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EUROPA, USA E CINA: VEDIAMO I DATI

Prima i dati, poi i giudizi!... di Angelo Gazzaniga<⁄strong><⁄em>

I medici mancano dove c’è carenza di programmazione

Aumentare indiscriminatamente il numero di laureati in medicina non serve perché i medici mancano solo in alcuni territori e in alcune specialità. Ed è per questi problemi che vanno cercate soluzioni. Tutt’altro discorso vale invece per gli infermieri... Di Emilio Mirante (da”laVoce.info”)<⁄strong><⁄em>

ADESSO ABBIAMO CAPITO A COSA SERVE IL PONTE SULLO STRETTO

Ogni tanto sarebbe meglio guardare costi e opportunità prima di esprimere giudizi... di Libertates<⁄strong><⁄em>

ORSON WELLES, L’UOMO SENZA INCONSCIO

Ritratto psicologico di Orson Welles... Di Alexander Bush “Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica” Orson Welles “Il film “Quarto potere. Citizen K” andrebbe fatto vedere nelle scuole” Elio Di Marco, 2017 Ho vissuto sulla mia carne viva lo sfascio di una generazione, quella dei Neet; la perversione del piacere senza dovere in una società senza classi sociali ha i colori della “banalità del male”, per parafrasare Hannah Arendt. Sotto un cielo cinereo della Liguria, iosservo che Putin farà scacco matto all’Occidente, giunto allo stadio terminale della sua civiltà. La III guerra è già cominciata, anche se la stragrande maggioranza degli europei lo ignora per non parlare degli italiani (che si bevono la propaganda di Putin costruita con disinformazione scientifica da quel genio dell’imbroglio che è Marco Travaglio: condannato in primo grado a 8 mesi di reclusione per diffamazione nei confronti di Cesare Previti e prescritto dalla Cassazione). Il 1 settembre 1939 Hitler aggrediva la Polonia, ma gli europei ignoravano che era cominciata la II guerra; “dall’interno è tutto normale”, come dice il gambler di Portofino Maurizio Raggio. Su questo sfondo, fa effetto a chi scrive rivedere il master piece di Orson Welles “Quarto potere. Citizen K” uscito nelle sale nel 1942, tre anni prima della fine del secondo conflitto mondiale. Il più grande film mai realizzato. O il più grande imbroglio (senza il contributo alla sceneggiatura dello scrittore Mankiewicz magistralmente interpretato da John Malkovich in “RKO 281”, sarebbe stato amputato). Fa effetto, accidenti (in un’epoca in cui il bello è processato in quanto tale): questione anche di Zeitgeist, che plasma la nostra visione di spettatori a sua immagine e somiglianza. Solleciterei all’attenzione dei lettori una riflessione che non è mai stata veramente fatta sull’opera magistrale di Welles, sempre che un obiettivo così ambizioso sia alla portata dell’autore di questo saggio: l’uomo di genio Orson, a 25 anni, faceva i conti suo malgrado con il tramonto della civiltà occidentale diagnosticato da Oswald Spengler ormai più di un secolo fa (l’autore più importante nelle costellazioni di Piero Ottone, che lo scoprì a 18 anni, proprio nel 1942). “Ottone è un uomo di poche letture che ha saputo farne buon uso”, disse Indro Montanelli. E’ una storia che va raccontata, perché ci dice molto sulla disgregazione di un ordine mondiale che dura da 80 anni, ma sta venendo giù un pezzettino alla volta. Proviamoci, tra le geometrie dello Spirito dei Tempi che seleziona vincenti e perdenti in un giuoco senza pietas; “My life didn’t please me. So I created my life”, è il miglior aforisma di Gabrielle Chanel in arte Coco. Lo faccio da un’angolatura totalmente estranea alla mia mentalità, ragionando in termini freudiani. Meno si sa su se stessi, meglio è. Del resto, ha un valore estetico immenso la frase di Orson Welles: “Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica”, che lo mette al livello di Adam Smith. Il