LA FALSA PISTA DEI LUPI GRIGI E L’ENIGMA DELL’AMERICANO: IL N.2 DEL “SANTISSIMO”


E’ di questi giorni la notizia veramente inquietante – da finale della “Roma da bere” tra droga, sequestri e corruzione – del ritrovamento nella Nunziatura apostolica di resti ossei probabilmente riconducibili a Emanuela Orlandi. Nel maggio 2018 è iniziata la collaborazione di PIPPO CALO’, ex cassiere di Cosa Nostra recluso al 41-bis, con l’avvocato Laura Sgrò dello studio Bernardini De Pace: forse è stato Calò, a insaputa dei mezzi d’informazione, a suggerire all’Autorità giudiziaria capitolina l’individuazione dei resti della povera ragazza in un ambiente ecclesiastico vaticano. Vedremo. Certo, è l’esame del Dna che determinerà il seguito. Ma due considerazioni s’impongono subito: Pippo Calò, personaggio di primaria grandezza nel gotha di Cosa Nostra e con un quoziente di intelligenza superiore alla media (come notò il giudice Imposimato), doveva essere ricoverato subito nel cosiddetto “programma di tutela dei testimoni” e/o collaboratori di giustizia contemplato dal modello dell’Fbi italiano voluto da Claudio Martelli e Giovanni Falcone, e ciò non è accaduto per il colpevole disinteresse della politica come sempre in altre questioni affaccendata, di natura emergenzial-populista; b) esiste già una verità storica, ed è agghiacciante. Essa interpella Papa Francesco come soggetto giuridico deputato a rivelare il segreto di Stato vaticano sul cosiddetto “Rapporto Emanuela Orlandi”, di cui al cardinal Parolin (se ne parla diffusamente nel pezzo “L’affaire Emanuela Orlandi (parte II)”.
La Storia è per definizione superiore alla superficialità della cronaca. Facciamo dunque un passo indietro…
Nell’estate del 1983, in un paese più sudamericano che europeo quale è l’Italia, fa caldo a livelli infernali, come è accaduto in seguito soltanto nel 2017: fino a 42 gradi di temperatura. L’umidità è ipertrofica – soprattutto a Roma. La violenza del crimine organizzato non ha mai toccato livelli così alti. E la confusione è sovranamente pazzesca. E’ il 3 luglio, dal balcone di piazza San Pietro Karol Wojtyla anticipa stranamente gli inquirenti e già spiega davanti a quarantamila fedeli schiacciati come sardine che Emanuela Orlandi è stata rapita (sic). Come puntualmente scrive Emiliano Fittipaldi nel suo libro “Gli impostori – Inchiesta sul potere”: “Tre giorni dopo, anche se nessuno dei telefonisti aveva parlato di sequestro né tantomeno accennato a un riscatto (fin dai primi giorni gli inquirenti avevano comunque escluso un rapimento a scopo di estorsione, viste le modeste condizioni economiche degli Orlandi), è Giovanni Paolo II ad accennare all’ipotesi peggiore. Quella, in verità, temuta dalla famiglia fin dalle prime ore…”. A parere di chi scrive, questo è il fatto pubblicamente più sconvolgente dell’intero cold case di Emanuela Orlandi: Giovanni Paolo II ha la sua versione dei fatti, e “scende in campo”. Siamo nel campo delle ipotesi, certo. Ipotesi che però nel loro delinearsi con documenti alla mano disegnano il peggiore scenario possibile: il Vicario di Gesù Cristo era forse in liaison diretta con i sequestratori della ragazzina, e conduceva il suo personale gioco, la sua partita a scacchi che non era in linea con lo Stato Italiano, anzi? Ci arriviamo per gradi. “In ogni falso c’è un autentico”, Giuseppe Tornatore ne La migliore offerta: “Desidero esprimere la viva partecipazione con cui sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è nell’afflizione per la figlia Emanuela, di quindici anni, che da mercoledì 22 giugno non ha fatto ritorno a casa. Condivido le ansie e l’angosciosa trepidazione dei genitori, non