LA P2 DI LICIO GELLI HA SALVATO L’ITALIA DAL COMUNISMO: UN FATTO POSITIVO


Qui est veritas?: domandò Ponzio Pilato a Gesù Cristo. La sua risposta si rivela ancora oggi meravigliosamente ambigua: Veritas est ultima cognitio.

Traduzione perfetta quella di Giulio Andreotti, conoscitore della Bibbia: “Quando Ponzio Pilato chiese a Gesù Cristo cosa fosse la verità, lui non rispose”.
Recentemente è uscito su Fq Millennium alla voce “STRAGI DI STATO ECCO I MANDANTI” un dossier, articolato e prezioso, del sempre documentato ed equilibrato giornalista Gianni Barbacetto che ricostruisce così la genesi della strage terroristica alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano il 12 dicembre 1969, con 16 morti e 88 feriti: oggi sappiamo. Abbiamo le prove. I servizi segreti americani, sotto la “moral suasion” del Presidente Harry Truman, avevano l’obiettivo assoluto di salvare l’Italia dal comunismo (che come ricordava Indro Montanelli al giornalista Alain Elkann è solo una realtà: miseria e povertà), prevenendo la sua possibile instaurazione attraverso mezzi militari e legali; opportuno è citare – anche se da una angolazione opposta alla sua – lo stesso Barbacetto eccessivamente condizionato dall’illuminismo kantiano (conta soltanto l’illuminazione integrale della Luce versus le Tenebre), ma sappiamo bene che in realtà il mondo è un complesso intreccio tra Lux e Tenebris, dove si può soltanto analizzare a posteriori l’azione di volta in volta commessa dai vari attori: quando la “dittatura del presente” tanto detestata dai vari Zagrebelsky invalida l’astrazione dei principi morali: “Basta con la retorica dei “misteri d’Italia”. Basta con la notte in cui tutto è nero, tutto è buio, tutto è possibile, dunque niente è certo. Basta con il piagnisteo sulle verità negate… In quindici anni, tra il 1969 e il 1984, in Italia sono avvenute otto stragi politiche dalle caratteristiche simili: piazza Fontana (12 dicembre 1969), stazione di Gioia Tauro (22 luglio 1970), Peteano (31 maggio 1972), Questura di Milano (17 maggio 1973), piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), Italicus (4 agosto 1974), stazione di Bologna (2 agosto 1980), treno di Natale 904 (23 dicembre 1984). Centocinquanta i morti, oltre seicento i feriti… Protezioni, coperture e depistaggi istituzionali sono scattati anche per altri episodi, che hanno aggiunto altri morti e feriti: assassinii eccellenti, azioni del terrorismo nero, colpi di Stato tentati o minacciati, piani eversivi, attentati ai treni e ad altri impianti. Rallentate e depistate anche le indagini su alcune organizzazioni segrete, sospettate di fornire copertura e personale alle manovre eversive: dalla loggia P2 alla rete Stay Behind in Italia (Gladio)…”.

