Di Alexander Bush<⁄em>
“… Riconoscere i limiti delle scienze sociali non significa che dobbiamo abbandonare la ricerca
della verità nello studio dei fenomeni sociali. Significa soltanto che la ricerca della verità ci impone
di riconoscere che alcuni aspetti del comportamento umano non sono governati da leggi
valide fuori del tempo… “
George Soros, “La crisi del capitalismo globale”
Personalmente, trovo in larga parte condivisibile l’analisi di Massimo Recalcati “La manipolazione delle masse” del 7 aprile 2026 su “la Repubblica” ancorchè priva del “nihil nimis”: porta l’assunto dell’inconscio al punto di equilibrio; ci sono gli echi di Spengler, con i colori della decadenza che anticipa una violenza già conosciuta e che avrà la sua sintesi nell’ora più buia dei totalitarismi, mentre la Biennale di Venezia ricorda “l’autobiografia di una Nazione”:
“Il nome di Gustave Le Bon attraversa sotterraneamente tutto il Novecento. In particolare, la sua “Psicologia delle folle” (il virgolettato è di chi scrive, ndr), pubblicata nel 1895, costituisce infatti uno degli sfondi teorici fondamentali della “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (il virgolettato è di chi scrive, ndr) di Freud. Lo stesso Mussolini riconobbe apertamente il proprio debito nei confronti di quel testo cogliendo nella sua riflessione una chiave decisiva per comprendere la forza politico-emotiva della massa. L’intuizione principale di Le Bon consiste nel pensare alla massa non come alla somma di individui ma come un vero e proprio fenomeno collettivo. La massa cancella innanzitutto le individualità singolari offrendo loro l’illusione di un’appartenenza che le libererebbe dall’angoscia che comporta la responsabilità soggettiva.
Non a caso Le Bon evidenzia il carattere fondamentalmente regressivo della massa: le pulsioni più primordiali (violenza, odio, fanatismo, infatuazione, idolatria emotiva) si possono scatenare senza che vi sia mai un vero responsabile. Al centro non c’è la dimensione etica della scelta individuale perché ogni massa si costituisce per “contagio” abbassando la soglia critica del pensiero per intensificare una spinta all’agire irrazionalmente passionale. La massa assorbe le individualità singolari in un soggetto collettivo acefalo che offre ai suoi membri una identità granitica: la cessione della propria libertà individuale ha come contropartita l’assicurazione di una protezione inscalfibile (lo sa bene Trump con gli Epstein files, ndr).
Freud ha radicalizzato l’intuizione di Le Bon mostrando come la massa si organizzi sempre attorno a un processo identificatorio inconscio di tipo verticale: per costituirsi essa ha bisogno di un capo, di un leader autoritario, di una figura capace di occupare il posto del “padre primigenio”…”.
Recalcati ha il merito di farci capire che dobbiamo fare i conti con i dittatori “alla fine della Storia”, per parafrasare Francis Fukuyama: “… La cultura occidentale dominata dalle nuove tecnologie ha dissolto il fenomeno novecentesco della massa come una entità compatta studiato da Le Bon e da Freud. Nondimeno, questa atomizzazione della massa contemporanea deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni, di leader ordalici (Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei) che pretenderebbero di rianimare la vecchia massa identitaria. Da una parte abbiamo allora la massa-sciame che caratterizzerebbe il mondo occidentale nell’epoca del dominio della cultura-social e
dall’altra parte la massa identitaria come ritorno dello spettro totalitario. Il fenomeno della guerra non può, infatti, essere concepito a partire dall’atomizzazione della massa ma solo dal suo compattamento identitario. Si tratta di una medesima spinta a ricompattare l’angoscia collettiva attorno a immagini forti di identità, nazione, nemico, appartenenza.
Siamo dunque davanti a due fenomeni che sembrano antagonisti: da una parte la massa-sciame della cultura digitale occidentale, dall’altra il ritorno della massa identitaria organizzata attorno a leader ordalici. In realtà questi due fenomeni non si escludono: l’atomizzazione neoliberale della massa produce infatti soggetti sempre più esposti all’angoscia, alla precarietà, alla solitudine. Ed è proprio questa fragilità diffusa a rendere possibile il ritorno pulsionale di identificazioni solide. Quanto più il soggetto si sente disperso, tanto più desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo dall’incertezza.
Nell’Europa dominata dall’individualismo neoliberale (che è un neologismo respinto da Alberto Mingardi ed altri, ndr), dall’impero della cultura digitale, dunque dall’atomizzazione rizomatica delle masse, la necessità del riarmo – provocata dall’attuale destabilizzazione dell’ordine geopolitico – appare a molti come un ritorno spettrale del passato. La guerra richiede sempre una costruzione dell’identità collettiva alla quale deve corrispondere l’individuazione di un nemico altrettanto stabile che consenta una saldatura emotiva capace di convertire l’angoscia individuale in una appartenenza fusionale.”
Nell’ultima parte della sua requisitoria freudiana, il professor Recalcati (che però, a onor del vero, ha scritto parole dal valore estetico su Vincent van Gogh), universalizza l’interpretazione dell’inconscio, ma “Rearm Europe” di Ursula von der Leyen è legato al fatto che Putin minaccia di attaccare l’Europa. Tradotto: la necessità del riarmo è legata alle “realtà oggettive”. L’inconscio non è la realtà, caro Recalcati.
Intanto, è cominciata la III guerra.


