VON DER LEYEN IGNORA CHE LA REALTA’ ESISTE, PUTIN NON FARA’ PRIGIONIERI (PART.2)

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Di Alexander Bush<⁄em>
“Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero con cui lo hai creato”
Albert Einstein
“Nel dibattito europeo delle ultime settimane è emersa una novità interessante. Di fronte al nuovo shock energetico provocato dalle tensioni in Medio Oriente, la Commissione europea ha, giustamente, aperto alla possibilità di considerare alcune misure per la sicurezza energetica all’interno delle clausole di flessibilità già previste per la difesa. L’argomento implicito è che rafforzare la resilienza energetica dell’Europa significa anche rafforzare la sua sicurezza.
La discussione pubblica, tuttavia, continua spesso a essere impostata come un aut-aut: più risorse alla difesa oppure più risorse per abbassare il costo dell’energia. E’ una contrapposizione che rischia di essere fuorviante, perché parte dall’idea che le due spese siano alternative.
IN REALTA’, almeno in alcuni casi, possono essere complementari.
Per comprenderlo occorre guardare a come si forma davvero il prezzo dell’energia. Quando famiglie e imprese ricevono una bolletta, tendono a pensare che il costo dipenda principalmente dalla materia prima. IN REALTA’, una quota crescente del prezzo finale riflette fattori legati alla sicurezza degli approvvigionamenti: premi assicurativi, costi logistici, rischi geopolitici, vulnerabilità delle infrastrutture critiche, interruzioni delle rotte commerciali.
L’Europa continua a dipendere in misura rilevante dalle importazioni energetiche e l’Italia più di molti altri partner. Petrolio, gas naturale liquefatto, componenti industriali e materie prime strategiche arrivano attraverso un sistema di rotte marittime, porti, gasdotti, cavi sottomarini e interconnessioni elettriche.
Quando questo sistema viene percepito come più rischioso, il mercato incorpora immediatamente tale rischio nei prezzi. Lo abbiamo visto con la crisi del Mar Rosso. Gli attacchi alle navi commerciali hanno costretto molti operatori a circumnavigare l’Africa, aumentando tempi di percorrenza, consumo di carburante e costi assicurativi. Il risultato è stato un aumento dei noli marittimi che si è trasmesso rapidamente ai prezzi dell’energia e di numerosi beni intermedi.
Questo problema è IN REALTA’ ancora più generalizzato nell’attuale contesto di incertezza geopolitica. Oggi infatti una parte crescente della nostra sicurezza energetica dipende da infrastrutture sommerse: cavi elettrici, cavi dati, interconnettori, pipeline. Sono asset essenziali per il funzionamento dei mercati energetici e della stessa economia digitale.
Un danneggiamento, accidentale o, come capita sempre più spesso, intenzionale, oltre ai costi di riparazione, produce congestioni, interruzioni, minore capacità di trasporto dell’energia e, nei casi più gravi, interventi emergenziali a carico della finanza pubblica. Data la natura del problema, dobbiamo allora interrogarci su quanto costi un mancato investimento in sicurezza, anche dal punto di vista della bolletta.
Un’analisi sviluppata nell’ambito del programma Shield di Sda Bocconi prova a quantificare il fenomeno. L’ipotesi è quella di un investimento pubblico di un miliardo di euro destinato alla protezione delle infrastrutture marittime e subacquee: sorveglianza dei porti legati alle infrastrutture critiche, monitoraggio dei cavi sottomarini, sistemi di sensori, droni autonomi, capacità di risposta rapida e protezione da attacchi cyber alla rete distributiva.” (è di per sé “scostamento di bilancio”+ deficit spending!, ndr) La domanda è quanto risparmieremmo nel tempo con un simile investimento: i risultati suggeriscono che anche una modesta riduzione del premio di rischio incorporato nei mercati energetici può generare effetti economici rilevanti. Nello scenario più prudente, l’investimento produrrebbe costi evitati per circa 350 milioni l’anno, e dunque si ripagherebbe in tre anni. Nello scenario centrale si sfiorano i 900 milioni. In uno scenario di forte tensione geopolitica, simile a quello sperimentato nel Mar Rosso, i benefici potenziali superano i 2 miliardi annui (se questa non è la spesa in disavanzo… , ndr).
Naturalmente non si tratta di previsioni, ma di esercizi di scenario.
Ma il messaggio economico è chiaro: una parte della spesa per la sicurezza genera un ritorno rilevante, sotto forma di minori costi energetici, logistici e assicurativi.
Per un Paese come l’Italia il tema è ancora più rilevante. Siamo una piattaforma energetica naturale del Mediterraneo, dipendiamo fortemente dai traffici marittimi e possediamo una filiera industriale avanzata nella cantieristica, nell’underwater, nella sensoristica e nelle tecnologie dual use. Investire nella sicurezza delle infrastrutture significa quindi non solo ridurre in prospettiva il costo della nostra bolletta energetica, ma anche sostenere capacità produttive e tecnologiche nazionali.
Ne consegue che contrapporre energia e difesa, ignorando le complementarietà esistenti tra i due ambiti, rischia di portare ad un serio errore di prospettiva. Una parte degli investimenti in sicurezza non toglie risorse alla lotta contro il caro energia, ma piuttosto contribuisce a ridurlo. E, nel farlo, rende più resilienti insieme l’economia, le famiglie e la finanza pubblica.
In tempi normali, la sicurezza appare come un costo. Ma in tempi di instabilità geopolitica la stessa spesa diventa invece una forma di assicurazione collettiva. E come ogni assicurazione efficiente, il suo valore non si misura nella spesa sostenuta oggi, ma nei danni evitati domani.
Una questione di cui un serio e non demagogico dibattito politico dovrà tenere conto nei prossimi mesi.”

Una domanda resta irrisolta:
ma se la ricetta di George Soros, che sta entrando nell’agorà delle Cancellerie occidentali e alla fine del conflitto mondiale sarà ufficiale, fosse stata accettata 40 anni fa, si sarebbe potuta evitare la III guerra che è da poco cominciata?
A dire il vero, andando oltre la teoria della riflessività – è pericoloso spingersi oltre le colonne d’Ercole – che non è né vera né falsa ma è parzialmente corretta, resta gigantescamente irrisolta un’altra questione sullo sfondo: il Bene e il Male rivaleggiano in parità nelle realtà senza verità.
Dal mio punto di vista, questa “realtà oggettiva” non è riprogettabile kantianamente.

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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