Osserva in conclusione Barbacetto: “Per capire che cosa succede in Italia, a partire dal 12 dicembre 1969, bisogna fare un volo negli Stati Uniti. Il 12 marzo 1947 il presidente degli Usa Harry Truman aveva pronunciato il celebre discorso sulla disponibilità degli Stati Uniti a intervenire in qualsiasi zona del mondo minacciata dai sovietici e intossicata dal comunismo. La “dottrina Truman” per l’Italia viene declinata, in modi più riservati, nei successivi documenti del National Security Council (Nsc). Nel documento Nsc numero ½ del 10 febbraio 1948, il governo degli Stati Uniti, nell’ipotesi che l’Italia cada in mani comuniste per effetto di un’invasione sovietica o di un’insurrezione interna, prevede l’immediato dispiegamento di forze militari Usa in Sicilia o in Sardegna. Nel successivo Nsc (il numero 1/3 dell’8 marzo 1948, alla vigilia delle cruciali elezioni italiane del 18 aprile) si propone direttamente il problema della possibile conquista del potere dei comunisti “attraverso sistemi legali”: a questa eventualità gli Stati Uniti devono reagire immediatamente, anche fornendo “assistenza militare e finanziaria alla base anticomunista italiana”. Nella direttiva Nsc 10/2 del 18 giugno 1948 (a pericolo scampato: la Dc ha appena battuto il Fronte popolare) si afferma che comunque le attività ufficiali all’estero saranno affiancate da covert operations, operazioni coperte da cui non deve essere possibile risalire alla responsabilità del governo degli Stati Uniti”. Stile James Bond 007.
Dunque, riepilogando: la bomba in Piazza Fontana con morti e feriti che segna l’inizio della “strategia della tensione” aveva la longa manus del Presidente Truman nel disegno emergenziale della decomunistizzazione della società italiana. Obiettivo peraltro raggiunto sostanzialmente tra il 1969 e l’84, come riconosciuto dallo stesso Barbacetto a pag. 15 del dossier di Fq Millennium, “Ora che il mondo è cambiato, che il blocco comunista è imploso, che mezzo secolo è passato, non abbiamo ancora tutta la verità, perché è troppo orribile per ammetterla. Ma il disegno è chiaro. Ormai è storia. Ormai sappiamo”.
Aggiunge chi scrive: sappiamo che l’Italia non è scivolata nel “socialismo reale” dell’Est.
E vi pare poco? Centocinquanta morti sono, a conti fatti – cinicamente parlando, anche se è tristissimo dirlo – un bilancio tutto sommato accettabile rispetto a milioni di poveri, incarcerazioni e alla confisca della proprietà privata. Un pilastro irrinunciabile dell’autos nomos, il principio fondante dell’Età dei Lumi. Facciamo un passo indietro. Era il 1975, quando il pirandelliano Venerabile Gran Maestro della P2 Licio Gelli (che non era certo a capo di un’associazione di galantuomini nelle tenebre bipolari della guerra fredda!) stendeva il Piano di Rinascita Democratica, con il suo entourage di tecnici, – che era stato condiviso anche dal brillantissimo Indro Montanelli, alla voce “Memorandum sulla situazione politica italiana”: leggendolo – con il disincanto che la Realtà dovrebbe suggerire – si può agevolmente concludere che le analisi di Gelli – il mistero della cui persona non verrà mai disvelato – erano oggettivamente liberali nel solco della tradizione di Milton Friedman; Gelli osservava infatti, come l’economista americano vincitore del Premio Nobel in contrapposizione a Keynes, che i giovani tendevano a delinquere e a drogarsi per l’ampliamento preoccupante dello Stato Imprenditore negli spazi vitali della società italiana, oppure a rifugiarsi nell’eversione della lotta armata (anticipando con ciò stesso di nove anni le conclusioni rassegnate da Friedman ne La tirannia dello status quo), e che l’Italia era al limite di una guerra civile con possibile colpo di Stato comunista:

“1. La situazione politica italiana è caratterizzata da un alto livello di instabilità per il concomitante effetto di tre cause: a) crisi economica gravissima per eccesso di pretese salariali, scarso rendimento sul lavoro, basso rapporto fra popolazione presente e forza lavoro (36,5%), aumento dei costi delle fonti d’energia, fuga dei capitali all’estero per timore del futuro; b) crisi morale profonda per l’errore compiuto soprattutto dalle componenti radicali e laiche della società civile nel ritenere maturo per un Paese con una storia come quella italiana a essere elevato di colpo al livello nordeuropeo, mediante maldestre operazioni di mass media; c) crisi politica nell’interno dei partiti stessi per la difficoltà di adeguarsi al cambiamento verificatosi nel corpo sociale che tende a identificarsi in un grande ceto medio, salvo una piccola fascia superiore di grandi reddituari e una non ristretta fascia interiore di sottoproletariato meridionale.
2. Conseguenza evidente dell’instabilità è la forte tendenza di ogni singolo cittadino a una partecipazione più attiva alla vita pubblica, non per assumervi porzioni di responsabilità, bensì per desumerne fette maggiori di potere o di utile personale.
Tale fenomeno è particolarmente visibile sulla scena sindacale ove le spinte di tipo settoriale (cosiddette corporative) risultano ingovernabili dalle centrali confederali costrette, il più delle volte, a cavalcare la tigre contro logica e ragione.
3. Il difetto di leadership politica – e anche sindacale – sta alle radici dell’anarchismo dilagante in ogni settore così come nella fatiscenza delle istituzioni statuali le quali possono agire soltanto se un potere politico integro impone direttive chiare che vanno eseguite dagli agenti dello Stato con spirito di purezza rotariana nella consapevolezza di un servizio reso alla comunità nazionale.
4. I rimedi, che si profilano talvolta col titolo di operazioni di “ingegneria costituzionale”, rischiano in tale quadro di deteriorarsi al livello di meri palliativi. Un sistema politico si regge infatti prima che sugli strumenti, sulle finalità che si pone, che riesce a trasmettere per impulsi al corpo sociale che vi acconsente, e che è capace di attuare in ragione della sua adesione ai valori morali di cui la collettività è permeata e, quindi, portatrice.
5. In altri Paesi – e in tutte le epoche (Italia 1922, Russia 1917, Spagna 1935) – la concomitanza delle crisi morale, politica e economica ha condotto all’instaurazione di regimi di ferro che in nome di questa o quella ideologia (ivi comprese le militaricrazie di cui sono costellate le carte geopolitiche) hanno imposto l’osservanza di valori morali vecchi o nuovi e il riequilibrio delle economie nazionali al non lieve prezzo della libertà di scelta, in generale, dei cittadini.
Fa eccezione la crisi francese del 1958 – pur così simile alla nostra attuale – ove la figura di De Gaulle e la presenza di una dirigenza amministrativa, politica, economica e militare di altissima qualificazione hanno potuto salvaguardare libertà e democrazia in un ordinamento che peraltro consente all’esecutivo di governare il Paese in chiave moderna.
6. Non si vede come l’Italia possa sottrarsi a tale ineluttabile destino soprattutto quando si è in presenza di un Pci capace, meglio delle altre formazioni politiche, di rendersi interprete e protagonista dei cambiamenti verificatisi nella società civile (più per difetto di presenza degli altri partiti che per virtù proprie, salvo quella indiscutibile di saper ben gestire pubbliche relazioni e pubblicità per cui il Pci riesce a contrabbandare per oculata amministrazione quel che è soltanto maggiore capacità di fare contrarre debiti agli enti locali che controlla). Un Pci, sia chiaro, che nasconde il suo vero volto ungherese e cecoslovacco con una maschera di perbenismo e di neoilluminismo liberale molto simile alla Nep di leniniana memoria, ma del quale è ormai evidente il gioco delle parti nella manovra dei cosiddetti gruppuscoli.
L’attuale silenzio di questi – in paragone del clamore ante 15 giugno – è infatti la più chiara riprova dell’esistenza di un piano al quale non dovrebbe essere estranea perfino la mano del Kgb in certe efferate stragi troppo simili agli eccidi di Katyn o di Mauthausen per non fare temere che ne siano autori sovietici o tedeschi orientali”.