perdendo la speranza nel senso di umanità di chi abbia la responsabilità in questo caso. Elevo al Signore la mia preghiera perché Emanuela possa presto ritornare incolume ad abbracciare i suoi cari che l’attendono con strazio indicibile. Per tale finalità invito anche voi a pregare”. Accade qualcosa di orrendamente maligno due giorni dopo, il 5 luglio dell’83. Il luglio della Milano da bere, della Roma strafatta di cocaina, delle Tenebre Vaticane “senza soldi non se ne canta messa e degli accordi di cartello piccolo-borghesi tra imprese senza capitali e politica senza politici (ieri come oggi). Si tratta del più grave e raffinato – in senso diabolico – depistaggio messo in opera nel giallo di Emanuela Orlandi: a pag. 41 dell’“Inchiesta sul potere”, Fittipaldi sorvola sul particolare di maggiore importanza: “Il terzo telefonista anonimo, un uomo dal forte accento anglosassone, chiama la sala stampa del Vaticano due giorni dopo l’appello del papa, il 5 luglio 1983. Giornalisti e magistratura lo definiranno “l’Americano”. E’ lui che introduce per la prima volta una delle piste e dei moventi più battuti per risolvere l’enigma di Emanuela. “E’ stata rapita”, dice in varie telefonate, “per ottenere la liberazione di Mehmet Ali Agca…”. Emiliano Fittipaldi non precisa contestualmente che nel 1995 l’allora vicedirettore del Sisde Vincenzo Parisi, uno degli uomini migliori che i servizi segreti italiani abbiano avuto alla tutela della sicurezza nazionale, aveva tracciato un identikit dell’“Americano”: la voce del terzo telefonista anonimo apparteneva a Paul Casimir Marcinkus, segretario dello IOR: “Verosimilmente il soggetto in esame è un profondo conoscitore della lingua latina, anzi possiamo affermare con certezza che mister x conosce meglio la lingua latina di quella italiana. E ciò è solamente possibile nel caso che il soggetto sia uno straniero che in un primo momento ha acquisito l’idioma latino… uno straniero, verosimilmente di cultura anglosassone, livello culturale elevatissimo, appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale, ha domiciliato a lungo a Roma, ben informato sulla struttura logistica del Vaticano”. Un dato che nel 2008 compariva anche su Wikipedia alla voce Paul Marcinkus e di cui parlò Massimo Lugli nel suo Il mistero di Emanuela nelle stanze del Vaticano pubblicato il 20 novembre 2009. Il suo nome – secondo l’allora n.2 dei servizi di sicurezza nostrani Parisi – è Marcinkus. Ma Fittipaldi omette di sottolineare questo particolare che è agghiacciante. L’Americano aveva creato un falso investigativo, come è stato appurato dagli inquirenti, per accreditare mediaticamente un inesistente caso di terrorismo internazionale che consentisse di deviare l’attenzione mediatica da quello che potrebbe essere il dal vero oggetto del sequestro – il ricatto alla Santa Sede per i finanziamenti di Cosa Nostra a Solidarnosc nell’ambito di una gigantesca operazione “recupero crediti” – ad uno finto:
l’estrema destra dei Lupi Grigi, salvando la credibilità del “Santissimo”. Finanziamenti che si verificano intorno a due fatti logicamente coordinati tra di loro: racconterà ai giudici lo stesso Venerabile Gran Maestro della P2 Licio Gelli quale persona informata sui fatti: “Nel settembre 1980 Roberto Calvi mi confidò di essere preoccupato perché doveva pagare una somma di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc, e aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro dopo un incontro con il Santissimo (Karol Wojtyla, ndr). Per questo ho detto che gli assassini vanno cercati in Polonia”; 7 maggio 2010, la sentenza d’appello del processo celebrato a Roma per l’omicidio