LIBERTATES INTERVISTA ADRIANO TESO


Intro: L’ABC dell’Economia e della Finanza è un libro chiaro e diretto al punto, proprio come il suo autore. Adriano Teso, imprenditore di successo ed ex Sottosegretario di Stato per il Lavoro e la Previdenza Sociale dal 1994 al 1995, offre la sua visione del panorama economico e finanziario italiano proponendone l’evoluzione verso la centralità del libero mercato e la semplificazione di un sistema altamente burocratizzato e inefficiente a causa di una capillare presenza statale, e che evidenzia l’urgenza di una classe politica in grado di farsi carico degli interventi necessari a risollevare il Paese.

1) Adriano, il suo libro sta riscuotendo parecchio successo: è questo il segno che gli italiani riconoscono la necessità di un cambiamento di modello, quando si parla di economia in Italia?
Il libro arriva al momento giusto perché cerca di proporre soluzioni concrete agli attuali problemi economici del Paese. Il titolo semplice e il testo non tecnico invitano il lettore: gli italiani, anche se non sempre razionalizzano le cause di questi problemi, capiscono bene che qualcosa non va. E forse anche alla nostra politica questo libro un qualche segnale lo ha dato. Poi pensare che la totalità del nostro Parlamento capisca queste cose è un po’ difficile, ma chi è più sensibile è stato toccato.

2) Come è nata l’idea di questo libro?
Ho sempre dedicato parte del mio tempo alla politica economica. Dopo la mia esperienza in Parlamento non ho più voluto ritornare in Parlamento e al Governo malgrado diverse sollecitazioni, mi sono però sempre occupato di politica. Ho collaborato al di fuori del Parlamento con alcuni Centri Studi economici occupandomi di tutto quello che è comunicazione su questi argomenti. Assistendo al degrado della situazione economica e finanziaria del Paese, ma anche del mondo, ho pensato di realizzare un libro, un riepilogo di tutte le cose che ho sempre sostenuto in questi anni.

Il libro mette semplicemente in ordine concetti di cui avevo già parlato e scritto e con l’aiuto di Fabio Cesaro l’ho trasformato in un’intervista dal formato semplice e scorrevole. Poi mi sono detto: esponiamolo alla critica di quattro professori esperti della materia. Mi diranno sicuramente ‘Ma no Teso, capirai di vernici, capirai di industria ma di economia…” – e invece no, sono d’accordo! (ride ndr.) Hanno rafforzato ancor più le mie idee. Infine Nicola Porro, che è della mia stessa scuola liberale, ha accettato di scrivere la prefazione. Quindi il risultato finale è un pacchetto interessante e di cui si parla molto.

3) Uno dei temi chiave del libro è quello della lotta agli sprechi, il taglio alla spesa pubblica. Ma da dove cominciare? Esiste un problema di interessi che non possono essere toccati? I politici si trovano nella situazione di dover scontentare qualcuno, ma spesso non agiscono per non perdere consensi.
Le cose che dico nel libro mirano a migliorare il benessere degli italiani, ma di quelli onesti e che lavorano, non di quelli che bloccano lo sviluppo economico per tenersi un posticino o che bruciano i risparmi di chi ha lavorato. Io credo che il consenso non mancherebbe spiegando bene, con etica, onestà e trasparenza il perché questi interventi sono necessari. Non promettendo tutto a tutti. In Italia spesso non ci rendiamo conto che abbiamo uno dei migliori tenori di vita al mondo perché usiamo soldi degli altri, in prestito. Prima o poi i soldi non arriveranno più in prestito, andranno restituiti e inevitabilmente si andrà in contro a un abbassamento delle disponibilità finanziarie. E poi c’è questa grande bolla finanziaria di carta straccia, il derivato, del derivato, del derivato – e sotto non c’è niente. Abbiamo visto gestori di patrimoni sparire con miliardi, coi soldi dei risparmiatori. O banche che saltano e certi banchieri che non vanno in galera. Questo è inaccettabile. Spiegando per bene che danno tutte queste cose provocano e che vantaggi può trarre una persona seria dall’evitarle, il consenso non può non arrivare. Certo, poi a chi gestisce certe fette di potere non fa piacere sentire queste cose. Ma se una persona non ha scheletri negli armadi, perché non le può dire? Il grande problema è che c’è poca classe dirigente che affronta questi temi. Uno o due persone da sole non possono cambiare il mondo, servono delle squadre.