Una breve interruzione soltanto si impone. Chi scrive suggerisce a Barbacetto di pubblicare una riedizione del suo “Piazza Fontana”, sottolineando con la matita rossa la riflessione di Gelli sulla mano del Kgb nella strategia della tensione degli Anni di piombo: in guerra – purtroppo – non si fanno prigionieri, come ha sottolineato peraltro il filosofo Massimo Cacciari a La 7 dalla Lilli Gruber in polemica aperta con Saverio Lodato. Osservava Gelli, con la consueta lucidità strategica manifestata anche a Indro Montanelli nei loro incontri all’Hotel Excelsior a Roma:

“7. D’altra parte va tenuto conto che lo sfaldamento delle altre forze politiche – prime fra tutte la Dc – rischia di lasciare “in bando” alcuni milioni di voti conservatori e moderati. Questi potrebbero seguire i due milioni circa già affluiti al Msi-Dn dopo il 1970, col risultato che una forte polarizzazione alle due estremità potrebbe provocare la scintilla di una guerra civile di tipo spagnolo, o, meglio, tenendo conto della natura degli italiani, di progressiva degradazione della società civile verso un caos anarcoide di sommosse quotidiane. A questo punto, la soluzione di una “militaricrazia” all’italiana potrebbe non apparire del tutto impensabile quale unica alternativa al regime comunista.
8. Si deve infatti tenere presente che il quadro internazionale in cui si inserisce la situazione italiana non sembra consentire deroghe alla logica di Yalta, neppure per esperimenti di frontiera alla finlandese, e se ciò può sembrare confortante per un verso, non lo è per l’altro verso, chè la potenza dominante (Usa) non appare indirizzata, a dispetto delle esperienze del Sud-est asiatico, verso pazienti terapie di stile britannico. E ciò sia per ragioni strategiche immanenti (l’Europa è la retrovia dell’area petrolifera mediorientale, anche se non si sa fino a quando l’interesse alle fonti energetiche convenzionali potrà durare), sia per la pressione dell’opinione pubblica americana che certamente condiziona gli Usa nei confronti di due Stati come Israele e Italia per l’esistenza di forti legami affettivi fra vasti strati di elettori dei tre Paesi”.

