Di Alexander Bush<⁄>
“Volete la pace o il condizionatore acceso?”
Mario Draghi, primavera del 2022
A pensar male si fa peccato, ma s’indovina (Andreotti dixit). La sua mediocrità venne fotografata da Francesco Merlo il 7 maggio 2013 su “la Repubblica”, ma la mediocrità è parte della genialità ed è un curioso impasto che a volte, si può pagare con la vita. Il suicidio di Raul Gardini salvò il personaggio del Divo Giulio, intestatario del Conto Spellman allo Ior (vedi la sentenza d’appello al processo trattativa Stato/Mafia). Lui non si rendeva conto, sto parlando del Gobbo, che spezzava le vite pur di mantenere intatto il mito, per non perdere la maschera. Mentire per esistere. Delinquere per sopravvivere. “Troppa luce rischia di accecare”, come disse a Gianluigi Pellegrino, presidente della Commissione Stragi. Un fatto è certo: i libri del Gobbo erano privi di valore estetico. La sua vita è stata spettacolare.
La domanda può apparirvi del tutto sganciata dalla realtà: Mario Draghi che è Andreotti senza la gobba può arrivare a togliersi la vita? Oppure, può finire travolto dalle circostanze mentre agogna la conquista del Quirinale? L’uomo è strano ed ha alcune curiose caratteristiche. Temperamento ipomaniaco, soffre della “sindrome di hybris”. Che cos’è il disturbo della hybris? E’ la predestinazione ai grandi compiti, la sindrome della visione e la convinzione di rendere migliore il mondo, studiata da David Owen nei leaders politici. Ne soffre Donald Trump, che è delinquente ma sofferente, e l’ha vista rovesciarsi nella nemesi degli Epstein files. Secondo me, The Donald la pagherà con la vita quando a poco a poco perderà l’impunità con l’irrompere della realtà a lui sgradita. Perché non c’è hybris senza nemesi. Non c’è eccezione a questa regola. Daniela Ranieri spiegava su Il Fatto Quotidiano ormai qualche anno fa che secondo gli esperti, la hybris è nel “delirio scacchistico del giocatore”. Il senso dell’onnipotenza pervade colui che è rapito letteralmente dalla visione, come giuocando a scacchi con la Storia che pensa di plasmare a sua immagine e somiglianza; non è una morbosità clinica, ma è una conditio sub-clinica che sfocia regolarmente nella tragedia. Non è chiaro perché. Ma Orson Welles direbbe, “Privare la magia del suo mistero sarebbe assurdo come togliere il suono alla musica”.
Orbene, è successo a Mr Wolf di annunciarsi al mondo come un primus super pares “descendit de coelis propter nos homines” (Zagrebelsky dixit): già autore del “Whatever it takes” – identificò se stesso con l’Euro nel luglio 2022 –, mentre il 6 marzo 2013 moriva ucciso David Rossi precipitando dalla finestra del Monte dei Paschi di Siena a Rocca Salimbeni, il responsabile della comunicazione di Mps (se ne parla nel libro di Elio Lannutti e Franco Fracassi “Morte dei Paschi. Dal suicidio di David Rossi ai risparmiatori truffati. Ecco chi ha ucciso la banca di Siena”, edito da Paper First, da pag. 146 a pag. 152). Il falso e l’autentico sono continuamente commisti nella parabola dell’esperto unilaterale di finanza travestito da economista, che sembra colto senza esserlo, sembra intelligente ma è estraneo all’intelligenza, sembra l’enfant prodige di Federico Caffè quando è la versione negativa di Guido Carli.
“Uno sdoppiamento umano e tecnico che rasenta la dissociazione vera e propria” – per citare Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani nel libro “Razza padrona. Storia della borghesia di Stato” –, caratterizza entrambi i governatori della Banca d’Italia. I dettagli contano. Ad Aquisgrana, diavolo d’un Mr Wolf, l’ex presidente della Banca centrale europea nel suo intervento ispirato ha identificato se stesso con il salvataggio dell’Europa, fingendo di essere keynesiano, mentre ha portato l’assunto della crescita al “punto di equilibrio”. La calma esibita è una recita che è l’altra faccia della cattiveria riservata al galantuomo Biagio Agnes, ma è il trucco dell’icona sganciata dalla persona: sembra di sinistra, ma è capace di ferire come un Gordon Gekko.
Iconizzando se stesso, si reinventa nel Migliore ma escono i mostri o l’eccezionalità sconfina nella
mostruosità; è nell’emergenza che il Migliore o il Mediocre dà il massimo, ma “i migliori diventano i peggiori” per citare Luc Besson. Eyes Wide Shut e il Gruppo dei Trenta sono uniti dallo shadow banking, la “finanza ombra” ma sono le ombre del Diavolo.
Mentre ha ritirato il Premio internazionale Carlo Magno il 14 maggio 2026, ha finto di essere umile e non ha mai toccato vette così alte di felicità. Forse, è veramente l’attimo fuggente quello del drago che di diniego ferisce, ma di “negazione” perirà (all’incirca come il suo maestro Federico Caffè, che tra i labirinti di Pirandello si perse nella primavera del 1987):
“Signor Sindaco Dr. Ziemons, Cancelliere Merz, Primo Ministro Mitsotakis, Presidente Laschet, Presidente Lagarde, Illustri premiati degli anni precedenti, Eminenze ed Eccellenze, Gentili ospiti, Signore e Signori.
Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La tensione cui è sottoposto il nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese. Ma questo non è solo un momento di pericolo. E’ anche un momento di rivelazione. Perché le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme.
Questo dovrebbe darci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende. Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni.
Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa è diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media. La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano (fateci caso, Draghi non ha parlato della spesa in disavanzo, ndr).
E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. E’ diventato più duro, più frammentato e più mercantilista. Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate.
D’altra parte neanche la Cina offre un’àncora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia. In un mondo di partnership in evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata.
Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata. Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri. Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Ci si affidò ad agenzie indipendenti, processi basati su regole e mercati finanziari per svolgere un lavoro che, altrove, avrebbe richiesto una scelta politica aperta. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive hanno finito per apparire amministrative.
I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri. Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha permesso di raggiungere qualcosa di storicamente raro: l’integrazione senza subordinazione. Ma si basava su due assunti fondamentali. La prima era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno attraverso un ordine internazionale basato su regole. La seconda era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più difficili sul potere e sulla sicurezza, perché sarebbero state risolte per noi.
Entrambi gli assunti si sono ora rivelati fallaci. E man mano che vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al cuore del progetto europeo.
All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione. C’è dell’ironia in tutto questo.
L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare.
La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno in cerca della crescita che l’Europa stessa non riusciva a fornire. Dal 1999, il commercio in percentuale del PIL è salito dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, si è a malapena mosso. Gli uni e l’altra restano molto meno esposti al commercio. La nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. E’ il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo.
La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata può eliminarla completamente. Anche gli Stati Uniti hanno le loro esposizioni, anche in materia di minerali critici. Ma la posizione dell’Europa è di un ordine diverso. Se avessimo adottato le misure necessarie per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero incanalato una quota maggiore dei risparmi europei verso il rischio produttivo interno. L’energia si sposterebbe più liberamente attraverso i confini, supportata da reti, inter-connettori e stoccaggi. La decarbonizzazione sarebbe più alla nostra portata, e le nostre economie meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli con quote inferiori.
Ma l’Europa ha scelto un percorso più difensivo. Abbiamo cercato di tenere a bada le perturbazioni. Abbiamo limitato il consolidamento, vincolato il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. E’ stata la dipendenza. Oggi, metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non riesce ancora a dispiegare la sua transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.
La terza debolezza, e forse la più importante, è il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio. Dal 2019, il divario di produttività oraria tra l’Europa e gli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze nel tenore di vita. Ma indica una crescente
divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli USA. L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario. Gli scenari dell’OCSE suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun momento, nella memoria recente, una parte così grande del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica.
Ma l’IA non è semplicemente l’ennesimo strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l’Europa è in ritardo. Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center dentro il 2030. La Cina si sta mobilitando su scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ad oggi. L’Europa possiede i risparmi, i talenti e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di mobilitarci alla scala che il momento richiede. Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare. A differenza dell’elettricità o di internet, l’IA migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente. Tutte e tre le conseguenze rimandano alla stessa fonte.
L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno. E’ diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria stessa scala. La domanda ora è come correggere questo squilibrio. In tutta Europa, stanno emergendo risposte diverse. Per alcuni, la risposta è non cambiare: mentre altri si ritirano dall’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole.
L’Europa può ancora guadagnare da un’ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui limiti di quest’ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro PIL ammonterebbe a meno dello 0,5%. Il problema più profondo è politico.
Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione.
Per altri, la risposta è reintrodurre nei mercati uno Stato strategico. In tutta Europa, c’è un rinnovato appetito per la politica industriale, per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all’estero.
Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l’idea di un campo di gioco livellato a livello globale. L’Europa deve navigare dipendenze sempre più complesse sia dagli Stati Uniti che dalla Cina. Non possiamo permetterci la rigidità ideologica. Ma questi strumenti non produrranno ciò che i loro sostenitori sperano, a meno che l’Europa non risolva anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico. Pensiamo a cosa accade se l’Europa adotta una postura commerciale assertiva. Le ritorsioni invitano contro-ritorsioni, costi che l’Europa, nella sua forma attuale, è poco attrezzata ad assorbire. Stiamo già assistendo agli effetti dei dazi americani: dal Liberation Day, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%… (l’errore che commette Draghi è di fare l’equazione deficit spending= protezionismo; ma la spesa in disavanzo non è nell’autarchia, ndr).
Più l’Europa si riforma, meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la
propria frammentazione… “.
Ps – E’ del gennaio 2026 l’intervista di Antonella Tognazzi a Serenella Bettin per “L’Espresso”, leggi alla voce “sospensione dell’incredulità” di Sharon Stone in “Basic Instinct”.
Il falso e l’autentico rivaleggiano in parità nella Fiera della vanità senza verità.
Mario Draghi deve fare i conti con Antonio Degortes.
Il Diavolo è nei dettagli.


