L’aldilà di Robin Williams

Brescia
Salve, Robin, te ne sei andato

Come, pochi mesi fa, l’altro grande interprete Philip Seymour Hoffmann). L’impressione è grande; il rimpianto pungente. Ma il pensiero non si arrende; e propone alcune riflessioni. Docenti o sociologi delle religioni, anche a scuola, amavano ripetere che l’alto numero di suicidi nelle società del “welfare” e del “benessere” ( esempio su tutti: la Svezia, la Norvegia, gli States ) fosse dovuto alla mancanza di sentimento religioso, all’utilitarismo o all’economicismo, fiorenti in quei contesti socio-culturali. Ma nella stagione della “complessità” ( e quale, persino tragica, “complessità” !), la spiegazione va forse approfondita. Il genio ironico e auto-ironico di Robin Williams è stato spesso rivisitato anche nei nostri percorsi di “Cinema e Filosofia”, con docenti e alunni del Liceo, segnatamente di Beniamino Vizzini, per illustrare bene il concetto dell’autonomia dell’arte. In effetti, quando il professore anti-retorico di “The Dead Poets Society” ( tradotto malamente in italiano come “L’attimo fuggente”9, di Peter Weir, insegna agli studenti il valore della poesia, contestando l’uso in adozione del manuale di retorica del professor Prichards, altro non fa che mettere nella storia filmica il grande acquisto dell’estetica moderna, poi simboleggiato nella corale citazione finale dei versi di Walt Whitman: “Capitano, mio capitano!”, allorquando tutti gli alunni si alzano sui banchi di scuola pressoché simultaneamente per solidarizzare con il loro maestro e amico, ingiustamente espulso dall’Istituto.Ma l’allusione di Robin Williams è evidente: qui si tratta del rivoluzionario accento conferito dall’estetica crociana al carattere di intuizione pura lirica e cosmica dell’opera d’arte, carattere che mal sopporta le pretese positivistiche dello scientismo, del moralismo estetico ( “Madame Bovary c’est mpi!, si difendeva Flaubert nel processo del 1858 ), dell’intellettualismo, del sociologismo, e via. E il professore di retorica è il celebrato Richards, degli anni Cinquanta: sul cui ‘nomen’ ironizza il grande attore. E’ curioso il fatto che, mentre in Italia alcuni pappagalli ripetono ancora non giustificarsi il carattere di autonomia dell’arte sancitp dall’estetica ‘moderna’ e poi ‘modernista’ ( il rifiuto dell’allegorismo arriva fino a Joyce e Beckett ), per vie insospettabili, acclamate nella vicenda filmica, l’interprete dimostrasse con tutta evidenza il significato autentico della rivendicazione dell’autonomia dell’arte, e dunque il suo carattere intrinsecamente ‘rivoluzionario’. Ci è tornata alla mente questa riflessione, insieme con il rimpianto condiviso da Barack Obama, Antonio Banderas, Robert De Niro, Matt Damon e tant’altri. Ma questa riflessione porta con sé l’altra: la drammatica esigenza di tutela della “religione della libertà”, provata segnatamente dall’America. E’ come per il “Rising” di Bruce Springsteen, all’indomani dell’ 11 settembre. America, resisti e risorgi ! Il male c’è, non una ‘invenzione’ né una ‘coniazione’ di alcuna storia o ideologia ! L'”invenzione del nemico”, che alcuni ideologi imputano al tempo delle Crociate ( levandosi un poco il cappello di fronte ai rischi del fondamentalismo, di ogni fondamentalismo ) presuppone pur sempre il tempo degli “assassini”, etimologicamente nella favola del Veglio della Montagna che invitava alla strage poi compensata nel cosiddetto paradiso della propria religione, “consumatori di hashish”. L’intervento recente del Presidente Obama, cui mai lo stesso avrebbe voluto addivenire, in Iraq, è lì a dimostrarlo. Mi sta in mente una delle ultime interviste dettate da Sir Karl R. Popper ( cfr. il mio “Popper e il pungolo della libertà”, Salentina, 1995 ), quando il filosofo anglo-austriaco, come al solito senza mezzi termini, rispondeva sulla “Stampa” esser delle sciocchezze i discorsi che sentiva fare in giro circa la necessità di “controbilanciare” il potere statunitense nel mondo, dopo l’98 e la caduta del Muro di Berlino. “Nient’affatto – sottolineava Popper – bisogna stare dalla parte dell’America, in battaglie che (prevedo) saranno ancora assai dure”. Questo è il punto. Ora, quando Williams dà la propria voce e passione al disc-jokey americano nella guerra del Vietnam, che cos’altro fa se non esprimere in forma assai intensa questo “urlo di dolore”, però necessitato, capovolgendolo in velata denuncia ? Donde le forme di depressione e suicidio, come di “angeli caduti in volo”, pagando il prezzo di trovarsi sempre sul crinale dei conflitti ! Per questo motivo, la frequenza di fenomeni di suicidio mi sembra un esito del dramma della “religione della Libertà”, piuttosto che presunta prova dell’assenza di spirito religioso nel mondo occidentale. Nella carriera dell’attore americano, c’è per questo anche ( o almeno così ci vuol sembrare ) un “Hereafter”, un motivo di conforto. Williams ha creato una scuola, ha potuto avere un “Telemaco” ( non – beninteso – nel senso rispolverato da taluni leaders politici nostrani ). Quando, in quello che è forse il suo capolavoro, “Will Haunting”-“Genio Ribelle”, aiuta a uscire dalla crisi il giovane Matt Damon, facendogli portare allo scoperto il suo “vissuto” più profondo e disperato, dà voce a questa virtù maieutica del vero terapeuta, con momenti di calibrata ed esemplare vigilanza scenica e interiore. Ecco: Matt Damon, poi interprete di “Hereafter” (di Clint Eastwood), e il cui volto – impassibile – non piange quando il ragazzino, che è venuto a Londra da lontano per incontrarlo come ‘medium’ e dialogare l’ultima volta con fratello prematuramente morto, invece trepida e piange, in una delle più belle pagine filmiche degli ultimi anni ( non guardando certo al facile “successo” ma al tributo di “poesia e verità”, conquistato nel ‘ritmo’ cinematografico ). E’ ben questo il momento della redenzione, dell’aldilà di Robin Williams, il suo “Hereafter”: in una carriera ricca e complessa, di cui non si possono che ricordare le tappe essenziali (‘Peter Pan’, ‘Mistress Doubtfire”, il comico che curava con la terapia del sorriso, e via ). Alla fine, un invito, che è una preghiera, all’America, a testimoniare nelle “prove più dure”, di cui parlava Popper, la religione della libertà.