giovanotto prodigio che proveniva dall’alta borghesia – sempre che si sia in grado di apprezzare lo snobismo come parte del bello e in Italia, non sempre è così – aveva un’ossessione, un pallino, una missione che non gli dava pace: voleva scrivere e girare un soggetto sul magnate Charles Foster Kane, che in realtà era William Randolph Hearst. Perché? E’ la vera domanda. Lasciatemi essere volgare, portando la proiezione al “punto di equilibrio”: uno dei più grandi delitti di Sigmund Freud, ma non l’unico; istigò al suicidio l’allievo prediletto Viktor Tausk. Welles si era identificato con Hearst, ma naturalmente non lo sapeva. Era vero – sia detto di passata – anche di Ignazio Silone con Benito Mussolini; la “magia” della proiezione fu all’origine del capolavoro La scuola dei dittatori. “Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a se stesso, perché non bisogna mai lasciare tracce”: spiace dirlo, ma in questa frase c’è la genialità di Giulio Andreotti. E questo è un punto della massima importanza. Stiamo parlando dell’autos nomos senza condizionamento: una hybris, una ispirazione che guidano il soggetto che si dedica anima e corpo al proprio obiettivo, che sia Kane o Milano 2 (due capolavori). Egli non si domanda perché, e se se lo domandasse la sua visione che al limite della disperazione tenta di tradurre nella realtà andrebbe in frantumi; è la spinta emozionante del “diniego” a spingerlo a oltrepassare i confini del conosciuto, a dire quello che non è mai stato detto prima. Umberto Galimberti, coltissimo – ma non altrettanto intelligente – nel dizionario della Treccani scrive che per diniego s’intende “negazione”. A parere di chi scrive, non è esattamente così: vuol dire “trasformazione”; eppure negazione e trasformazione sono separati da una linea di margine, una linea Maginot. Come quando “the man of polytropos” fece sua la teoria di Joseph Goebbels: “Più grande è la bugia, più il popolo la crederà”, annunciando alla radio che gli alieni avevano invaso la Terra. Correva il 1938, la hybris di Chamberlain si rovesciava in tragedia. Il film rischiò di non uscire, perché il magnate sotto la lente d’ingrandimento aveva un tale potere da tenere sotto scacco il Congresso e Hollywood: il suo impero insidiava la democrazia americana, piegata (almeno in parte) ai capricci di un autocrate che aveva creato un sistema simile a Tangentopoli e tentava di condizionare Roosevelt (la cui campagna elettorale era stata finanziata da Lucky Luciano); il potere di Hearst lo erediterà Howard Hughes, entrambi sono finiti male. Non uscì invece nell’Unione Sovietica, segno che Russia e America si somigliavano e si somigliano. Ma l’Establishment a New York tollera gli artisti, molto più che i regimi totalitari. Furono momenti drammatici per l’enfant prodige, che era colto a differenza di Francis Scott Fitzgerald. Ci sono due passaggi fondamentali nel film “RKO 281” di Benjamin Ross centrato sul “fuori-scena” di Quarto potere, se è vero che la mediocrità è l’altra faccia della genialità e a unirle è il diniego, sia detto pure nel senso galimbertiano del termine; peccando di presunzione, Welles non capì che il meccanismo operava in Lucky Luciano, lasciando a Francesco Rosi l’onere e l’onore di consegnarci una pellicola senza tempo. Orson è quasi messo all’angolo dall’“uomo senza inconscio” Hearst; all’amico produttore, interpretato da un attore che è al livello in termini di eleganza di Jeremy Irons, dice in un momento di sconforto con una crisi pantoclastica (rovescia tavoli e si ammazza di alcol): “George, ascoltami, è tutto ciò che ho! (il suo film, ndr)”. “E la colpa di chi è?!”