Acqui storia: come si demonizza un premio letterario fuori dal coro

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Ci sia consentito un “incipit” tutto d’impeto e che in qualche modo costeggia l’enfasi: noi crediamo nella libertà. E ci prendiamo la libertà di dirlo e di ribadirlo.
Ancora: noi vogliamo la verità. Dichiarazione “bella e impossibile”, dietro cui fa sempre capolino un Ponzio Pilato che chiede a Gesù messo in ceppi: “Che cos’è la verità?”.
Può darsi. Diciamo allora che senza inerpicarci sui frastagliati percorsi di morale, etica, teologia ecc. ecc.,
aspiriamo a verità piccole piccole, quelle che, ad esempio, possono venire da una ricerca storica serena, obbiettiva e spassionata. Oddìo, non è detto che ci si arrivi a ricostruire questo o quell’altro “fatto”, ma se ci si applica, “sine ira et studio” e con “intelletto d’amore”, possiamo per lo meno lavorare intorno a delle ipotesi, prospettarle, dibatterci sopra, ampliare uno scenario, provare a rispondere ad alcuni interrogativi e a porne altri, tenere desta la coscienza civile, lo spirito critico, la voglia di democrazia senza se e senza ma, al di là di tutte le ideologie, al di sopra e contro ogni nostra “riserva” personale, al di sopra e contro il nostro stesso “vissuto” col suo carico di bandiere, di scelte, di emozioni e il suo vario cromatismo bianco, rosso, nero o come vi pare.
Se ci impegniamo a “fare” la storia, dobbiamo avere il coraggio di farla, sentire il dovere di farla, anche contro noi stessi, anche contro, per dirla con Franco Cardini, gli “antenati” che ci siamo scelti. Perché, per carità, è legittimo “proiettare” noi stessi in quello o quell’altro campo e quindi scegliere la parte di Ettore o quella di Achille, degli spartani o degli ateniesi, dei romani o dei cartaginesi, dei giacobini o dei vandeani, dei sabaudi o dei borbonici, dei pellerossa o dei cowboy, dei partigiani o- possiamo dirlo?- dei fascisti; ma è illegittimo deformare, uniformare, enfatizzare quel che ci fa comodo, minimizzando o ignorando quel che ci disturba. E non è cosa simpatica rimuovere, nascondere, imporre verità di partito, scendere in campo lancia in resta contro chi si permette di discutere questo o quell’aspetto della “vulgata”, urtando la sensibilità degli arcigni e permalosissimi “gendarmi della mamoria” (per usare un’espressione di Giampaolo Pansa).
A tutti i custodi delle verità rivelate- e a costo di farli arrabbiare ancora di più- noi diciamo: stiamo dalla parte della revisione. E che nessuno provi a intimidirci utilizzando il terrorismo verbale. Noi siamo con Renzo De Felice che scrive: “Per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti (…). Lo sforzo deve essere quello di emancipare la storia dall’ideologia, di scindere le ragioni della verità storica dalle esigenze della ragion politica” (Cfr. “Rosso e nero”, a cura di Pasquale Chessa, Baldini&Castoldi, 1995, p. 17 sgg.).
Questo vale anche quando, più che mai quando, si parla e si scrive di Resistenza. Sempre De Felice: “ La Resistenza è stata un grande evento storico. Nessun ‘revisionismo’ riuscirà mai a negarlo. Ma la storia, al contrario dell’ideologia e della fede, si basa sulla verità dei fatti piuttosto che sulle certezze assolute. Descrive il mondo come è stato, non come si vorrebbe che fosse stato. Una ‘vulgata’ storiografica, aggressivamente egemonica, costruita per ragioni ideologiche (legittimare la nuova democrazia con l’antifascismo), ma usata spesso per scopi politici (legittimare la sinistra comunista con la democrazia), ha creato, invece, una serie di stereotipi che ci hanno impedito di dipanare quell’intricata matassa in cui si aggrovigliano i nodi irrisolti degli ultimi cinquant’anni: la sconfitta dell’Italia e la crisi dell’identità nazionale, il ruolo decisivo per la vittoria degli eserciti inglese e americano e le fustrazioni dell’antifascismo, i limiti militari della Resistenza e la realpolitik del partito comunista e del partito cattolico, l’inconsistenza storica della monarchia e l’inadeguatezza etico-politica della borghesia…(op. cit., pp.45-46, sgg.).
