L’altra faccia (buona) di Pinochet

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una rievocazione controcorrente e provocatoria di Pinochet

Ricorre il quarantatreesimo anniversario del golpe militare in Cile del generale Augusto Pinochet e del suicidio di Salvador Allende –consumatisi l’11 settembre 1973 – mentre l’Italia sta sfiorando la bancarotta per le stesse ragioni che condussero Pinochet al potere: la cleptocrazia del dirigismo, che è la mafia dello statalismo. Parliamone, perché Augusto non era un fascista, non era Belzebù. Al contrario – al netto dei suoi disturbi mentali che lo rendevano molto simile ad Albert Einstein e a Benito Mussolini (vedere Liliana Dell’Osso ne L’altra Marilyn a pag. 164) – un autentico liberale che applicò i principi della scuola dei Chicago Boys all’economia del suo paese, agevolandone l’uscita dalla grave recessione e il rientro nella democrazia dallo stesso Pinochet perseguito nel 1990. Non si verificò mai nessun colpo di Stato promosso da Nixon e Kissinger per conto del “demoplutocratico” Washington Consensus (sic), e l’unica versione credibile ed equilibrata degli avvenimenti cileni è stata data dall’ex ambasciatore della Nato Sergio Romano nel suo libro Cinquant’anni di storia mondiale: “Nel suo libro sui caudillos latino-americani Ludovico Incisa di Camerana racconta che Fidel Castro, da poco insediato al potere, conobbe un medico cileno, Salvador Allende, e disse subito di lui: “Conosco l’uomo che farà la prossima rivoluzione nell’America Latina.Sta qui oggi all’Avana”.
Undici anni dopo, nel 1970. Allende conquistò la presidenza del Cile con il 36,3% dei voti popolari. Era, secondo Incisa, “un tradizionalista, un sentimentale di sinistra, una sinistra ottocentesca di tipo francese: molte parole e pochi fatti…”.Ma si circondò di esponenti massimalisti, dette il ministero degli Interni al segretario generale dei sindacati, aumentò il salario minimo del 66,7%, procedette a una vasta campagna di nazionalizzazioni, decise che i colossi americani del rame, come l’Anacona, non avrebbero avuto diritto ad alcun compenso, ricevette Castro a Santiago e firmò con lui un comunicato congiunto in cui i due paesi promettevano di lottare insieme contro le forze dell’imperialismo e del capitalismo internazionale.
I risultati economici di tale politica furono disastrosi. Diminuì la produzione industriale, crollò la produzione agricola, balzarono in alto i prezzi e il tasso d’inflazione. In pochi mesi Allende mobilitò contro di sé i partiti moderati, gli ambienti economici, le forze armate, la Banca Mondiale e gli Stati Uniti, i quali risposero alla confisca delle aziende americane interrompendo bruscamente i loro aiuti. Ma il colpo mortale venne da uno sciopero di trasportatori che paralizzò il paese, e offrì ai militari l’occasione d’intervenire. Nella notte fra il 10 e l’11 settembre 1973 i capi di stato maggiore dettero ai comandanti periferici l’ordine di assumere i pieni poteri. Chiuso nel palazzo presidenziale, Allende non volle o non poté servirsi delle formazioni armate che si erano andate costituendo in seno ai movimenti di sinistra. Si suicidò nel pomeriggio dello stesso giorno con un fucile mitragliatore che gli era stato donato da Fidel Castro.
Molti sostennero che l’intervento dei militari era stato sollecitato e favorito dagli Stati Uniti.Ma questo è uno dei tanti falsi “probatori” dell’intelligentia di sinistra, come implicitamente Romano aiuta a comprendere: “Nelle sue memorie Nixon ammette di avere finanziato la campagna elettorale dei candidati dell’opposizione, ma sostiene d’avere interrotto le operazioni della CIA non appena fu evidente che Allende stava vincendo”. E aggiunge:“Sino a quando i comunisti continueranno a fornire mezzi finanziari per appoggiare all’estero partiti politici, fazioni o singoli individui, penso che gli Stati Uniti possano e debbano fare altrettanto, e debbano farlo, per essere efficaci, segretamente”. Una somma importante (otto milioni di dollari) fu apparentemente stanziata negli anni successivi per sostenere gli scioperi e il malumore sociale che la nuova politica economica aveva diffuso nel paese.Ma il regime, alla fine, crollò sotto il peso dei propri errori e della retorica giacobina con cui Allende aveva tentato di governare. Kissinger ha probabilmente ragione quando sostiene: “Fu l’opposizione che egli suscitò all’interno del Cile a innescare il golpe militare del 1973…”.Pinochet avviò dal ’73 in poi il processo di democratizzazione occidentale della società cilena, con effetti fortemente benefici: privatizzazioni concorrenziali, inedita mobilità sociale (dunque Welfare), occupazione ripristinata ecc…