. “Tutto ciò che potevo essere è in quel film”. Impietrito o scioccato, George gli organizza un incontro con quegli uomini che hanno il potere di distruggere un sogno o di trasformarlo in realtà. Il secondo passaggio è l’appassionato discorso rivolto agli azionisti della RKO, che salva letteralmente l’uscita dell’opera scissa dal cordone ombelicale dell’autore; “nullum magnum ingenium sine mistura dementiae fuit”, per parafrasare Platone, Il Fedro: “Buon pomeriggio; oggi un uomo che regna in Germania ha invaso la Grecia; si è già ingoiato la Norvegia, la Danimarca, la Polonia e bombarda Londra mentre vi parlo; ovunque vada quest’uomo distrugge la vita e la libertà dei suoi soggetti… ; in questo Paese noi abbiamo ancora le nostre voci; possiamo discutere e anche cantare, e poi possiamo farci sentire perché siamo, per il momento, liberi. Nessuno ci può ordinare cosa dire e come dirlo; giusto? Signori, io sono una voce; nient’altro. Il mio film è una voce, un punto di vista, un’opinione. Niente di più. Molti stanno morendo in Europa al momento, e presto molti americani moriranno anche per sconfiggere i tiranni e i dittatori. E quale messaggio state per dare all’America? Che un solo uomo (William Randolph Hearst, ndr) ci può togliere la voce. Ora, chi è il signor Hearst? E chi è il signor Welles? B’è, il signor Hearst ha fatto un palazzo di calce e mattoni, e piccole guerre… Welles ha fatto l’illusione ottica. Niente più di un sogno. Oggi, voi avete l’occasione di far trionfare il sogno.” Welles era in linea con lo Zeitgeist. Trovarsi al momento giusto nel posto giusto. Il produttore George gli dice, all’uscita della RKO: “Hai parlato bene, Orson, ma sei fortunato. Hearst è in bancarotta (un debito di 125 milioni di dollari, ndr). Ma eri sincero?”. Welles gli risponde: “Ha importanza?”. “Si che ha importanza!”. Il pensiero bugiardo è la cifra degli artisti. Orbene, Orson un po’ Orso faceva i conti con la decadenza della società americana che oggi è molto più accelerata di 80 anni fa (Trump è alla Casa Bianca) e l’America verosimilmente precipiterà in una guerra civile. Nel 1930 fu evitata l’ascesa del Partito Comunista alla Casa Bianca con l’elezione di Roosevelt al posto di Herbert Hoover. Ma soprattutto: il più grande regista nella storia del mondo non poteva sapere che gli psichiatri e psicoterapeuti pisani confortati dall’American Psychiatric association Liliana Dell’Osso e Riccardo Dalle Luche (cui va la mia stima in senso negativo) avrebbero teorizzato che uno dei compiti dello psichiatra nel Terzo Millennio è di intervenire “preventivamente”, interrompendo sul nascere la “liaison dangereuse” tra mediocrità e genialità. Con la prevenzione dell’accesso all’opera. Come? Con la “diagnosi precoce” oltre che con la psicanalisi, finalizzata dichiaratamente – cito i menzionati terapeuti – a impedire la trasformazione, ora della persona di Orson Welles nel “personaggio” di Orson Welles, ora di Frank Sinatra, ecc. operante nel neuro-atipico di turno. Perché il successo del personaggio di turno sarà la fonte della sua stessa rovina. Il concetto è stato ribadito in occasione della presentazione del volume “Coco Chanel. L’insopportabile genio”, con la negativizzazione freudiana della sua opera che è stata fatta – spiace dirlo – con un mix di sadismo e antipatia. Mentre ha valore estetico il film “Coco avant Chanel” trasmesso su Netflix. “Le parole hanno un senso”, come ha detto qualcuno. E talvolta, le parole possono uccidere. Scrivono Liliana Dell’Osso e Riccardo Dalle Luche nel loro volume “L’altra Marilyn – Psichiatria e psicoanalisi di un cold case” recensito da Eugenio Scalfari ne “Il vetro soffiato” de l’Espresso nel 2016: il Talento è l’altra faccia della malattia, e se si cura la malattia si deve curare il Talento “normalizzandolo”: “… Questa possibilità (della “diagnosi precoce”, ndr) si