Elezioni Usa: la pelle di Trump (forse) non è in vendita

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Cosa succederà alle elezioni di midterm negli USA?

Si avvicina la resa dei conti per Donald Trump? Il 6 novembre si terranno in America le elezioni di metà mandato, con cui si rinnoverà la totalità della Camera e circa un terzo del Senato. Un appuntamento di fondamentale importanza per il presidente, dal momento che l’esito di queste consultazioni produrrà inevitabilmente delle conseguenze sulla sua presidenza.

A livello generale, i democratici sembrerebbero essere i favoriti. In primo luogo, non dobbiamo trascurare che storicamente nelle elezioni di metà mandato risulti avvantaggiato il partito che non controlla la Casa Bianca. In tal senso, Bill Clinton perse per esempio quelle del 1994 e del 1996; George W. Bush quelle del 2006; Barack Obama ha invece pareggiato quelle del 2010 e perso le successive, nel 2014. In secondo luogo, anche i sondaggi sembrerebbero al momento mostrare segnali incoraggianti per il Partito dell’Asino: nelle intenzioni generiche di voto esso risulta infatti in testa con un vantaggio del 7%. In quest’ottica, i democratici stanno facendo di tutto per trasformare queste elezioni in un vero e proprio referendum sulla presidenza Trump, inserendo nella campagna elettorale elementi di durissimo ostruzionismo: soprattutto contro il giudice Brett Kavanaugh, il giudice nominato alcune settimane fa dal presidente come nuovo componente della Corte Suprema. Infine, soprattutto al Senato, alcuni seggi che sembravano automaticamente blindati dal Partito Repubblicano sono diventati improvvisamente in bilico: si pensi in particolare al Texas, dove il senatore ultraconservatore, Ted Cruz, sta incontrando fastidiose difficoltà nel contrastare il rivale democratico, Beto O’Rourke.

In tutto questo, non dimentichiamo comunque che le incognite restino parecchie. E che la strada dei democratici verso la vittoria risulti irta di ostacoli. Innanzitutto il PIL americano ha recentemente registrato una storica crescita del 4,1%: un fattore che favorisce enormemente i repubblicani. In secondo luogo, non è detto che la strategia ferocemente ostruzionistica adottata dai democratici sulla questione della Corte Suprema non possa alla fine rivelarsi un boomerang. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che attualmente il Partito Democratico sia dilaniato da una profonda lotta intestina tra centristi e radicali: una lotta che si sta protraendo da più di due anni e che sta impedendo al partito di assumere una strategia lineare. Qualcosa che vada al di là, insomma, di un anti-trumpismo fine a sé stesso.

Bisogna poi rilevare che storicamente il voto di midterm sia caratterizzato da un notevole grado di complessità. E che, proprio per questo, non possa essere del tutto derubricabile a un mero referendum sul presidente in carica. Se difatti il voto per la Camera dei Rappresentanti presenta una valenza di carattere tendenzialmente nazionale, al Senato la situazione è più articolata. Complice anche il fatto che un senatore resta in carica ben sei anni, il voto per la camera alta segue logiche abbastanza particolari. Nella fattispecie, in questo contesto, l’elettore vota soprattutto in base alle esigenze del proprio territorio. Per capire tutto ciò, si guardi a un esempio recente: nel 2016, in Ohio, Donald Trump ha vinto il voto presidenziale, mentre – al Senato – è stato eletto il repubblicano Rob Portman (uno dei politici all’epoca più critici nei confronti del miliardario newyorchese): un evidente segno di come il voto per la camera alta segua logiche relativamente autonome rispetto alle dinamiche di Washington.

Lo scenario futuro resta quindi particolarmente incerto. Se il Partito Repubblicano dovesse tenere, è probabile che la leadership di Trump nell’elefantino possa rafforzarsi. Qualora, al contrario, il Grand Old Party dovesse conseguire un risultato deludente, le conseguenze potrebbero essere svariate. Innanzitutto, se i democratici conquistassero la Camera, potrebbero avviare un processo di impeachment contro Trump sul caso Russiagate. Non dimentichiamo infatti che, secondo la Costituzione americana, la messa in stato d’accusa sia istruita dalla Camera e votata dal Senato (dove serve un quorum di due terzi per arrivare a una condanna). In tal senso, una parte dell’asinello avrebbe intenzione di procedere contro il magnate, cercando – in questo modo – di mettergli i bastoni tra le ruote nei prossimi mesi. Ciononostante, a ben vedere, non è che questa strategia sia destinata a scattare automaticamente. L’establishment dell’asinello è infatti abbastanza scettico sul fatto che avviare un processo di impeachment possa rivelarsi utile per condurre una adeguata opposizione a Trump. Del resto, anche in questo caso, il rischio di un effetto boomerang si nasconderebbe dietro l’angolo: non dimentichiamo che Bill Clinton raggiunse il picco di popolarità proprio nei mesi a cavallo tra il 1998 e il 1999 (quando, cioè, era stato messo in stato d’accusa).

Ma non è tutto. Perché, in caso di sconfitta repubblicana a novembre, potrebbero scorgersi delle fibrillazioni anche in seno allo stesso Partito Repubblicano. Non è infatti escludibile che, in vista delle primarie del 2020, Trump possa vedersi contesa la leadership da alcuni repubblicani riottosi. Non sarebbe del resto la prima volta che un presidente in cerca di rielezione si ritrovi ad essere sfidato in seno al suo stesso partito: è successo, per esempio, nel 1976, quando Ronald Reagan contese la nomination repubblicana a Gerald Ford. Certo è che, al momento, alternative a Trump non è che se ne vedano molte. Sia tra i repubblicani che tra i democratici.

di Stefano Graziosi
Con questo articolo Stefano Graziosi inizia la sua collaborazione a Libertates. Nato a Roma nel 1990, laureato in Filosofia politica con una tesi sul pensiero di Leo Strauss, si occupa prevalentemente di politica americana. In particolare, le articolazioni ideologiche in seno al Partito Repubblicano statunitense.

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