Lei solleva un problema etico non da poco
Certo. Quando succede qualcosa di catastrofico, bisogna sempre andare a vedere dove finiscono i soldi, per capire chi manovra il tutto. Le ideologie esistono, ma spesso sono manovrate da chi gestisce il sistema, sempre per portare acqua (soldi) al proprio mulino.

4) Nel suo libro analizza bene il fenomeno della finanza predatoria e speculativa
Sì ovvero quando tutto si trasforma in ricchezza che va a certi signori. Il mondo finanziario è molto controllato da circa 1300 corporations con partecipazioni incrociate, e pare che poche centinaia di persone governino il mondo. Se queste persone operano per promuovere attività che migliorano produttività e servizi, è un bene. Mi offrite prodotti e servizi che non nessun altro offre, al miglior prezzo, pagando tutte le tasse e rispettando le leggi: accetto volentieri. Se invece fate girare soldi in maniera non particolarmente chiara e non per produrre ricchezza reale (beni e servizi), anzi, allora non mi sta bene. Anche perché è a causa di queste operazioni che persone come me sono costrette a versare oltre l’85% di tasse.

E’ probabilmente anche un discorso di ricchezza maldistribuita e troppo concentrata?
Chi distribuisce la ricchezza è il mercato, siamo ognuno di noi, quando cerchiamo il miglior prodotto o servizio-qualità-prezzo: chi è in grado di offrirlo, vince. Non ci devono essere tariffari: OK ad una retribuzione minima per evitare lo sfruttamento, che vale per tutti i lavori e le categorie, poi ognuno si guadagni il proprio compenso in base a ciò che offre. E ci paghi le tasse per un benessere comune.

Quindi meno struttura statale possibile
Certo. Tutto quello che può decidere il singolo cittadino, lo decide meglio e comporta meno passaggi di denaro. C’è qualcosa che posso fare io direttamente? Perché devo delegare qualcun altro, pagarlo per ottenere qualcosa che posso fare io? Da qui nasce il principio della sussidiarietà, del federalismo, delle confederazioni. Ognuno decide nel proprio territorio, poi porta sul tavolo nazionale solo alcuni aspetti dove è dimostrato che i risultati migliori si ottengono in ambito nazionale.

Un ostacolo alla realizzazione di questa formula in Italia può essere rappresentato dai monopoli naturali. Ad esempio, non posso costruire una ferrovia di fianco all’altra perché si facciano concorrenza su un tracciato. Va definito in sede nazionale. Ma non gestire e costruire: decidere, e poi vinca il migliore. Gli appalti, le concessioni, dovrebbero essere sempre aperti, in competizione. Se per gestire queste linee ferroviarie ti pago di più e ti faccio spendere di meno, e ho tutte le carte in regola, perché non posso gestirle io? Lo stesso vale per i porti, gli slot delle linee aeree, le autostrade. Questo approccio va affiancato ad alcune socialità che una nazione ricca deve assicurare, come una tassazione generale per garantire sanità e istruzione. Ma non significa che il Direttore Generale di un Ministero possa dirigere anche ospedali e scuole, non è il suo mestiere. Deve essere il cittadino a scegliere il suo medico, il suo ospedale, la sua scuola. E quando scelgo per me, per la mia famiglia e per i miei figli faccio il massimo per avere il meglio, metto in concorrenza chi offre i servizi. Questo automaticamente innesca un meccanismo per cui ospedali e scuole ricercano i migliori professionisti con l’obiettivo di attrarre clienti.