fonda sul riferimento al cervello come organo fornito di estrema variabilità individuale e molteplici elementi di atipicità rispetto a un IPOTETICO E TEORICO CERVELLO IDEALE. L’atipicità può sottendere alla presenza, da un lato, di talenti particolari e speciali (ad esempio matematico o musicale), dall’altro, invece, di elementi disfunzionali, che finiscono per manifestarsi con dei disturbi psichici. Non è infrequente, ed è una delle tesi di questo libro, che, com’è accaduto a Marilyn Monroe, l’una e l’altra cosa coesistano. Ogni clinico con una certa esperienza ha conosciuto numerosi pazienti che grazie ad alcuni tratti particolari hanno raggiunto elevati livelli di funzionamento e, a causa di quegli stessi tratti, hanno poi finito per ammalarsi e distruggere il loro talento o le loro fortune. Restando nell’ambito degli esempi cinematografici, si veda la storia del cittadino Kane nel celebre Quarto potere di Orson Welles. Ma anche i gravi disturbi mentali di molti rampolli delle dinastie regnanti (ad esempio Ludwig di Baviera), di molti uomini politici (Mussolini, Togliatti)… e di industriali di oggi, dimostra come la genetica delle malattie mentali sia strettamente connessa a quella che favorisce l’originalità e il successo… “. Continuano i fautori della Normalità come ideale, a pag. 137 del capitolo de L’altra Marilyn “Essere un altro: la maschera, il doppio, l’attore”, scrivendo loro malgrado l’ultimo capitolo de “Il tramonto della nostra civiltà” di Piero Ottone edito da Mondadori: “… Un altro testo importante sul tema del “doppio”, anche per quanto riguarda la psicopatologia di Marilyn, è Il ritratto di Dorian Gray, emblema novecentesco del narcisismo patologico, con molti aspetti profetici relativamente all’attuale mondo dell’immagine e dell’apparire, in cui l’icon-show ha sostituito l’inconscio. Si tratta, com’è noto, dell’unico romanzo di Oscar Wilde che, al di là delle celebri battute e paradossi, nasconde una tematica tragica, con la quale Wilde farà i conti nelle opere scritte in carcere, come il poema La ballata del carcere di Reading o il De Profundis… Nella Londra aristocratica vittoriana, è un ritratto nascosto in soffitta ad accumulare i segni del tempo e delle malefatte di Dorian, un bellissimo giovane gaudente, narcisista e amorale, che riesce così, per un tempo innaturalmente lungo, a mantenere intatta la splendente bellezza, la giovinezza e un’immagine sociale irreprensibile… “. Chi scrive è contrario a fare questi discorsi: soltanto le persone corrotte senza essere affascinanti – per parafrasare Oscar Wilde –, scorgono brutti significati nelle cose belle. Anche se dispiace che Robin Williams abbia pagato con la vita “L’attimo fuggente”, mentre fa piacere sapere che gli attacchi di panico di Coco Chanel abbiano avuto a che fare con la creazione dell’impero della moda e che Eugenio Cefis si sia fermato senza fare la fine di Orson Welles (non è una battuta ad effetto); scriveva Piero Ottone nell’opera “Il gioco dei potenti” edito da Longanesi: “… Cefis diede le dimissioni, e si ritirò dalla vita italiana, e la sparizione fu probabilmente il suo capolavoro, perché l’uomo più compromesso d’Italia abbandonava la scena col minimo rumore e senza subire fastidi o molestie; mentre altri, in posizioni simili alla sua, ma meno esposti di lui, continuano ad avere noie con la giustizia, interrogatori, o peggio.” Se oggi nascesse un nuovo Orson Welles, subirebbe la “diagnosi precoce” al di qua e al di là dell’Atlantico (fare il male per fare il bene). Il III conflitto ne è la logica conseguenza. Si vis pacem, para bellum. Volete che sia sincero? Ho il sospetto che quello che ho scritto abbia valore sostanziale, ma non estetico... di Alexander Bush<⁄strong><⁄em>

