La “dittatura democratica” di Erdogan

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Perché può esistere una dittatura democratica: il caso Turchia

Il partito di Erdogan, l’AKP, ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari anche se resta sotto la soglia dei 330 occorrenti per votare una modifica (non solo) in senso presidenzialista della Costituzione. In mancanza del voto dei 2/3 dell’Assemblea, comunque, potrebbe  sempre ricorrere a un referendum popolare. Sconfitto il socialdemocratico CHP (partito Popolare Repubblicano) che non supera il 25,4% dei voti, pari a 134 seggi. Quella che si prepara in Turchia è una dittatura democratica che non è un ossimoro come sarebbe una dittatura liberale. Il popolo sovrano vuole che l’uomo forte sia solo al comando: apprezza le garanzie della libertà ma non scende in piazza (come le minoranze laiche e liberali sconfitte) se governo e polizia ci vanno pesante con  gli oppositori. Difficilmente l’Europa, che considera Orban un mezzo fascista e Putin uno stalinista dal volto umano, sarà disposta a protestare seriamente contro i sistemi spregiudicati di Erdogan—specie dopo la visita della Merkel. Non mancheranno certo le ‘denunce’ della stampa, quanto meno in difesa dei colleghi turchi ma, per il resto, si continuerà a fare affari col despota di Ankara che vorrebbe azzerare le riforme occidentali di Ataturk e che fino a ieri foraggiava il fondamentalismo islamico. La colpa di questa controriforma autoritaria, però, non è della democrazia in quanto tale (come credono i reazionari) bensì di quei governi ‘temperati’ che ad essa si ispirano dimenticando quel primum vivere che è l’imperativo categorico di ogni comunità politica. Lo stato moderno è nato, con Hobbes, come garante della legge e dell’ordine e ha visto nella sicurezza dei cittadini  il bene primario, in assenza del quale  tutti gli altri beni non hanno alcun valore. Lo spettro della guerra civile è come la mancanza di salute: si possono avere proprietà, donne, denari ma per un malato terminale è come non aver niente. L’Italia lo sperimentò nel 1922 col fascismo ma nel secondo dopoguerra non rivisse il dramma   grazie anche a un uomo, Mario Scelba, che imponendo l’ordine salvò la democrazia liberale.

Dino Cofrancesco

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Dino Cofrencesco
Dino Cofrancesco è uno dei più importanti intellettuali italiani nel campo della storia delle dottrine politiche e della filosofia. E' autore di innumerevoli saggi e tra i fondatori dei Comitati per le Libertà. Allergico all'ideologia dell'impegno, agli "intellettuali militanti", ai profeti e ai salvatori del mondo, ai mistici dell'antifascismo e dell'anticomunismo, ha sempre visto nel "lavoro intellettuale" una professione come un'altra, da esercitarsi con umiltà e, nella misura del possibile, "senza prendere partito". Per questo continua, oggi più che mai, a ritenere Raymond Aron, Isaiah Berlin e Max Weber gli autori più formativi del '900; per questo, al tempo dell'Intervista sul fascismo di Renzo De Felice, si schierò, senza esitazione, dalla parte della storiografia revisionista, senza timore di venir accusato di filofascismo.

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