Per favore, niente carnevale per gli animali


Ma cosa sono diventati gli animali per noi uomini?

Il carnevale degli animali. Non si tratta, ovviamente, del celebre pezzo musicale di Saint-Saens, ma di un invito ad una festa che si è tenuta a Napoli, col sostegno di varie associazioni culturali. Ecco i ‘nobili intenti’ contenuti nel programma: “Sì, è dedicato proprio a LUI, il tuo animale da compagnia, quello con cui giochi, parli e scambi le coccole. Ormai membro indiscusso della tua famiglia ed è per questo che lo devi portare in costume carnevalesco alla festa..”L’invito è corredato da immagini di animali familiari: cani che indossano corna di cervi e gatti che sfoggiano cappellini di foggia carnevalesca. A chi è venuta un’idea tanto brillante? Bastava rileggersi una deliziosa poesia di Trilussa, “Er buffone”,in cui al leone, “re della foresta”, viene in mente di indire un concorso per avere, come i monarchi umani, un buffone di corte. Niente da fare. Nonostante gli sforzi dei diversi animali desiderosi de “fallo ride”, il leone “restava indifferente: nu’rideva. Finchè, scocciato, disse chiaramente: “lassamo annà: nun è pè cattiveria, ma l’omo solo è bono a fa er buffone: nojantri nun ciavemo vocazzione, nojantri semo gente troppo seria!”.
Che dire? Al di là della sensazione di sgomento, forse occorrerebbe interrogarsi su come è stata recepita in questi anni, sul piano sociale e a livello dei comportamenti personali, la grande trasformazione culturale che ha visto la questione animale al centro di un dibattito filosofico, etico, giuridico e politico di grande rilievo. Il problema di un rapporto di armonia e di rispetto nei confronti delle creature che condividono con noi la Terra, è ormai divenuto ineludibile per la società in cui viviamo; ma il sentimento di responsabilità e di cura nei confronti dell’animale che è entrato a far parte della nostra famiglia non può passare in alcun modo attraverso una ‘umanizzazione’che tradirebbe la sua natura. Simili e diversi, noi e gli animali, come tutte le buone amicizie: abbastanza simili per intenderci, abbastanza diversi per essere gli uni per gli altri una fonte continua di meraviglia e di stupore. Ce lo insegna, padre Nazzareno Fabbretti, che in un libro di molti anni fa, Caro uomo, immagina che gli animali scrivano delle lettere all’uomo per ritrovare quell’antica amicizia che un tempo lontano univa le diverse specie. Ecco, ad esempio, quel che scrive il cane:”Evita di umiliarmi..Non ridurci a caricature di te: saremmo meno animali noi e meno uomo tu..”
Inutile aggiungere che il percorso diretto a promuovere una cultura del rispetto dovrebbe partire, soprattutto, dal mondo della scuola. I ragazzi esprimono spesso un’empatia spontanea nei confronti degli animali in cui riconoscono una curiosità e una inquietudine che è loro familiare e che vedono per quello che realmente sono: esseri senzienti capaci di soffrire e di godere e la cui vita può essere migliore o peggiore a seconda della condotta umana. Il sentimento di responsabilità nasce proprio da questa consapevolezza, dal riconoscimento di una comune vulnerabilità. In Francia, sulla scia di un appello sottoscritto da studiosi di diverse discipline, si sta avviando un importante programma nelle scuole di “etica animale’ diretta a favorire sentimenti di empatia e a promuovere l’apertura verso altre forme di vita. E in Italia? Gli animali sono largamente ignorati dai nostri programmi scolastici: assente, in particolare, è tutta la problematica bioetica legata sia allo statuto morale del’animale, sia al dibattito recente, nell’ambito dell’etologia cognitiva, sulle capacità animali, le emozioni, la memoria, il pensiero, il linguaggio. Vogliamo continuare a pensare, con Cartesio, agli animali come a macchine da usare per i nostri fini o come ‘bruti’ che incarnano quella violenza che attribuiamo a loro e che dovrebbe assolverci dalla nostra? O vogliamo, finalmente, liberandoci dagli stereotipi, guardare a loro come realmente sono: creature senzienti, portatrici di interessi che sta a noi salvaguardare, soggetti di una vita che deve essere riconosciuta nella sua diversità positiva?
da Il Secolo XIX

di Luisella Battaglia

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