La politica estera dell’Italia balla il Kasatschok


Come funziona e come dovrebbe funzionare la politica estera italiana

A Mosca il presidente del Consiglio Giuseppe Conte forse non ha ballato il “casaciò” (ovvero il “Kasatschok”, riferito al “piccolo cosacco” in una canzonetta d’altri tempi). Però con Vladimir Putin ha largheggiato in ammiccamenti, culminanti nello sventolio degli italici Buoni Pluriennali del Tesoro (un affare?) e nell’invito a visitare Roma, ove manca da tanto tempo. Tutto apparentemente normale, se non fosse che lui presiede un governo, mentre lo “zar” è capo della Federazione russa: due cariche asimmetriche, dai poteri inconfrontabili. Forse l’unica forte somiglianza tra i due è la loro indifferenza nei confronti dei Parlamenti. Putin non ha una spiccata vocazione al rispetto del dissenso politico interno. Conte vuole emularlo? In un Paese fondato sul precariato, come i due vicepresidenti del governo anch’egli promette di rimanere in sella a tempo indeterminato e irride l’opposizione, invitandola a constatare la propria irrilevanza e a “farsene una ragione”.
Però la politica estera del nostro Stato non è una sfumatura di quella interna, da gestire “ad nutum Principis”, anche perché in Italia il Princeps (nel significato machiavelliano del termine) non è il presidente del Consiglio ma quello della Repubblica, garante supremo degli interessi generali permanenti dei cittadini e dei vincoli contratti dal Paese nel corso del tempo. Al riguardo la Costituzione è chiarissima. Va riletta: “Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.(…) Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere”. Perciò egli “ha il comando delle Forze Armate”, che sono la proiezione esterna della politica estera, una diplomazia “in mimetica” anziché “con la feluca”, ieri come oggi.
Dal 1949, con l’adesione alla NATO, alleanza difensiva in tempi di guerra fredda, via via adattata ai nuovi equilibri planetari nel passaggio dal bipolarismo al tripolarismo e in prospettiva futura, l’Italia ha riposato tra due guanciali e ha potuto spendere per la propria difesa molto meno di quanto richiesto dal Trattato. Però avrebbe dovuto e potuto investire meglio quanto risparmiato sul fronte bellico, per esempio rafforzando i corpi tutori dell’ordine pubblico, la ricerca scientifica (oggi nuovamente penalizzata dal governo Conte), l’istruzione come formazione del cittadino, infrastrutture, sanità, amministrazione della giustizia… L’adesione alla Nato costituì la forma aggiornata della norma dettata da Emilio Visconti Venosta, geniale ministro degli Esteri della Destra storica: “indipendenti sempre, isolati mai”. Al riparo di tale scudo l’Italia era al sicuro (come per ora rimane), coi fianchi coperti dagli alleati (tra i quali tre potenze nucleari, USA, Gran Bretagna e Francia, e una economicamente forte, come la Germania). In pari tempo essa fu sufficientemente libera di varare al proprio interno convergenze tra forze ideologicamente divaricate, a patto che non rimettessero in discussione l’assetto internazionale. Si è anche permessa il lusso di avere governi regionali (Emilia, Toscana, Umbria, Marche, il Lazio stesso, persino il Piemonte…) di colore politico nettamente opposto a quello del governo centrale. È quanto avvenne dopo il varo dell’“eurocomunismo” da parte di Enrico Berlinguer.
In tempi recenti è però dilagata l’illusione che il governo possa fare politica estera in piena autonomia, anche senza avere né armi né soldi. I paragrafi 9 e 10 del “Contratto per il governo del cambiamento” su Difesa ed Esteri rispecchiano la drammatica labilità della cultura politica soggiacente alla condotta del governo Conte. Tra i suoi intenti vi è anche il proposito di “rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l’interesse nazionale”, ove “rivalutare” non significa “potenziare”, “rafforzare”, ma “valutare nuovamente” (il criterio del ministro Toninelli sul calcolo costi/benefici immediati prima della prosecuzione di opere infrastrutturali avviate da anni). Secondo il Contratto (che confonde l’Alleanza Atlantica con la NATO) l’Italia deve anche avviare l’“apertura alla Russia da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale sempre più rilevante”.