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I medici mancano dove c’è carenza di programmazione

Aumentare indiscriminatamente il numero di laureati in medicina non serve perché i medici mancano solo in alcuni territori e in alcune specialità. Ed è per questi problemi che vanno cercate soluzioni. Tutt’altro discorso vale invece per gli infermieri... Di Emilio Mirante (da”laVoce.info”)<⁄strong><⁄em>

ADESSO ABBIAMO CAPITO A COSA SERVE IL PONTE SULLO STRETTO

Ogni tanto sarebbe meglio guardare costi e opportunità prima di esprimere giudizi... di Libertates<⁄strong><⁄em>

ORSON WELLES, L’UOMO SENZA INCONSCIO

Ritratto psicologico di Orson Welles... Di Alexander Bush “Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica” Orson Welles “Il film “Quarto potere. Citizen K” andrebbe fatto vedere nelle scuole” Elio Di Marco, 2017 Ho vissuto sulla mia carne viva lo sfascio di una generazione, quella dei Neet; la perversione del piacere senza dovere in una società senza classi sociali ha i colori della “banalità del male”, per parafrasare Hannah Arendt. Sotto un cielo cinereo della Liguria, iosservo che Putin farà scacco matto all’Occidente, giunto allo stadio terminale della sua civiltà. La III guerra è già cominciata, anche se la stragrande maggioranza degli europei lo ignora per non parlare degli italiani (che si bevono la propaganda di Putin costruita con disinformazione scientifica da quel genio dell’imbroglio che è Marco Travaglio: condannato in primo grado a 8 mesi di reclusione per diffamazione nei confronti di Cesare Previti e prescritto dalla Cassazione). Il 1 settembre 1939 Hitler aggrediva la Polonia, ma gli europei ignoravano che era cominciata la II guerra; “dall’interno è tutto normale”, come dice il gambler di Portofino Maurizio Raggio. Su questo sfondo, fa effetto a chi scrive rivedere il master piece di Orson Welles “Quarto potere. Citizen K” uscito nelle sale nel 1942, tre anni prima della fine del secondo conflitto mondiale. Il più grande film mai realizzato. O il più grande imbroglio (senza il contributo alla sceneggiatura dello scrittore Mankiewicz magistralmente interpretato da John Malkovich in “RKO 281”, sarebbe stato amputato). Fa effetto, accidenti (in un’epoca in cui il bello è processato in quanto tale): questione anche di Zeitgeist, che plasma la nostra visione di spettatori a sua immagine e somiglianza. Solleciterei all’attenzione dei lettori una riflessione che non è mai stata veramente fatta sull’opera magistrale di Welles, sempre che un obiettivo così ambizioso sia alla portata dell’autore di questo saggio: l’uomo di genio Orson, a 25 anni, faceva i conti suo malgrado con il tramonto della civiltà occidentale diagnosticato da Oswald Spengler ormai più di un secolo fa (l’autore più importante nelle costellazioni di Piero Ottone, che lo scoprì a 18 anni, proprio nel 1942). “Ottone è un uomo di poche letture che ha saputo farne buon uso”, disse Indro Montanelli. E’ una storia che va raccontata, perché ci dice molto sulla disgregazione di un ordine mondiale che dura da 80 anni, ma sta venendo giù un pezzettino alla volta. Proviamoci, tra le geometrie dello Spirito dei Tempi che seleziona vincenti e perdenti in un giuoco senza pietas; “My life didn’t please me. So I created my life”, è il miglior aforisma di Gabrielle Chanel in arte Coco. Lo faccio da un’angolatura totalmente estranea alla mia mentalità, ragionando in termini freudiani. Meno si sa su se stessi, meglio è. Del resto, ha un valore estetico immenso la frase di Orson Welles: “Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica”, che lo mette al livello di Adam Smith. Il giovanotto prodigio che proveniva dall’alta borghesia – sempre che si sia in grado di apprezzare lo snobismo come parte del bello e in Italia, non sempre è così – aveva un’ossessione, un