Uberfollia n.2

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Come funziona in realtà il servizio taxi a Londra?

In questa seconda parte dell’articolo sui taxi di Londra vediamo il percorso ad ostacoli per entrare nel settore del trasporto persone in Inghilterra: non è particolarmente difficile, a patto di non voler far parte della “casta” dei cabbies. Se ci si accontenta dei minicab, la licenza è facilmente disponibile. La scelta, a quel punto, è semplice: o compri una vettura in proprio e ti metti sul mercato, sobbarcandoti i pesanti costi di assicurazione e manutenzione, cercandoti i clienti da solo, oppure ti associ ad una delle tante ditte sul mercato.
Le condizioni sono molto variabili e dipendono dalla dimensione e dalla professionalità della ditta. Alcune chiedono un contributo settimanale che va a scalare con l’aumentare delle corse e richiedono una vettura comoda e moderna (una berlina di non oltre 5 anni), altre trattengono una percentuale dell’incasso ma non chiedono fissi (dal 15 al 26% circa). Altre ancora operano una flotta di vetture identiche che affittano ai propri autisti, prendendosi carico degli obblighi di manutenzione e assicurazione. Uno spaccato interessante della vita di un autista di minicab per la ditta più grande del settore, Addison Lee, lo trovate qui, con molte indicazioni sull’evoluzione di un’industria ancora pesantemente frammentata. Reddito medio decisamente inferiore a quello dei cabbies, che costringe a turni di lavoro da 12 ore pur di sbarcare il lunario in una città notoriamente carissima come Londra.
Addison Lee, come Uber o Green Tomato, rende la vita del cliente molto semplice. Una app su smartphone, il codice postale della destinazione (nel Regno Unito il postcode è il modo migliore di trovare un qualsiasi edificio) e nel giro di cinque minuti la tua vettura sarà pronta a portarti a casa. Il costo? Talvolta la metà di un black cab, anche se normalmente si va dal 25 al 35% in meno. I primi a convertirsi i clienti business, poi il pubblico tech-savvy.
Come rispondono i cabbies? C’è chi prova ad accettare la sfida della tecnologia: tre di loro hanno creato una app gratuita, HAILO, che consente di chiamare un black cab esattamente come si chiama una vettura Uber. Alcuni cabbies avventurosi provano ad offrire sconti una tantum per fidelizzare la clientela. Quando però HAILO ha allargato l’offerta ai minicab, apriti cielo. A dimostrazione che idioti e violenti non sono esclusiva italica, i cabbies hanno distrutto gli uffici della società. L’11 giugno un sindacato dei cabbies ha indetto una giornata di protesta che, con tutta probabilità, manderà in tilt il traffico già impossibile del centro di Londra. Per loro le app che consentono di calcolare il costo della corsa sono equivalenti ad un tassametro e quindi andrebbero vietate.
La risposta la lascio al presidente di HAILO: “non serve a nulla seppellire la testa nella sabbia, la gente vuole maggiore scelta”. Alla fine, proteste o non proteste, saranno i consumatori a decidere. Uber, Addison Lee ed altre offrono un servizio equivalente o superiore a quello garantito dai taxi tradizionali. I clienti sono molto soddisfatti e li stanno premiando scegliendoli sempre di più. Come al solito, qualunque tentativo governativo di “porre rimedio” alla situazione non farà che proteggere rendite di posizione antistoriche di fronte alla volontà del mercato. Che alla fine, bene ricordarlo, vince sempre.

Luca Bocci

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