Saltando a piè pari decenni di strategia, il documento ispiratore di Conte dichiara “motu proprio” che la Russia non costituisce più “una minaccia militare”. Il governo italiano ritiene quindi di avere mani libere. Sennonché la “percezione” della Russia di Putin da parte dell’Unione Europea e della Nato è di tutt’altra natura. Non per caso sono in programma le più imponenti “grandi manovre” della Nato, proprio sull’Artico, cioè a un passo dalla Russia. Roma può fingere di non tenerne conto, paga di accordi commerciali che non richiedono speciali pompe, ma prima o poi dovrà spiegare la propria posizione politico-militare, sia a Bruxelles sia dinnanzi alla Nato. È in quelle sedi, non a Mosca, che il governo deve argomentare “il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia”. A meno di imboccare decisamente la via della disdetta delle alleanze, di uscire non solo dalla moneta unica ma dall’Unione Europea e di dichiarare l’Italia Paese neutrale, antico sogno di quanti (fuorusciti dal Partito comunista italiano: fu il caso di Antonio Giolitti) sessant’anni addietro scommisero su Nehru, Tito, Nasser…
In politica estera non sono consentiti improvvisazioni né guizzi capricciosi. Qualcuno ricorderà che, dopo gli accordi politici e commerciali italo-francesi, l’8 gennaio 1902 il Cancelliere dell’impero germanico, Bernhard von Bulow, commentò con condiscendenza gli accordi italo-francesi: “In un matrimonio felice il marito non ha ragione di diventare subito rosso se la sua signora fa un innocente giro di valzer con un altro”. Però quell’Italia, dal 1882 incardinata sul trattato difensivo con Berlino e Vienna e su robusti accordi con Londra, aveva molto da offrire sia agli alleati sia ai loro nemici. La sua amicizia faceva gola a Parigi come a San Pietroburgo. Ma quella era un Italia con i conti a posto, con un’economia in piena fioritura. Un paio d’anni dopo, Giovanni Giolitti, il maggior statista della Nuova Italia, poté attuare la conversione della rendita dal 5 al 3,5% nella certezza che i risparmiatori avrebbero confermato la fiducia nello Stato e che gli investitori esteri sarebbero accorsi, come infatti avvenne. Era esattamente l’opposto di quanto purtroppo si teme possa accadere se il differenziale tra i BPT italiani e quelli di altri Paesi dovesse prolungarsi nei termini attuali o addirittura peggiorare, causando il collasso della finanza pubblica, del sistema bancario e dei risparmi privati, suscitando reazioni sociali e politiche largamente prevedibili.
Presidenti del Consiglio, vicepresidenti, ministri vari, più meno informati sulla storia del Paese e sui suoi vincoli immodificabili dovrebbero ricordare a se stessi e ai loro “uditori” che lo Stato d’Italia ha perso la seconda guerra mondiale; che, grazie al Re, Vittorio Emanuele III, e ai governi Badoglio, Bonomi, Parri, De Gasperi essa riuscì a stento a farsi accettare tra i “vinti”; e che da allora in poi ebbe una sola e unica prospettiva, quella garantita dall’armistizio del 3-29 settembre 1943: stare a Occidente per non cadere sotto le grinfie di Stalin, che non era affatto meglio di Hitler, e impedire che Tito, l’infoibatore, avanzasse troppo a ovest, magari con la complicità di inglesi e francesi. Dobbiamo agli USA, precisamente al presidente Harry Truman, massone, se Tito venne definitivamente fermato e se il Tricolore tornò a sventolare almeno a Trieste.
Questo premesso, grazie a una serie di combinazioni poco astrali ma molto necessarie, in stato di costrizione, grazie a Pacciardi e contro le esitazioni di Alcide De Gasperi (insufflato dalla Santa Sede) l’Italia riuscì a farsi accettare nella NATO. Questa è una alleanza militare tra dispari: tra chi “produce” e “possiede” le armi strategiche, la “force de frappe” (come diceva Charles De Gaulle) e chi le ospita.