pallino, una missione che non gli dava pace: voleva scrivere e girare un soggetto sul magnate Charles Foster Kane, che in realtà era William Randolph Hearst. Perché? E’ la vera domanda. Lasciatemi essere volgare, portando la proiezione al “punto di equilibrio”: uno dei più grandi delitti di Sigmund Freud, ma non l’unico; istigò al suicidio l’allievo prediletto Viktor Tausk. Welles si era identificato con Hearst, ma naturalmente non lo sapeva. Era vero – sia detto di passata – anche di Ignazio Silone con Benito Mussolini; la “magia” della proiezione fu all’origine del capolavoro La scuola dei dittatori. “Chi non vuol far sapere una cosa, in fondo non deve confessarla neanche a se stesso, perché non bisogna mai lasciare tracce”: spiace dirlo, ma in questa frase c’è la genialità di Giulio Andreotti. E questo è un punto della massima importanza. Stiamo parlando dell’autos nomos senza condizionamento: una hybris, una ispirazione che guidano il soggetto che si dedica anima e corpo al proprio obiettivo, che sia Kane o Milano 2 (due capolavori). Egli non si domanda perché, e se se lo domandasse la sua visione che al limite della disperazione tenta di tradurre nella realtà andrebbe in frantumi; è la spinta emozionante del “diniego” a spingerlo a oltrepassare i confini del conosciuto, a dire quello che non è mai stato detto prima. Umberto Galimberti, coltissimo – ma non altrettanto intelligente – nel dizionario della Treccani scrive che per diniego s’intende “negazione”. A parere di chi scrive, non è esattamente così: vuol dire “trasformazione”; eppure negazione e trasformazione sono separati da una linea di margine, una linea Maginot. Come quando “the man of polytropos” fece sua la teoria di Joseph Goebbels: “Più grande è la bugia, più il popolo la crederà”, annunciando alla radio che gli alieni avevano invaso la Terra. Correva il 1938, la hybris di Chamberlain si rovesciava in tragedia. Il film rischiò di non uscire, perché il magnate sotto la lente d’ingrandimento aveva un tale potere da tenere sotto scacco il Congresso e Hollywood: il suo impero insidiava la democrazia americana, piegata (almeno in parte) ai capricci di un autocrate che aveva creato un sistema simile a Tangentopoli e tentava di condizionare Roosevelt (la cui campagna elettorale era stata finanziata da Lucky Luciano); il potere di Hearst lo erediterà Howard Hughes, entrambi sono finiti male. Non uscì invece nell’Unione Sovietica, segno che Russia e America si somigliavano e si somigliano. Ma l’Establishment a New York tollera gli artisti, molto più che i regimi totalitari. Furono momenti drammatici per l’enfant prodige, che era colto a differenza di Francis Scott Fitzgerald. Ci sono due passaggi fondamentali nel film “RKO 281” di Benjamin Ross centrato sul “fuori-scena” di Quarto potere, se è vero che la mediocrità è l’altra faccia della genialità e a unirle è il diniego, sia detto pure nel senso galimbertiano del termine; peccando di presunzione, Welles non capì che il meccanismo operava in Lucky Luciano, lasciando a Francesco Rosi l’onere e l’onore di consegnarci una pellicola senza tempo. Orson è quasi messo all’angolo dall’“uomo senza inconscio” Hearst; all’amico produttore, interpretato da un attore che è al livello in termini di eleganza di Jeremy Irons, dice in un momento di sconforto con una crisi pantoclastica (rovescia tavoli e si ammazza di alcol): “George, ascoltami, è tutto ciò che ho! (il suo film, ndr)”. “E la colpa di chi è?!”