del banchiere del Vaticano assolve dall’accusa Flavio Carboni (ex prestanome del boss corleonese Pippo Calò), Ernesto Diotallevi e Giuseppe Calò dopo che il primo, trovandosi in carcere per rispondere dell’accusa di cospirazione contro lo Stato, aveva lanciato sinistri avvertimenti all’onorevole Francesco Barbato che venne a trovarlo nelle patrie galere: “Se io dovessi parlare dei miei rapporti con Wojtyla e Reagan, il mondo tremerebbe”. Ecco la pesante motivazione della Corte d’appello: “La provvista argomentativa accusatoria è risultata consolidata, sia pure, come si dirà in maniera non risolutiva, per effetto della riapertura dell’istruttoria dibattimentale che ha confermato talune conclusioni: Cosa Nostra, nelle sue varie articolazioni, impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio. Il fatto nuovo, rispetto alle acquisizioni di primo grado, consiste nell’assunzione del dato per cui tali operazioni avvenivano quanto meno ad opera di Vito Ciancimino, oltre che di Giuseppe Calò. Ciò, tuttavia, se conferma la possibilità di individuare un valido movente dell’omicidio, allarga la platea delle persone a cui tale movente è possibile riferire”. Infatti nota bene Fittipaldi nel suo libro: “Quando Pierluigi, Mario e l’Americano scompaiono dalla scena, la pista turca viene portata avanti da nuovi misteriosi interlocutori che sostengono di appartenere al fantomatico Fronte di liberazione anticristiano “Turkesh”, sigla mai sentita prima nemmeno dai servizi segreti di Ankara. Attraverso vari comunicati, a partire dal 4 agosto 1983, quindi dopo il presunto ultimatum dell’Americano, affermano che Emanuela è loro prigioniera e che vogliono subito – anch’essi – Agca libero. Come i predecessori, per risultare credibili, forniscono alcuni particolari precisi sulla ragazzina (“bionda da bambina”), “chiesto problemi sul sesso a dodici anni”, “molto innamorata canzoni Gino Paoli”) ma nessuna foto o elementi definitivi che comprovino senza ombra di dubbio che la Orlandi sia in mano a loro. I comunicati e i messaggi deliranti che avvalorano la pista turca costelleranno le indagini per mesi. Anni…”. Il giudice istruttore Rando boccia l’autenticità del suddetto movente “politico-terroristico” riconducibile al sequestro: si tratta di inquinamento probatorio. Insomma, per chiudere il dossier di Libertates su Emanuela Orlandi: il terzo telefonista anonimo sarebbe stato il depistatore di professione Paul Marcinkus, che voleva fraudolentemente accreditare la pista del terrorismo internazionale/ /Lupi Grigi/ Ali Agca per non far arrivare gli inquirenti dello Stato Italiano al disvelamento dell’autentico ricatto dei rapitori di Emanuela alla Santa Sede: rivogliamo indietro i soldi che vi abbiamo prestato per le operazioni targate IOR. La deposizione processuale di Clara Canetti Calvi, vedova del banchiere, docet: “Wojtyla voleva distruggere il comunismo. E aveva bisogno di soldi. Per questo Marcinkus lo teneva in pugno”. E’ stata una delle più grandi tragedie del cristianesimo. E l’Italia ne paga ancora oggi il prezzo. Una ragazzina sarebbe stata sacrificata animalescamente come in un thriller di Luc Besson sull’altare DI dei disegni machiavellici. Repetita iuvant: una ragazzina, senza difese, è finita in un buco nero. Solidarietà senza fine alla famiglia di Emanuela! Se può servire, almeno, giornalisticamente. Ma il codice 158 Papa Francesco lo deve desecretare. “Sia invece il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il di più viene dal Maligno”: dal Vangelo secondo Matteo (MT5, 17-37).

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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