La politica estera dell’Italia è tutta lì: nella scelta tra fedeltà ed elusione degli obblighi, come ora viene ruvidamente ricordato dal presidente degli USA Donald Trump ma in forma più morbida venne ripetuto per decenni da tutti i governi di Washington, da Nixon e Johnson, da Reagan e Bush e Obama stesso. La politica estera dell’Italia, balli o meno il casaciò a Mosca o danzi coi dervisci rotanti nel Magreb, è una strada stretta, perché il peso effettivo del Paese non si fonda sulla bilancia commerciale di prodotti più o meno competitivi in un mondo fondato sul consumismo e neppure sul pur remunerativo smercio di armi (nel quale siamo bravi), ma sulla linearità della sua attendibilità.
Il generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa sino all’imminente Festa delle Forze Armate e Centenario della Vittoria nella grande guerra, ha più volte spiegato con chiarezza convincente che la sicurezza dell’Italia si costruisce con investimenti che daranno i loro frutti entro i prossimi trenta-quarant’anni. L’Italia non può sbagliare alcuna mossa. Una distrazione d’oggi verrebbe pagata dalle generazioni venture, come accadrà per la mancata riduzione del debito pubblico: non a causa di un “destino cinico e baro”, ma per insipienza dei governanti.
La politica estera di un paese militarmente di terza fila qual è l’Italia non si può basare su giri di valzer e carasciò “nell’arida steppa /ove brilla il sol dell’avvenir”, se non a rischio di deragliare e finire in guai irreparabili. Perciò appare del tutto sterile e deviante l’ostinazione anti-Unione Europea oggi alimentata dal governo e anche da alcuni partiti delusi dal non essere stati accolti nella sua compagine. La storia ci ricorda senza sconti di memoria come sono andate le cose, tra una e altra improvvisazione.
L’Italia è nella NATO e nell’Unione Europea e non ne può uscire se non per finire sprofondare chissà dove. Ma per rimanerci deve stare alle regole. Non può pretendere di inventarsene per proprio comodo.
Questo esecutivo è taciturno su un tema fondamentale e “sensibile”: il Vicino Oriente, in specie lo Stato di Israele. Il Contratto di governo si limita a dire che nel Mediterraneo l’Italia “dovrebbe (sic! non “dovrà”) intensificare la cooperazione con i Paesi impegnati contro il terrorismo”. Quali, di grazia? In tutto il Mediterraneo centrale e orientale, piaccia o meno, solo lo Stato di Israele è, non da oggi, in lotta quotidiana contro forme antiche e nuove di terrorismo. Come si schiera l’Italia su quel fronte?
Preoccupa, infine, che sulla politica estera il Parlamento sia afono. Da mesi non si registra nei suoi due rami un franco confronto su di essa.
A fronte delle chiacchiere sul “sovranismo” e sul “primato del popolo”, va ricordata la Costituzione, che al riguardo ha giustamente corretto lo Statuto albertino: il potere supremo è nelle mani del Presidente della Repubblica e del Parlamento. Qualunque cosa voglia, il governo deve passare da lì: al vaglio del Quirinale e delle Camere.
Senza l’ancoraggio alla Nato, se si voltassero le spalle all’Unione Europea e (piaccia o meno) alla moneta adottata quasi vent’anni addietro l’Italia diverrebbe una casba, come venne descritta da Curzio Malaparte in La Pelle, preda del degrado civile già galoppante e oggi drammaticamente sotto gli occhi di tutti. La politica estera (e quindi militare) è l’unica vera partita sulla quale il regime parlamentare italiano è tenuto a impegnarsi: essa investe il “cervello” del Paese. Pensioni, sconti fiscali, ecc. riguardano i visceri, facili da appagare, come accade nei paesi del quarto e quinto mondo, alternanza di miserie e opimi villaggi turistici. L’Italia è al bivio: tra credibilità e discredito. E’ l’ora delle scelte. In Parlamento.

di Aldo A. Mola

Sull'Autore

Aldo Mola

Aldo Alessandro Mola (Cuneo, 1943) dal 1967 ha pubblicato saggi e volumi sulla storia del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, della massoneria e della monarchia in Italia. Direttore del Centro Giovanni Giolitti (Dronero- Cavour) ha coordinato Il Parlamento italiano, 1861-1994 ( Nuova Cei, 24 voll.). Il suo Giolitti, lo statista della Nuova Italia è nei “Classici della Storia Mondadori”. Tra le opere recenti, Italia, un paese speciale (4 voll.)

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