. “Tutto ciò che potevo essere è in quel film”. Impietrito o scioccato, George gli organizza un incontro con quegli uomini che hanno il potere di distruggere un sogno o di trasformarlo in realtà. Il secondo passaggio è l’appassionato discorso rivolto agli azionisti della RKO, che salva letteralmente l’uscita dell’opera scissa dal cordone ombelicale dell’autore; “nullum magnum ingenium sine mistura dementiae fuit”, per parafrasare Platone, Il Fedro: “Buon pomeriggio; oggi un uomo che regna in Germania ha invaso la Grecia; si è già ingoiato la Norvegia, la Danimarca, la Polonia e bombarda Londra mentre vi parlo; ovunque vada quest’uomo distrugge la vita e la libertà dei suoi soggetti… ; in questo Paese noi abbiamo ancora le nostre voci; possiamo discutere e anche cantare, e poi possiamo farci sentire perché siamo, per il momento, liberi. Nessuno ci può ordinare cosa dire e come dirlo; giusto? Signori, io sono una voce; nient’altro. Il mio film è una voce, un punto di vista, un’opinione. Niente di più. Molti stanno morendo in Europa al momento, e presto molti americani moriranno anche per sconfiggere i tiranni e i dittatori. E quale messaggio state per dare all’America? Che un solo uomo (William Randolph Hearst, ndr) ci può togliere la voce. Ora, chi è il signor Hearst? E chi è il signor Welles? B’è, il signor Hearst ha fatto un palazzo di calce e mattoni, e piccole guerre… Welles ha fatto l’illusione ottica. Niente più di un sogno. Oggi, voi avete l’occasione di far trionfare il sogno.” Welles era in linea con lo Zeitgeist. Trovarsi al momento giusto nel posto giusto. Il produttore George gli dice, all’uscita della RKO: “Hai parlato bene, Orson, ma sei fortunato. Hearst è in bancarotta (un debito di 125 milioni di dollari, ndr). Ma eri sincero?”. Welles gli risponde: “Ha importanza?”. “Si che ha importanza!”. Il pensiero bugiardo è la cifra degli artisti. Orbene, Orson un po’ Orso faceva i conti con la decadenza della società americana che oggi è molto più accelerata di 80 anni fa (Trump è alla Casa Bianca) e l’America verosimilmente precipiterà in una guerra civile. Nel 1930 fu evitata l’ascesa del Partito Comunista alla Casa Bianca con l’elezione di Roosevelt al posto di Herbert Hoover. Ma soprattutto: il più grande regista nella storia del mondo non poteva sapere che gli psichiatri e psicoterapeuti pisani confortati dall’American Psychiatric association Liliana Dell’Osso e Riccardo Dalle Luche (cui va la mia stima in senso negativo) avrebbero teorizzato che uno dei compiti dello psichiatra nel Terzo Millennio è di intervenire “preventivamente”, interrompendo sul nascere la “liaison dangereuse” tra mediocrità e genialità. Con la prevenzione dell’accesso all’opera. Come? Con la “diagnosi precoce” oltre che con la psicanalisi, finalizzata dichiaratamente – cito i menzionati terapeuti – a impedire la trasformazione, ora della persona di Orson Welles nel “personaggio” di Orson Welles, ora di Frank Sinatra, ecc. operante nel neuro-atipico di turno. Perché il successo del personaggio di turno sarà la fonte della sua stessa rovina. Il concetto è stato ribadito in occasione della presentazione del volume “Coco Chanel. L’insopportabile genio”, con la negativizzazione freudiana della sua opera che è stata fatta – spiace dirlo – con un mix di sadismo e antipatia. Mentre ha valore estetico il film “Coco avant Chanel” trasmesso su Netflix. “Le parole hanno un senso”, come ha detto qualcuno. E talvolta, le parole possono uccidere. Scrivono Liliana Dell’Osso e Riccardo Dalle Luche nel loro volume “L’altra Marilyn – Psichiatria e psicoanalisi di un cold case” recensito da Eugenio Scalfari ne “Il vetro soffiato” de l’Espresso nel 2016: il Talento è l’altra faccia della malattia, e se si cura la malattia si deve curare il Talento “normalizzandolo”: “… Questa possibilità (della “diagnosi precoce”, ndr) si fonda sul riferimento al cervello come organo fornito di estrema variabilità individuale e molteplici elementi di atipicità rispetto a un IPOTETICO E TEORICO CERVELLO IDEALE. L’atipicità può sottendere alla presenza, da un lato, di talenti particolari e speciali (ad esempio matematico o musicale), dall’altro, invece, di