Una giornata di ordinaria follia all’Expo di Milano

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minervino
Anche all’Expo non tutto è rose e fiori: esistono anche le spine!

Vorrei raccontare la mia giornata a Expo da comune cittadina che ha evitato gli inviti dei singoli Paesi per andarsene in metropolitana a Rozzano, 30 minuti dal centro, infilarsi nel super celebrato evento, girare e visitare tutti i padiglioni, poi rientrare soddisfatta.
Un’utopia di cui mi sono amaramente pentita. Puntuale alle 9,30 mi imbarcavo in metrò con mille altre persone in piedi, erano i giorni estremi di maggio, quelli roventi . All’arrivo ci siamo diretti in tanti a sinistra, il minuscolo cartello con scritto ‘Expo a destra’ era invisibile. Entrata in una fiera strana, mi accorgo che è’ un’altra, gli edifici disegnati da Fuksas avrebbero dovuto segnalarmelo, ma ammaliata dal miraggio ambito, ho continuato fra scale mobili e lunghi tragitti, fino al termine, quando ho dovuto tornare e girare a sinistra, ma con me tanti altri malcapitati.
Eccoci finalmente ai tornelli veri, con perquisizioni da aeroporto. Mostro il mio biglietto pagato per quel giorno, lo fanno passare al controllo, non funziona, ‘è’ stampato male’ mi urla la donna che cura l’entrata, ‘deve tornare indietro, senza bloccare la fila dietro, e chieda la sostituzione’. Altro kilometro sotto un sole di fuoco. Lunga fila tra infuocate proteste di visitatori, finalmente me lo cambiano, e di nuovo non funziona. Ormai mi lasciano passare. Incomincia l’ interminabile camminata di kilometri per raggiungere lo Zero, la Santa Sede, ammirare la scultura in marmo di Emilio Isgrò. Illusione, tutti troppo visitati da lunghe fila di infernali scolaresche in gita dallo Stivale intero, felici di saltare, ballare, centrare e travolgere passanti. Poi si riesce a vedere qualcosa, è il Vietnam, si arriva all’entrata della Repubblica Ceca, come dell’Angola, che però’ risultano bloccate da file interminabili.
Vabbé, sarà per il prossimo, penso sicura di trovare la vetturetta annunciata a gran voce che, pagando, aiuta a superare le distanze e attraversare il Decumano. Delusione, anche la scultura di Isgrò è minuscola, fra gli orribili bambolotti di Dante Ferretti e l’ edificio smisurato per servizi. Chiedo a tutti i ragazzi volontari, gentili e servizievoli, ma nessuno sa niente. Da lontano scorgo la Francia, entro fra i negozietti che simulano l’aria d’una finta Parigi, baguettes e formaggi ovunque, bene, almeno ho visto qualcosa. Anche la Spagna sembra visitabile pur nella folla oceanica di scolari. È’ davvero graziosa, fra schermi in 3D e installazioni che regalano l’impressione di entrare tra i filari e i pascoli di Don Chisciotte.
Finalmente si impone massiccia l’Italia, così decantata. La guardo fuori e dentro nel portico con l’opera di Vanessa Beecroft, e mi pare una copia mal riuscita del ‘Nido’ di Shanghai, dovuto a Herzog e De Meuron con Ai Wei Wei. Cerco di salire per le scale , niente da fare. Scoraggiata esco, il giorno dopo le colleghe mi diranno che dovevo spiegare che sono giornalista e mi avrebbero fatta salire in ascensore. Proprio quello che avevo rifiutato per la mia giornata da visitatore commoner . Raggiungo la parte di Eataly, una fila di brutti padiglioncini, ma almeno di legno, con giardinetto davanti e sculture sparse di Gaetano Pesce e altri, dove la gente si sistema come rifugio perché’ nel frattempo diluvia, le tende del Decumano non tengono l’acqua e i bambini possono fare a gara di salti, scivolate, gioco del pallone, centrando e stroncando i grandi sul cammino. La sfilata delle eccellenze culinarie italiane è’ mediocre, micronegozietti con cibi offerti per costi smisurati, ma tutti si accontentano. Con cortesia mi lasciano visitare la mostra sull’Italia per regioni curata da Vittorio Sgarbi, immagino che se presentata altrove, farebbe la sua figura. Meglio comunque delle 4 modeste sculture di Liebeskind ai lati del Decumano.