All’elenco di De Felice ci permettiamo di aggiungere: le “resistenze” nella Resistenza; la Resistenza come “guerra civile”; il conflitto, all’interno del “fronte rosso” tra i comunisti d’obbedienza PCI e gli “irregolari”; il prolungento della “resa dei conti”- e non solo con fascisti o presunti tali, ma anche con “compagni che sbagliavano”- dopo la Liberazione e fin quasi al ‘48…
Ci fermiamo qui, anche se i “materiali” su cui lavorare sono molti, molti di più.
Bene, a questo punto chiediamo: quanto abbiamo osservato è “giusto”?
E’ “giusto” che un premio storico, ai cui giurati arrivano un bel po’ di saggi variamente dedicati al Novecento e dunque anche al Fascismo e alla Resistenza, ne tenga conto? E’ giusto che il Premio Acqui Storia, intitolato alla memoria della Divisione Acqui che, a Cefalonia e a Corfù scrisse la prima pagina della Resistenza, si ispiri ai suddetti criteri di “revisione” (lo ripetiamo ancora: chi vuol crocifiggere gli altri alle parole terroristiche, di fatto crocifigge se stesso alle proprie paure)? E’ giusto che si diano dei riconoscimenti a chi si è più segnalato per intelligenza, obbiettività, capacità di rielaborazione critica, gusto della ricerca anche “scomoda”, serena volontà di confronto e di dibattito?
Ovviamente, per qualcuno non è giusto.
Ad esempio, per l’ANPI di Alessandria. Che ha elevato una vibrata protesta contro il Premio Acqui Storia, Edizione 2013, accusandolo, ma guarda un po’, di revisionismo. Lo stesso ha fatto con tanto di denuncia alla Procura Distrettuale di Torino un certo Fulvio Castellani di Prato, cinquantenne ed anche lui dell’ANPI (dove c’è posto per gli ex- che hanno fatto la Resistenza- e per i neo-, che non l’hanno fatta perché non avevano l’età, ma, potendo, la farebbero), il quale- facendo leva su avvocatesche competenze- ha ipotizzato per organizzatori e giurati del Premio le accuse più pesanti, dalla diffamazione della Resistenza all’attentato alla Costituzione, dalla ricostituzione (“con metodi raffinati”) del disciolto partito fascista al “peculato per distrazione”.
Addirittura! Sì, perché “i fondi pubblici ricevuti per organizzare un premio comunque a impronta antifascista sarebbero stati autorizzati per assegnare riconoscimenti ad autori di testi di inclinazione del tutto opposta” (Cfr. P.C., “ Quel libro disonora i sette fratelli Cervi e io querelo gli organizzatori del Premio”, “La Nazione”, Cronaca di Prato, 27-10-13).
Ex-partigiani e neopartigiani contro neofascisti, insomma.
Ma chi sono questi “neofascisti”?
Cominciamo da quello contro cui Castellani sembra avercela di più. E cioè Dario Fertilio, responsabile delle pagine culturali del “Corriere della Sera” e vincitore nella sezione del romanzo storico con un libro che, coniugando documenti e intreccio narrativo e ripercorrendo itinerari su cui si erano già mossi altri cercatori (tra cui un “bieco fascista” come Giorgio Pisanò), ipotizza che dietro la fucilazione dei sette fratelli Cervi, comunisti, sì, ma “disorganici”, cristiani e non violenti, possa esserci la mano del PCI, duro e puro nella sua ferrea ortodossia (“L’ultima notte dei fratelli Cervi”, Marsilio).
Il che fa arrabbiare Fulvio Castellani che così si indigna sulla citata “Nazione”: “ I fratelli Cervi furono uccisi con fucili e pallottole fasciste. Che si riscriva la storia- romanzandola quanto si voglia-, mi pare un’operazione scorretta. Se poi a quel libro si attribuisce un premio letterario, nato nel solco di una chiara etica resistenziale, no, non potevo proprio far finta di niente”. Castellani evoca Cefalonia, ricordando che il Premio “sorse nel ’69 in ricordo di quell’eccidio e con un’impronta chiaramente resistenziale, antifascista” e ulteriormente si indigna notando:” E invece vedo premiato un testo che-sia pur romanzato- getta discredito sui fratelli Cervi, mettendone in dubbio l’appartenenza, se non al comunismo, almeno al socialismo. Loro, contadini, il socialismo lo praticarono nel lavoro, nella vita quotidiana”.
Invece Fertilio “riconduce i fratelli Cervi nell’ambito dell’anarchismo, li descrive come insofferenti all’ordine e alla gerarchia che la Resistenza imponeva. Azzarda che la loro esecuzione- che non nega essere avvenuta per mano fascista- avrebbe rappresentato una punizione indiretta di fronde ribelli interne alla Resistenza. No, i Cervi sono un punto fermo della storia e non è accettabile nessuna rilettura”.