5) Il Mercato del lavoro in Italia è, soprattutto in alcuni settori, concentrato solo in determinati territori o città. E’ possibile secondo lei intervenire per rendere le opportunità lavorative più distribuite sul territorio?
Si tratta di pianificare il territorio. Io sono per la costituzione di aree multicentriche. Ad esempio il territorio di una grande Milano, sia composto da centri di 200.000 abitanti, con ogni centro fornito di tutti i tipi di strutture: assistenza sanitaria, scuola, teatro, posti di lavoro e abitazioni. Questa pianificazione favorisce la formazione di comunità stabili e, dato che è possibile trovare nel proprio territorio tutto quello che serve, riduce anche il traffico. Poi chi fa impresa sceglie il territorio migliore. Basta definire delle regole edilizie che stabiliscono quante persone e quali servizi possono stare in un territorio, senza eccessiva burocrazia e licenze per la destinazione d’uso.

In Italia è tutto eccessivamente burocratizzato con immensi ed eterni controlli e autorizzazioni preventive. Anni! All’estero non ci sono tutti questi problemi: uno fa, poi eseguono controlli e se non sei in regola ti fanno chiudere. Bisogna permettere a chi fa impresa di lavorare, nel pieno rispetto delle regole, ma con meno burocrazia. Sono convinto che se ci fossero più persone che comunicano e raccontano queste cose, i cittadini le capirebbero.

6) Parlando di regole e di tassazione, si parla spesso di un regime fiscale comune in Unione Europea. Cosa ne pensa?
Assolutamente no. Una Federazione o Confederazione si fa concorrenza anche sulla pressione fiscale. Io eleggo il mio amministratore in Regione se mi fa pagare meno tasse possibili con una gestione eccellente. Perché devo dare un ombrello di protezione ai politici così ognuno può avere entrate garantite? Devono guadagnarsi anche quelle.

Anche all’inverso? Laddove esiste un regime fiscale agevolato renderlo paritetico rispetto agli altri? Vedi Irlanda, Svizzera…
Le tasse servono per pagare dei servizi comuni. Pago volentieri in relazione a quello che ho in cambio. Se esistono i paradisi fiscali è perché accettiamo noi di averli, permettendo di utilizzarli a scapito nostro, evidentemente qualcuno ha fatto un favore a qualcun altro. Se lavori in Italia paghi le tasse in Italia, se funziona diversamente è perché qualcuno vuole così e ci guadagna.

7) Nel suo libro lei sostiene che “un cittadino libero e responsabile realizza in prima persona tutto quanto può fare da sé senza dover ricorrere al comune, alla provincia, o alla regione, e fa certamente meglio”. Questo presuppone però forte senso di responsabilità ed etica personale
Etica? Certo in generale, ma per fare bene occorre sapere cosa si vuole e sapere dove lo si può avere al meglio. Bisogna provare a educare.

Il luogo giusto possono essere le aule di scuola, e l’ora di educazione civica che verrà reintrodotta partire dall’anno scolastico 2020/21?
Bisogna prima di tutto educare i professori. Tutta l’educazione parte alla famiglia, dalla scuola e dalle persone che frequenti. E’ necessario che si diffonda la cultura dell’etica pubblica, il saper vivere da cittadino onesto in una città che ha tanto da offrire a cittadini onesti. Come diceva Einaudi, ‘in politica non si beve neanche un caffè gratis’. Quando sono stato eletto mi sono spesso imbattuto in persone che chiedevano favori. Io favori non ne chiedo, ma non ne faccio. Ci vuole gente che ci metta la faccia, che non abbia scheletri negli armadi, e che sappia di politica economica. Sono princìpi che si possono applicare a tutti livelli. Basta sapere che cos’è il mercato, il vero padrone del tutto è cliente. Servizio-qualità-prezzo: si sceglie in base a quello.

Ma credo che per molte ragioni, il mondo stia andando nella direzione dell’etica e della trasparenza, anche grazie ad un migliore accesso all’informazione e ad una maggiore stabilità del Continente in cui viviamo. Io prima di tutto lo faccio per me, si vive meglio in una nazione che funziona: ho più reddito, pago meno tasse, ho servizi migliori.

Marco Pastorini

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