Lega e federalismo: una crisi reciproca?

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stefano
Una domanda da Gigi Marzullo: la Lega Nord rischia di trascinare con sé, nella tomba, anche ogni valida idea di federalismo? O è il crollo leghista la conseguenza di un disinteresse totale nei confronti di ogni forma di decentramento del potere?
In primo luogo, chiediamoci: la Lega Nord è veramente al collasso?
L’unico dato oggettivo è il risultato elettorale. E dunque si direbbe proprio che la Lega sia realmente al collasso. Ha preso il 4,1% dei voti nel febbraio 2013, meno della metà del rispettabile 10,2% delle ultime elezioni europee (2009) e la metà dell’8,3% delle politiche del 2008. Questi sono dati inconfutabili, che mostrano una situazione di crisi. Ma sono senza precedenti? No, a dire il vero un precedente c’è: il crollo di consensi subito nel lungo periodo 1999-2006, che, a sua volta, era preceduto un periodo di vacche grasse, nel triennio precedente, quando la Lega aveva conquistato un altro 10,2% alle politiche del 1996.
Come interpretare questi risultati altalenanti? Li si può leggere alla luce delle promesse elettorali della Lega Nord, che hanno attratto o respinto il suo elettorato settentrionale. La Lega Nord, che esiste dal 1984, si è presentata come la novità assoluta nel panorama politico italiano nel 1992, quando riuscì a scalfire il dominio del pentapartito. Allora rappresentava la novità, piaceva agli imprenditori del Nord perché prometteva la liberazione dalla tirannia fiscale di Roma. E con questo era riuscita ad andare ben oltre l’elettorato (tradizionalmente molto ridotto) autonomista e indipendentista delle regioni settentrionali. Il 1994 segna la consacrazione, con il superamento della soglia del 9% dei voti. La Lega diventa la prima forza del Nord ed entra nel governo. Nemmeno un anno dopo, però, perde ben 3 punti percentuali nelle elezioni europee. Aveva un alleato troppo popolare, al suo fianco, che diceva le stesse cose: Silvio Berlusconi era diventato il campione degli interessi del Nord, mirava alla liberazione dalla tirannia fiscale e sbandierava il federalismo fiscale (ogni regione autonoma nell’imporre e raccogliere le tasse). Non è difficile intravvedere in questa rivalità interna la causa principale del “ribaltone”, quando fu Bossi a staccare la spina al governo Berlusconi. Allora la Lega smise di parlare di federalismo e incominciò a promettere l’indipendenza. L’elettorato del Nord, esasperato da tasse e promesse di autonomia mancate, individuò nell’indipendentismo la misura estrema per ottenere la difesa dei propri interessi. L’indipendenza fu recepita come la forma più coerente e aggressiva della proposta federalista. E il successo non tardò a mancare: 10,2% dei consensi nelle elezioni politiche del 1996. Perché, tre anni dopo, vi fu il primo crollo? Perché quell’elettorato realizzò che le promesse di Bossi erano solo sulla carta. Dopo aver speso milioni su milioni nel tentativo di costruire un’identità nazionale “padana”, la classe dirigente leghista dimostrò di non saper dare concretamente al suo elettore quel che maggiormente gli veniva chiesto: autonomia fiscale, meno tasse, libertà dal centralismo burocratico romano.
La Lega era svuotata. Non è dallo scandalo di Belsito che entrò in crisi. Fu con la batosta del 1999 (voti ancora dimezzati alle europee) che finì la corsa verso l’autogoverno del Nord. E non si riprese mai più. La Lega si limitò al ruolo di alleato settentrionale di Berlusconi per tutto il periodo 2001-2008. Solo nelle elezioni del 2008 poté riprendere il suo status perduto di partito forte. Ma per ragioni molto diverse da quelle che ne garantirono il successo negli anni ‘90. Era l’elettorato del Nord ad essere cambiato. Le sue richieste principali non erano più tanto quelle della maggiore autonomia politica e fiscale, ma quelle di una maggior protezione. Protezione dal crimine, dall’Islam, dall’immigrazione, dall’Europa e dal commercio internazionale. Il partito di Bossi si presentò in veste di movimento conservatore tutto “legge-e-ordine” e fece il bagno di consensi. Poi, però, subentrò un altro fattore imprevisto: la crisi economica. L’elettorato impaurito dall’Islam e dagli immigrati, iniziava ad essere maggiormente preoccupato da altri pericoli molto più immediati: la perdita del posto di lavoro, la chiusura della propria azienda, la perdita della casa, il rischio di veder svanire anche la pensione.
E quindi? Lo stesso elettorato del Nord si è rivolto a Beppe Grillo, che promette uno Stato centrale forte che salva tutti da qualsiasi pericolo. Il successo del Movimento 5 Stelle, avvenuto a spese della Lega Nord anche nelle sue roccaforti del Nord-Est, dimostra che quello leghista fosse ormai un elettorato diverso da quello federalista, autonomista o anche indipendentista delle origini. Un popolo a cui importa solo avere sicurezza e politici “puliti” è prontissimo a sacrificare il progetto dell’autonomia. Per non parlare dell’indipendenza, che richiederebbe ancora più impegno. Una prova ulteriore? Esistono tanti partiti autonomisti e indipendentisti, ma nessuno di questi ha portato via voti alla Lega in crisi. Anzi, tutti loro hanno registrato un sensibile calo di consensi, assieme alla Lega.
Dunque, alla domanda iniziale, se sia la Lega a trascinare nella tomba il federalismo o il crollo delle idee sul federalismo a trascinare con sé la Lega, possiamo rispondere: entrambe le cose. La grande sfortuna dell’Italia è di aver identificato pienamente il federalismo con un unico partito del Nord. Vuoi perché solo il Nord vuole una riforma federale, vuoi perché solo la Lega è riuscita a monopolizzarne simboli e idee a scapito di tutti gli altri partiti. Così, dopo 20 anni, ci ritroviamo con una Lega in crisi e un federalismo nel dimenticatoio. Moriremo centralisti. Oppure assisteremo alla nascita di movimenti autenticamente indipendentisti nelle regioni che più vogliono l’autogoverno, a partire dal Veneto. In ogni caso sarà tutta un’altra storia il cui finale è assolutamente imprevedibile.

Stefano Magni

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1 commento

  1. L’unico della Lega a parlare di vero, e sottolieno vero, federalismo è stato Miglio. Per il resto è servita sicuramente da stimolo, ma non ha un’idea chiara di federalismo. Caro Stefano, il sud, e io posso essere un testimone, non è contrario al federalismo, anzi. Non a caso anche al sud sono sorti, anche se male e piuttosto confusi, alcuni partiti che fanno del federalismo la propria bandiera. Il sud, come il nord, e come dovrebbe essere l’Italia, è contrario invece al populismo e alla demagogia a tratti razzista della Lega, soprattutto quella dei primi tempi. Ma anche oggi: vogliamo parlare delle sparate di Borghezio o dei cori da stadio di Salvini? Anche perché parliamoci chiaro: il federalismo è un’opportunità per il sud, metterebbe fine alla politica di investimenti diretta esclusivamente al nord e all’assistenzialismo improduttivo verso il sud.

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