“Non è accettabile”? Ma, caro Castellani, non si accorge che qui siamo alla censura, all’”ipse dixit”, alla didattica di regime? Cosa vuol dire “un punto fermo della storia”? Che quel che si è dato per “buono” una volta, creando un mito e poi via via rielaborandolo a seconda delle opportunità politiche, deve essere considerato “sacro e inviolabile”? Ma lei non ha mai sentito parlare di “fronde ribelli all’interno della Resistenza”? Si è mai informato su come agiva il PCI d’obbedienza moscovita nei confronti degli “irregolari”, anarchici, anarcoidi, trotzskisti o comunque non inquadrabili, a partire dalla guerra civile spagnola in poi? Ancora: Fertilio “toglie” qualcosa all’eroismo antifascista dei fratelli Cervi, se si sforza di illuminare qualche zona d’ombra relativa al modo con cui furono catturati? Toglie qualcosa se ipotizza che, nella strategia della guerra civile, il loro martirio servì “politicamente” al PCI?
Andiamo avanti. Un altro neofascista sarebbe Maurizio Serra, attualmente ambasciatore d’Italia all’UNESCO, premiato nella sezione storico-scientifica come autore di uno scintillante profilo di uno scintillante personaggio-Curzio Malaparte: un saggio (“Malaparte. Vita e leggende”, Marsilio) che, apparso in prima edizione in lingua francese, è stato premiato col Goncourt: e scusate se è poco. La colpa di Serra? Secondo i compagni dell’ANPI +Fulvio Castellani, è quella di essersi consacrato alla biografia celebrativa di un fascistone, per di più spione e doppiogiochista, al servizio di tutti quelli che, di volta in volta, gli facevano comodo
Ora, Malaparte fu “di tutto e di più”. Un Narciso geniale, valorizzatore e dissipatore degli infiniti talenti che gli aveva dato Madre Natura, fascista e antifascista, comunista e anticomunista, militante sotto le più svariate bandiere, soldato valoroso, intellettuale trepidante e timoroso di perdere le sue rendite di posizione, confinato di lusso, forse collaborazionista, forse spia, sicuramente grande investigatore nella carne e nello spirito, nel sangue e nelle viscere del Novecento e grande narratore della sua fastosa e atroce decadenza. Per un personaggio del genere, ci voleva uno che rifiutasse gli “esercizi di ammirazione”, ma fosse comunque consapevole di accostarsi a una figura cruciale nell’”interventismo culturale” dello scorso secolo. Ci voleva Maurizio Serra, insomma. Bene, provate a dirlo a Castellani. Il nostro neopartigiano, ignorando che nel libro di Serra, tra le testimonianze in appendice di “simpatizzanti” malapartiani c’è anche quella di Giorgio Napolitano (il Presidente rievoca i contatti tra il PCI- in prima linea, Palmiro Togliatti- e Malaparte, al tempo dell’armistizio e nel primo dopoguerra)- se la prende con uno dei capitoli finali della “Pelle” dove Malaparte “esalterebbe” i giovanissimi franchi tiratori fiorentini che “sparavano sulla gente dai tetti dopo essere stati lasciati soli dai tedeschi e dai gerarchi fuggiti dalla città”. Insomma, Malaparte- che allora non aveva scelto la RSI ma stava dalla parte dei liberatori, risaliva la Penisola con loro e indossava una divisa americana- sarebbe un fascista o giù di lì perché presenta dei ragazzi e anche una ragazza che vanno incontro alla morte (fucilati dai partigiani sui gradini di Santa Maria Novella) pieni di spavalderia e sbeffeggiando chi spara loro addosso. Sembra di capire che se Curzio avesse presentato dei luridi “topi di fogna”, schifosi e piagnucolosi, che implorano per esser salvati, a quest’ora la materia del contendere non ci sarebbe.
E invece quei fascisti con la loro “bella morte”! Uno scandalo!
Ci fermiamo qui, saturi di un “politicamente corretto” che ci dà il voltastomaco. Chi ha avuto la pazienza di leggerci tenga però presente che tra i neofascisti premiati dai revisionisti dell’Acqui Storia e ovviamente contestati dall’ANPI e dal Castellani compaiono altri due loschi figuri: Giampaolo Pansa, Testimone del Tempo, e Franco Cardini, Premio alla Carriera.
Magari ne parleremo alla prossima puntata.

Mario Bernardi Guardi

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