No a una riforma costituzionale senza capo né coda

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pasquino
Un’autorevole parere contro la modifica della Costituzione

Né Renzi né Boschi sembrano minimamente conoscere la storia delle riforme elettorali e istituzionali fatte (e disfatte) negli ultimi trent’anni. Hanno ripetutamente sostenuto che loro soltanto hanno saputo fare le riforme dimenticando la preferenza unica (1991), l’abolizione di quattro ministeri e del finanziamento pubblico dei partiti nel 1993, la legge elettorale per i sindaci (1993) e il Mattarellum (1993), la riforma del Titolo V (confermata con referendum 2001, il cui autore prevalente si è oggi schierato per il “sì” al referendum che sovvertirà la sua riforma), le riforme costituzionali del 2005 (cancellate da un referendum 2006), il Porcellum (2005) smantellato dalla Corte Costituzionale nel 2014. La loro narrativa è falsa e manipolatoria. Ha dato fondamento fragilissimo alle loro stesse piccole riforme
La trasformazione del Senato nasce da un accadimento occasionale generato dal Porcellum: l’inesistenza di una maggioranza in quella Camera dopo le elezioni del febbraio 2013. Si nutre di antiparlamentarismo: placare le critiche di molti italiani contro la casta riducendo drasticamente il numero dei senatori, rendendoli non più elettivi, ma designati e privati di indennità per contenere i costi della politica. Poco importa (a Renzi e a Boschi) che la composizione del nuovo Senato sarà pasticciata e che le sue competenze saranno confuse. Maggiore interesse ci si sarebbe attesi dai Presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, “costretti” (sic) a nominare cinque senatori in una camera destinata a rappresentare le autonomie: senatori per inusitati e imprevedibili “meriti” (che è la parola in Costituzione per caratterizzare la qualità della nomina: artistici, letterari, scientifici, sociali) federalisti. I due disattenti Presidenti, l’uno troppo interessato ad attribuirsi parte del successo delle riforme, l’altro preoccupato di non volere creare problemi al capo di un governo molto importante per la sua elezione al Quirinale, non si sono neppure accorti che grazie alla legge elettorale Italicum (alle cui “opportune verifiche di costituzionalità”, sono parole di Napolitano, attenderà, sperabilmente la Corte) perderanno uno dei loro più importanti poteri: quello di rifiutarsi di sciogliere il parlamento quando glielo chiederà un Presidente del Consiglio sconfitto (in subordine, a causa del premio di maggioranza, il Presidente non potrà non nominare a Palazzo Chigi il capo del partito “premiato” e troverà altissimi ostacoli per sostituirlo se incapace).
Non c’è niente di storico nelle riforme approvate, ma, soprattutto, non c’è niente di “sistemico”. Sono riformette occasionali, episodiche, prive di qualsiasi visione. La Costituzione italiana, un compromesso come tutte le costituzioni, non fu il prodotto dei catto-comunisti, ma dell’incontro fra culture politiche diverse, dalle quali è difficile espungere la cultura, nell’ordine, degli azionisti, grazie a Piero Calamandrei, dei socialisti, grazie a Lelio Basso, e dei liberali (Croce e Einaudi). L’esito fu una democrazia parlamentare classica, imperniata sui diritti. Le riforme Renzi-Boschi squilibrano l’assetto parlamentare, ma non ne creano uno diverso. L’espressione, tutta da chiarire, da loro usata: “democrazia decidente”, potrebbe attagliarsi a molti governi europei, nessuno dei quali è servito di esempio ai proponenti delle riforme italiane.
Infine, nessuna Costituzione e nessuna riforma costituzionale sono mai state sottoposte al ricatto referendario, alla minaccia di dimissioni del governo e di instabilità politica se non fossero approvate. Ci si attenderebbe dal Presidente Mattarella la dovuta precisazione, che non può rimanere implicita, che le dimissioni del capo del governo e dei suoi ministri, non significano affatto fine della legislatura e elezione di un nuovo Parlamento. Sta al Presidente della Repubblica, “sentiti i Presidenti delle Camere”, decidere che cosa sia/sarà meglio fare. Magari non una sedicente “democrazia decidente”, ma una “democrazia responsabile” (nei confronti dei cittadini e dei doveri costituzionali).

Gianfranco Pasquino

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