra la disperazione e l’euforia, S. F. aveva successo.
Resta irrisolta la questione di fondo: se il “diniego” si nutre in quanto tale di uno spessore di negazione. Noi inseguiamo la realtà con l’illusione della ragione, ma essa è sempre più complessa dell’interpretazione che ne diamo
(fine I parte)

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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