elementi disfunzionali, che finiscono per manifestarsi con dei disturbi psichici. Non è infrequente, ed è una delle tesi di questo libro, che, com’è accaduto a Marilyn Monroe, l’una e l’altra cosa coesistano. Ogni clinico con una certa esperienza ha conosciuto numerosi pazienti che grazie ad alcuni tratti particolari hanno raggiunto elevati livelli di funzionamento e, a causa di quegli stessi tratti, hanno poi finito per ammalarsi e distruggere il loro talento o le loro fortune. Restando nell’ambito degli esempi cinematografici, si veda la storia del cittadino Kane nel celebre Quarto potere di Orson Welles. Ma anche i gravi disturbi mentali di molti rampolli delle dinastie regnanti (ad esempio Ludwig di Baviera), di molti uomini politici (Mussolini, Togliatti)… e di industriali di oggi, dimostra come la genetica delle malattie mentali sia strettamente connessa a quella che favorisce l’originalità e il successo… “. Continuano i fautori della Normalità come ideale, a pag. 137 del capitolo de L’altra Marilyn “Essere un altro: la maschera, il doppio, l’attore”, scrivendo loro malgrado l’ultimo capitolo de “Il tramonto della nostra civiltà” di Piero Ottone edito da Mondadori: “… Un altro testo importante sul tema del “doppio”, anche per quanto riguarda la psicopatologia di Marilyn, è Il ritratto di Dorian Gray, emblema novecentesco del narcisismo patologico, con molti aspetti profetici relativamente all’attuale mondo dell’immagine e dell’apparire, in cui l’icon-show ha sostituito l’inconscio. Si tratta, com’è noto, dell’unico romanzo di Oscar Wilde che, al di là delle celebri battute e paradossi, nasconde una tematica tragica, con la quale Wilde farà i conti nelle opere scritte in carcere, come il poema La ballata del carcere di Reading o il De Profundis… Nella Londra aristocratica vittoriana, è un ritratto nascosto in soffitta ad accumulare i segni del tempo e delle malefatte di Dorian, un bellissimo giovane gaudente, narcisista e amorale, che riesce così, per un tempo innaturalmente lungo, a mantenere intatta la splendente bellezza, la giovinezza e un’immagine sociale irreprensibile… “. Chi scrive è contrario a fare questi discorsi: soltanto le persone corrotte senza essere affascinanti – per parafrasare Oscar Wilde –, scorgono brutti significati nelle cose belle. Anche se dispiace che Robin Williams abbia pagato con la vita “L’attimo fuggente”, mentre fa piacere sapere che gli attacchi di panico di Coco Chanel abbiano avuto a che fare con la creazione dell’impero della moda e che Eugenio Cefis si sia fermato senza fare la fine di Orson Welles (non è una battuta ad effetto); scriveva Piero Ottone nell’opera “Il gioco dei potenti” edito da Longanesi: “… Cefis diede le dimissioni, e si ritirò dalla vita italiana, e la sparizione fu probabilmente il suo capolavoro, perché l’uomo più compromesso d’Italia abbandonava la scena col minimo rumore e senza subire fastidi o molestie; mentre altri, in posizioni simili alla sua, ma meno esposti di lui, continuano ad avere noie con la giustizia, interrogatori, o peggio.” Se oggi nascesse un nuovo Orson Welles, subirebbe la “diagnosi precoce” al di qua e al di là dell’Atlantico (fare il male per fare il bene). Il III conflitto ne è la logica conseguenza. Si vis pacem, para bellum. Volete che sia sincero? Ho il sospetto che quello che ho scritto abbia valore sostanziale, ma non estetico... di Alexander Bush<⁄strong><⁄em>

Tassare la terra che si eredita

Il valore di un immobile dipende da dove si trova ed è in larga parte il valore del suolo su cui sorge. È una rendita di singoli che nasce da investimenti collettivi. In più, spesso si eredita, alimentando disuguaglianze. Tassarla è equo ed efficiente... Di Roberto Brunetti, Carl Gaigné e Fabien Moizeau <⁄strong><⁄em>
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