Giuseppe Brescia

Sull'Autore

Giuseppe Brescia

Filosofo storico e critico, medaglia d'oro del MIUR, Premio Pannunzio 2013 e Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica,Componente dei Comitati per le Libertà, ha procurato di innestare storicismo epistemologia ed ermeneutica. Dopo la fase filologica('La Poetica di Aristotele','Croce inedito' del 1984 ),ha espresso un sistema in quattro parti: 'Antropologia come dialettica delle passioni e prospettiva', 'Epistemologia come logica dei modi categoriali', 'Cosmologia', 'Teoria della Tetrade', 1999-2002).Per Albatros ha pubblicato il commento alla lezione di Popper in'Maledetta proporzionale' (2009,2013);'Massa non massa.I quattro discorsi europei di Giovanni Malagodi'(2011);'Il vivente originario'(saggio sulla filosofia di Schelling, con prefazione di Franco Bosio, Milano 2013); 'Tempo e Idee. Sapienza dei secoli e reinterpretazioni', con prefazione di Bosio (2015).I temi del tempo e del 'mondo della vita' si intrecciano con le attualizzazioni del 'male', da '1994'.Critica della ragione sofistica (1997), 'Orwell e Hayek', 'Ipotesi su Pico'(2000 e 2002) sino al recente'I conti con il male.Ontologia e gnoseologia del male'(Bari 2015).E' Presidente della Libera Università 'G.B.Vico' di Andria

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