Al punto 9 del suo “Memorandum sulla situazione politica italiana”, la considerazione fatta dal Venerabile Gran Maestro Licio Gelli è praticamente sovrapponibile ex post alle conclusioni di Indro Montanelli alla voce “Avvertenza ai lettori” nel suo libro “L’Italia in camicia nera (1919-3 gennaio 1925)” dell’ottobre 1976; leggere per credere: “Sebbene io non dia molta importanza alla cosiddetta “periodizzazione”, mi è parso giusto racchiudere in un volume la vicenda della conquista del potere da parte di Mussolini dalla fondazione dei Fasci (1919) alla instaurazione della dittatura (3 gennaio 1925), e non alla marcia su Roma, che di quella conquista fu soltanto un episodio. La vera “svolta” infatti non fu quella, come credo di aver spiegato in questo libro, ma con il discorso col quale, dopo le convulsioni provocate dal caos Matteotti, il riluttante Mussolini liquidò il vecchio regime e ne fondò, o credette di fondarne, uno nuovo. Naturalmente questo non è che il prologo alla storia dell’Italia fascista, e ne prevede la continuazione. Ma non so più quando potrò darla al lettore. Scrivo queste parole alla vigilia del 20 giugno, e molto dipende – si capisce – dall’esito di queste terribili elezioni. Ma in qualunque modo vadano, la situazione a cui daranno avvìo è certamente di quelle che concederanno ben scarso margine per lo studio e la riflessione a un giornalista impegnato come me nella battaglia politica, fino alla cima dei capelli. Non so quindi, caro lettore, quando torneremo a incontrarci sul banco di libreria. Ma sappi che la mia non è una diserzione; è solo un trasferimento – speriamo temporaneo – di “servizio” in zona più disagiata. I. M.”.
Montanelli temeva insomma per la democrazia (sic!) con lo spostamento a sinistra del Paese, e l’abbandono definitivo dei suoi studi accademici in ragione dello stress dell’impegno politico in chiave anti-comunista; Gelli era in accordo a distanza con il popolarissimo giornalista di Via Solferino e de Il Giornale:

“10. Nei limiti in cui al pessimismo della ragione è possibile contrapporre l’ottimismo della volontà sembra però doveroso non adagiarsi nella rassegnazione e nello scetticismo ma tentare almeno di definire un piano concreto di ripresa che investa in pari modo le cause reali – più che quelle apparenti – delle tre crisi di fondo e che consenta di mantenere il Paese nell’area dell’Occidente, della democrazia sostanziale (e non solo pluralistica) fondata sulla libertà di scelte economiche e politiche di ogni cittadino e su un esatto equilibrio fra libertà e giustizia sociale da rintracciare in meccanismi giuridici e fiscali ispirati al modello americano ove sembra che funzionino egregiamente nonostante la contraria propaganda.
Una ripresa democratica può nascere e svilupparsi – nell’ambito del sistema – in uno dei modi seguenti: a) Attendendo fiduciosi l’arrivo del cosiddetto “stellone”: il miracolo cioè che caratterizza molte fasi della nostra storia e che suole prodursi quando in assenza di impulsi da parte dei ceti dirigenti o addirittura contro di essi, tutti i cittadini individualmente si rimboccano le maniche e riprendono a compiere i propri doveri chiedendo soltanto ordine e sicurezza.
E’ questa però un’ipotesi molto difficile da realizzarsi in quanto presuppone una crisi limitata a carenza di impegno individuale laddove le circostanze inducono a ritenere che – come si è visto – vi siano motivi, purtroppo, di portata ben più ampia…
Gli scandali a ripetizione, artificiosamente gonfiati dagli oppositori, sì, ma certamente reali come risultato degli errori di cui sopra; il difetto assoluto della capacità di instaurare un corretto rapporto con i managers della finanza, economia e industria al di là di occasionali accostamenti; analoga lacuna nella definizione di una politica della scuola da farsi soprattutto nella direzione di preparare buoni insegnanti e non già di promuovere indiscriminate assunzioni di elementi mediocri attraverso malfamate leggine degli anni Cinquanta-Sessanta…”.
Infine, Gelli stigmatizzava il dogma dell’uguaglianza versus il merito nell’ “l’involuzione subita dalla
Scuola negli ultimi 10 anni quale risultato di una giusta politica di ampliamento dell’area di istruzione pubblica, non accompagnata però dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonché dalla programmazione dei fabbisogni in tema d’occupazione”.
Sembra davvero di leggere la requisitoria di Milton Friedman ne “La tirannia dello status quo”:

“Ne è conseguenza una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale – con gravi deficienze invece nei settori tecnici – nonché la tendenza a individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all’egualitarismo assoluto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i più meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell’ideologia dell’eversione anche armata. Il rimedio consiste nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio e posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; e infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.
Sotto molti profili, la definizione dei programmi intersecherà temi e notazioni già contenuti nel recente Messaggio del Presidente della Repubblica – indubbiamente notevole – quale diagnosi della situazione del Paese, tendendo, però, a indicare terapie più che a formulare nuove analisi…”.

Ps – Se l’Italia non è stata inghiottita dall’URSS nell’orbita del famigerato “socialismo reale” con i suoi vulnus alla democrazia, forse è stato merito anche di Licio Gelli: il prezzo della democrazia.
Chi scrive ricorda che Piero Ottone nell’estate del 2015 – mentre sorseggiava un te al limone in Via Jacopo Ruffini a Camogli – osservò ai suoi parenti: “Licio Gelli è un mistero che non verrà mai svelato”. Non è forse vero anche della vita?

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush

Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

Post correlati