Una scelta di campo. Sì, ma quale?

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I cittadini chiamati alle urne il prossimo 25 settembre, hanno di fronte un’elezione tanto importante quanto quella del 18 aprile 1948.
Allora si palesava, dopo tre anni di tensioni, una netta scelta di civiltà. L’Europa era divisa nelle sfere di influenza fra i due grandi ex alleati, USA e URSS. Dopo le elezioni truccate in Ungheria, il golpe di Praga e con il blocco di Berlino ancora in corso, erano diventate chiare le intenzioni dei sovietici. Gli americani, che smobilitavano e si preparavano a riportare l’esercito a casa, dovettero rinunciare al loro sogno isolazionista e tornare in Europa, per dissuadere l’URSS dal compiere un altro passo falso, in Jugoslavia, a Trieste, in Austria, in Germania o altrove. La guerra fredda stava prendendo forma, l’anno successivo si sarebbe costituita la NATO, i sovietici avrebbero creato la DDR, trasformando in Stato satellite la parte di Germania che avevano occupato nel 1945.
In mezzo a tutta questa tensione, in Italia si votava per la prima volta per il Parlamento repubblicano, due anni dopo la fine della monarchia. Per qualsiasi elettore, la posta in gioco era evidente e la scelta era molto netta. O si stava con la Democrazia Cristiana (e i suoi alleati laici di centro) o con il Fronte Democratico Popolare (PCI e PSI). Era una scelta fra il blocco occidentale e quello orientale, fra il cristianesimo e l’ateismo di Stato, fra la democrazia liberale e il socialismo reale, fra l’economia di mercato e quella pianificata. Non c’erano dubbi, da una parte e dall’altra, non c’erano ambiguità. Tutto era alla luce del sole.
Oggi la tensione internazionale non è da meno. Anzi, è peggiore, a voler ben vedere, perché l’avanzata di Mosca in Europa non è subdola, fatta solo di ricatti, manipolazioni elettorali e colpi di Stato, ma è un’invasione vera e propria. In questi cinque mesi, Putin non è ancora riuscito a piegare la resistenza dell’Ucraina. Però ha dichiarato lui stesso che quel che vediamo è solo l’inizio. D’altra parte ha reso noto, in più di un discorso, di non accontentarsi del Donbass e neppure solo dell’Ucraina nel suo insieme. Il suo disegno prevede anche il ritiro (di fatto o anche di diritto) della NATO dalle nazioni che vi hanno aderito dopo il 1997, anno in cui Russia e Alleanza firmarono il NATO-Russia Founding Act. Putin vuole riportare la cortina di ferro nel cuore dell’Europa, come era nel 1948, appunto.
Se in Europa si deve affrontare una scelta di campo, fra due sistemi (democrazia liberale contro autocrazia) e persino due religioni (il cristianesimo occidentale e quello russo orientale, legato a doppio spago all’autocrazia) la scelta in Italia è tutt’altro che limpida come quella del 1948. In questo inizio di campagna elettorale e nei cinque mesi di guerra in Ucraina, tutti i partiti si dicono dalla parte della NATO. Quindi, in teoria, potremmo dormire sonni tranquilli. Ma non tutti sono sinceri. Anzi, a voler ben vedere, solo la minoranza lo è. Tutti i partiti hanno votato per l’invio di armi all’Ucraina e hanno almeno formalmente condannato l’invasione russa. Però fra i quadri e i politici locali serpeggia il malumore, così come fra gli stessi parlamentari (350 assenti al discorso del presidente ucraino, lo vogliamo ricordare?). La Lega, nel 2017, ha firmato un accordo, scritto nero su bianco, con Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. E dopo la guerra non lo ha ancora revocato (al momento in cui questo articolo va online). Altri partiti, quali il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Fratelli d’Italia, prima della guerra, indicavano anche Putin, o soprattutto Putin, come modello di riferimento politico e persino morale. Come si vede, è uno schieramento molto trasversale. E anche di altri partiti che erano meno smaccatamente putiniani, soprattutto il Partito Democratico (e quindi anche Italia Viva di Renzi, che era classe dirigente del PD fino a due anni fa) è lecito avere qualche serio dubbio. La dipendenza energetica dell’Italia dalla Russia, cresciuta anche dopo il 2014 (anno dell’annessione della Crimea, vero inizio della guerra in Ucraina) è dovuta soprattutto al PD di Renzi. In termini di scelte politiche, il PD nel Parlamento Europeo è quello che ha votato più volte in modo conforme agli interessi russi, dal 2019 ad oggi, più ancora della Lega e al pari del Movimento 5 Stelle.
Un cittadino che volesse schierarsi con Putin, oggi, dovrebbe rivolgersi a piccole formazioni anti-sistema che possono permettersi, visto che non hanno nulla da perdere, di essere esplicitamente anti-occidentali. Ma potrebbe contare, nel medio periodo, sull’ambiguità di un enorme schieramento trasversale che può cambiare bandiera, più o meno repentinamente, quando dovesse finire la fase più calda della guerra in Ucraina. Mentre la scelta più difficile è per il cittadino genuinamente atlantista. Non c’è l’equivalente di una DC, oggi come oggi. L’unico partito che ha le credenziali in ordine, da questo punto di vista, è Azione: soprattutto la sua componente radicale (+Europa) denunciava il pericolo Putin anche quando gli altri facevano a gara ad ingraziarsi il dittatore russo. Forse anche Fratelli d’Italia, più coerente nella sua politica atlantista nei mesi di guerra, sta imboccando un percorso di rinnovamento e vera e propria conversione, da un putinismo identitario e quasi “religioso” delle origini ad un futuro in cui può diventare una formazione di destra occidentale.
Non è legittimo mettere in piedi un’Inquisizione atlantista per scovare i candidati convertiti solo a parole, ma pronti ad aprire le porte ai russi appena ci distraiamo. Non è più tempo di avviare una “caccia alle streghe”, come ai tempi del maccartismo. Anche perché, chi la dovesse condurre, sarebbe prima di tutto impegnato a nascondere le sue, di streghe, perché ci sono in tutti gli schieramenti. Quindi al cittadino non resta che affidarsi alle sue conoscenze, al suo intuito e fare la sua individuale scelta di campo nel segreto dell’urna, dove, ancora una volta, Dio ti vede e Putin no.

di Stefano Magni

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