Perché mi piace Papa Bergoglio

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Un articolo di una giornalista a cui piace Papa Bergoglio

Concordo con il prode Gaston: si puo’ parlare male di Garibaldi come di Papa Francesco, ma sono altrettanto sicura che e’ lecito parlarne bene pur in clima di reverenze planetarie, copertine dell’uomo dell’anno su ‘Times’, murales per le vie di Roma che lo fanno volare per aria alla superman; ovunque riconoscimenti stellari, con le debite eccezioni di coloro che rimpiangono il dotto teologo tedesco Joseph Ratzinger. Nell’attimo stesso in cui Jorge Mario Bergoglio si e’ affacciato al balcone di piazza San Pietro salutando la folla con il semplice „Fratelli e sorelle, buonasera!”, aggiungendo la frase ormai cult : “Sono venuti a prendermi quasi alla fine del mondo”, era facile capire che sarebbe piaciuto al mondo e anche a me.
Avvertivo in quelle parole, nel tono di voce, nell’italiano con lieve accento ‘ criollo,’, nei pochi gesti o meglio nel suo modo di muovere le mani, quell’universo intenso, magnifico, basato su valori primari, che sta davvero dall’altra parte del mondo e che mi riportava agli anni della mia vita vissuti in Argentina, Uruguay, Brasile. Il Sud America, aldila’ del colore locale che si immagina da noi o si intravede nei brevi viaggi in tour, e’ un Paese dove si fatica a vivere, dove la miseria e’ dura realtà sovente troppo diffusa e ardua da sopportare per il popolo; e non parlo della pretesa indigenza di cui si continua a parlare in Italia, la gente si batte e combatte per sopravvivere, il campesino e il gaucho nelle estancias non sono i nostri contadini, ne’ gli agricoltori. Il Clero ha compiti e ruoli sovente colossali, ben oltre i modi, i cerimoniali o le convenienze, deve conoscere davvero la tolleranza verso una poverta’ sovrana e la esercita nei confronti di uomini, donne, bambini, delle ‘care sorelle e cari fratelli’ nel saluto domenicale da quel balcone; ho visto fare di tutto dai preti argentini e brasiliani per aiutare con naturalezza, semplicita’, pazienza infinita ogni tipo di fedele, anzi di persone, non sono solo aiuti economici, sono soccorsi morali, parole di speranza, costruzioni di abitazioni in sostituzione di favelas, senza giudicare, sapendo che la natura ha troppo spesso il sopravvento e si comporta da matrigna crudele. Non mi e’ mai capitato di ascoltare una condanna, un giudizio liquidativo, ma sempre comprensione, partecipazione, concetti magari troppo semplici per noi ipersofisticati, ma che aiutano a vivere o sopravvivere meglio, danno forza per guardare al futuro.
Bergoglio conosce a fondo tutto cio’ e tanto altro, e’ uno di loro, appartiene a quel clero che guarda a Roma con sospetto per le sue pompe e lo sfarzo superfluo, e non ultimi gli intrighi. Papa Francesco e’ autentico, aduso a confortare gli altri oltre il buon pastore, conosce le parole giuste per andare diretto al cuore del pianeta, dei pochi e del mondo, escludendo le divisioni fra la destra e la sinistra’. E’ pur vero che e’ gesuita, uomo di cultura profonda, teologo raffinato come dimostra pure nel dialogo con il nostro maggiore giornalista , Eugenio Scalfari, dalla sagacia indubbia come emerge dalla scelta del nome Francesco senza alcun numero.
Posso sbagliare, ma mi consola sentire che abbraccia il mondo, che parla della famiglia, che predica la lotta alla povertà come insegna il Vangelo, che non giudica gay o divorziati, cosciente che siamo tutti dei poveri peccatori, come mi entusiasma quando tuona ai Cardinali da nominare in San Pietro di diventare ‘artigiani della pace’, di rammentare che ‘non entrano a corte’, esortandoli a evitare i comportamenti di conseguenza, intrighi, chiacchiere, favoritismi, preferenze. E, ancora, quando piange i ‘morti del sud del mondo’, lo fa davvero, soffre con loro, con tutti i sud del mondo, e’ cosciente di che cosa significhi, sa che cosa sono i viaggi della speranza e gli sfruttatori dei disperati a rischio di vita sui barconi, se abbraccia i bimbi e’ spinto da affetto sincero da Padre che ama e difende i suoi figli. Semplicita’ ‘ e autenticita’ gli appartengono per natura, sono nel suo Dna come in quello del suo Paese, come in tutti i Paesi dei Sud nell’universo dove ci si confronta con gli ultimi che saranno i primi; dove il populismo, e’ vero, troppo spesso si affida alle mani dell’uomo o della donna forti. Una terra la sua che a fatica accetta gli Stati Uniti e la loro finanza, come spesso non apprezza i valori dell’Europa, il suo capitalismo, le pretese, gli sprechi. Una Chiesa che guarda con sospetto ai fasti e ai costumi di Roma.
Arduo immaginare, dopo Vaticanleaks, lo Ior di Marchinkus, i ripetuti scandali di preti pedofili, i sommovimenti ai quali Bergoglio ha dato l’avvio e la trasparenza che sta con tenacia instaurando nelle finanze vaticane Ha gran forza, entusiasmo e coraggio, pare che proceda a testa bassa senza guardare in faccia a nessuno, spostando le pedine della scacchiera a vantaggio di prelati da altri continenti, non intaccati da intrighi e sospetti di palazzo.
Bisogna riconoscerlo: Francesco e’ un super Pope, o meglio il primo Papa Pop, come deve essere il Vicario di Cristo nel terzo millennio. E’ un uomo che ama il Tango, tifa per la sua squadra di calcio, preferisce dormire fuori dalla stanze iperdecorate, gira per le vie della Capitale guidando una vetturetta, legge Borges, conosce a fondo i mezzi tecnologici, sfrutta i social network con alacrità inferiore solo a Renzi, telefona dal suo cellulare alla gente che soffre, invia lettere ai quotidiani, twitta in tutte le lingue, sorride nelle istantanee di Instagram.
Oggi l’apostolato si fa anche così,’ in una società’ dalla solitudine così feroce da vantare per amici i followers di Facebook, ma che pero’ impazzisce per i divi, reclama le celebrità, pretende il supereroe. Allora ritengo il miracolo di questa stagione che Francesco sia stato elevato al soglio pontificio. Del resto Io, come milioni e milioni di individui nel mondo globale che secondo i pronostici presto si affiderà ai robot, la domenica aspetto con ansia le sue parole semplici e vere dal balcone, con quell’italiano venato di criollo che riscalda il cuore, e ci fa sentire parte di una comunità sterminata di ‘ sorelle e fratelli’ .

Fiorella Minervin

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