Da lontano individuo la Gran Bretagna, bellissima, leggera, forse l’unico edificio che non faccia a gara a chi ha costruito di più e speso cifre strabilianti. Entrare non se ne parla, come per Russia, Cina, Svizzera, Brasile, Emirati Arabi, Arabia Saudita, più’ o meno la Germania, Usa niente da fare, come per Marocco, Tunisia, Egitto, e pure il mio amato Uruguay, dove ho vissuto a lungo , è solo ponchos e Dulce de Leche in vendita,per andare in alto bisogna aspettare. Continua a piovere a dirotto, le scarpe sono fradice e le gambe molli, non parliamo dei nervi.
Vorrei uscire dal Luna Park infernale dove il pianeta sembra importare a pochi, semmai interessano il cibo, le costruzioni e il cemento. Riesco a individuare un pulmino in giro ai margini, dopo un quarto d’ora si ferma, salgo felice, arrivo dall’altra parte, altre lunghezze astrali a piedi per uscire. Raggiungo esausta la metro, siedo e guardo un Sms al cellulare, rispondo e lo ripongo nella borsa chiusa. Appena arrivo a casa mi accorgo che mi hanno rubato l’IPhone 6 Plus, di 2 mesi. Corro infuriata dai carabinieri, dopo aver messo in funzione ‘Trova il mio IPhone’ che indica una zona sterminata di Baggio. Fine pomeriggio sono dai carabinieri in via Moscova, dove una giovane bionda assicura: “niente da fare, la App di IPhone per ritrovarlo e’ inutile, sa per Expo si sono specializzati nel tratto di ritorno della metro, vedono un bel cellulare in mano, sanno che i passeggeri sono stanchi e ormai disattenti, come si sta per scendere li rubano, vada a casa e si metta il cuore in pace”.
Sono rientrata mesta, depressa, delusa, dopo mesi di eventi e letture euforiche, e con mal di gola e raffreddore; eppure sono spesso in giro per il mondo, di solito mi va tutto bene. Non ho più accettato neppure i comodi inviti per cene, concerti, convegni dai Paesi benevoli. Solo dopo ho ricordato le rare polemiche sui soldi per la pubblicità ai media che Expo ha elargito da 2 anni e quelle sul numero di entrate poco trasparenti, salvo quelle a invito o la sera dopo le 19. Ho vissuto sulla mia pelle, ciò’ che Carlo Petrini, Stefano Boeri e poi Herzog avevano anticipato in un’affollata conferenza, molti li avevano giudicati malevoli e gufi. Peccato, tanti sforzi in anticipo, specie del Comune, con miriadi di mostre, la Pietà Rondanini spostata, la Darsena rifatta e zone dei Naviglio rianimate, i musei con aperture prolungate e la Triennale risorta con vigore e magnifica terrazza ristorante in cima sul parco, ma anche i privati si sono dati da fare, alberghi prestigiosi, ristoranti, bar, negozi, boutique del centro, iniziative colossali di stilisti famosi come Armani e Prada, un gran vociare e proclami nel creare eventi per il ‘fuori Salone’ ; perfino i negozietti si sono ripuliti con fiori, prolungamenti notturni e domeniche, con tanti marciapiedi restaurati e nuove piste ciclabili, la città’ ha fatto un grande sforzo ed è’ davvero in grande spolvero, ma niente effetto da Salone del Mobile.
Ora una Milano un po’ frustrata, (pur dopo la presenza troppo remota di Michelle Obama), attende con ansia i plotoni di pensionati a reddito inferiore ai 10.000 Euro che in agosto affluiranno gratis. Gli stranieri annunciati per ora restano una chimera, almeno in città’, forse perfino sul Duomo.

Fiorella Minervino

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