Condivisibile è la lettura di Romano:“Del tutto inattese, infine, furono le conseguenze economiche della crisi cilena. Dopo essersi sbarazzati di Allende e del suo regime di Unidad Popular, i militari rifiutarono di restituire il potere ai partiti politici e instaurarono un regime fortemente autoritario sotto la presidenza del capo di stato maggiore dell’esercito Augusto Pinochet Ugarte. Ma la politica economica del nuovo regime s’ispirò al liberismo radicale di Milton Friedman e della scuola economica che egli stava formando in quegli anni all’università di Chicago. Con un forte anticipo sugli Stati Uniti, sulla Gran Bretagna e su altri paesi latino-americani, il Cile autoritario e liberticida di Pinochet divenne in realtà una sorta di isola sperimentale per le teorie economiche liberali che avrebbero avuto grande voga nel decennio seguente”.
Cioè Pinochet, uomo d’azione non privo di macroscopiche contraddizioni (la grandezza è la sintesi delle stesse), ebbe il merito straordinario di anticipare Ronald Reagan e la Iron Lady Margaret Thatcher. Il cui slogan era: “Non è la società a fare gli individui, sono gli individui a fare la società”. Un principio costitutivo del liberalismo. E’ opportuno ricordare che Pinochet assunse come consulente strategico per le politiche economiche il Premio Nobel Milton Friedman, autore del bestseller “La tirannia dello status quo” la cui lezione dovrebbe essere imparata a memoria nelle nostre Università: un lucidissimo atto d’accusa al buonismo di John Maynard Keynes, ideatore del New Deal dalla cui catastrofe dipende la “crisi lunga dell’Occidente 1932-2008”: lo Stato Imprenditore fallimentarmente sovraordinato ai cittadini.“La principale ragione per cui i cambiamenti avvennero in quel momento (crac-venerdì nero 1929, ndr) sta nelle fondamentali modificazioni intervenute nell’opinione pubblica. Come dicemmo in Liberi di scegliere, lo spostamento avvenne dalla fede nella responsabilità individuale, nel laissez faire, nel decentramento e nella limitazione dei pubblici poteri, alla fede nella responsabilità sociale e in uno stato centralizzato e potente… per proteggere gli individui dagli alti e bassi della sorte e controllare il funzionamento sociale nell’assegnare allo stato un ruolo più grande. Il risultato fu il New Deal”.Cioè una popolazione di lavativi: “Allo zio Sam prendere sulle proprie spalle tutte le preoccupazioni e le responsabilità del suo popolo sembrò un’idea splendida… Diversi paesi promulgarono ampi provvedimenti diretti a fornire sicurezza dalla culla alla tomba: indennità di disoccupazione, pensioni di anzianità, assistenza medica socializzata, aiuti all’infanzia e così via”. Cioè il famigerato Welfare State anti-trauma: pretendendo di “proteggere gli individui dagli alti e bassi della sorte…
La verità è che nemmeno un governo forte e centralizzato può svolgere con successo queste funzioni. Il fatto è stato dimostrato innumerevoli volte nella forma più estrema nei paesi comunisti come Russia e Cina, dove la dottrina marxista ipotizza che i cittadini si attengano al principio “da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”… Siamo convinti che lo sviluppo dell’intervento pubblico (tra il 1936 e la Great Society di Lyndon Johnson, ndr) nei decenni precedenti e la crescente incidenza della criminalità nello stesso periodo siano in larga misura due facce della stessa medaglia. “La criminalità– osservava Milton Friedman –è aumentata non malgrado lo sviluppo dell’intervento pubblico ma in larga misura a causa dell’intervento pubblico. Due fattori ci sembrano importanti, fattori che nei precedenti capitoli abbiamo associato alla crescita dell’intervento pubblico in generale. Il primo è il mutamento del clima di opinione, a partire dall’epoca del New Deal, circa il ruolo dell’individuo e il ruolo dello Stato. Questo mutamento ha spostato l’accento dalla responsabilità individuale alla responsabilità sociale. Ha incoraggiato l’idea che gli individui siano creazioni dell’ambiente e non debbano essere ritenuti responsabili per il loro comportamento… un numero sempre maggiore di giovani cresce senza valori saldi, con un’idea vaga di ciò che è“giusto” e di ciò che è“ingiusto”, con poche convinzioni che diano una disciplina ai loro appetiti”.
Ps – L’Italia psicoticamente borderline del 2018 rischia di fare la stessa fine del Cile di Allende, ma la disciplina liberale di Pinochet la condurrebbe all’uscita di sicurezza dai suoi guai: l’autodeterminazione dell’individuo, indipendente dalla protezione dello Stato mammone. William Shakespeare dixit: “Il destino è in noi. Non nelle stelle”.E neanche nello Stato.

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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