KEYNES E’ L’ALTRA FACCIA DI CHARLES DARWIN: LA REALTA’ ESISTE E FA MALE


“Non abbiamo una Thatcher”
Mario Draghi agli investitori del Panfilo Britannia, giugno 1992

“Le riforme strutturali non possono beneficiare tutti. Accanto ai vincitori ci sono i perdenti che si oppongono alla loro realizzazione. Eppure, quei governi hanno saputo distinguere gli interessi costituiti dall’interesse pubblico, guardando alla larga maggioranza che si sarebbe giovata dalle riforme…”
Mario Draghi, seconda parte de “Conoscenza, coraggio, umiltà”

E’ un fatto inquietante che sullo sfondo del Grande Malessere del Covid-19, si sta creando una velocità asimmetrica tra paesi anglosassoni e paesi mediterranei: i primi, più per adesione spontanea che per “passione neorooseveltiana”, stanno realizzando nei fatti il New Deal 2.0 di Keynes che determina la collaborazione del deficit spending con il venture capital poiché Roosevelt e Reagan sono due facce della stessa questione, evitando una catastrofe sociale dalle inenarrabili proporzioni; i secondi – già censurati da Charles Louis de Secondat, signore di La Brède e barone di Montesquieu come i paesi PIGS dell’Europa, a causa della temperatura criminogena per via dell’eccessivo caldo (spiegazione originalissima, quella data nei suoi diari dall’architetto della divisione dei poteri!) – respingono fino alla fine l’esecuzione della Teoria Generale dell’Occupazione. Al bordo dell’apocalisse? L’argomento in questione nel Belpaese del Gattopardo dove Conte si rivela cinico proprio come lo era Mussolini ai tempi della Grande Crisi del 1929 è stato trattato nel bellissimo articolo di Giancarlo Mazzuca “Un prestito degli italiani per gli italiani” su Affari e Finanza: non viene reiterato così il “miracolo economico”.
Houston, abbiamo un problema: e questo problema può diventare un’emergenza democratica, perché il deficit spending – nelle modalità con cui fu realizzato da Franklin Delano Roosevelt nel 1932 in antagonismo alla miopia di Herbert Hoover – impedì l’avvitamento della crisi: pochi, e soprattutto con la Gelassenheit antiideologica dello studio, lo ricordano, ma Roosevelt (che di economia capiva poco) seguì alla lettera le indicazioni di John Maynard Keynes: come emerge dagli splendidi diari dello storico americano Arthur Schlesinger j. “L’età di Roosevelt”, solo in questo modo fu evitata la reiterazione della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 nella patria del liberalismo per eccellenza (sic!). Oggi si ripete lo stesso scenario a causa dello “stress test” della più grave pandemia di tutti i tempi, ma “Il mistero Conte” – come lo ha definito in un’analisi molto raffinata Ezio Mauro – non ha premuto il pulsante del deficit spending. Orbene la mancata attivazione della spesa in deficit in contrasto alla Modern Monetary Theory – cioè nei confronti dei “venture capitalists” – è stata all’origine dei crolli delle imprese nonché delle famigerate “imprese zombie” e/o dell’“Apocalisse degli zombie”, per una ragione fondamentale che gli opinion makers ignorano: se non viene salvaguardato il “laissez faire” nel momento in cui entra in crisi il meccanismo d’incontro tra domanda e offerta con l’intervento dall’esterno dello Stato, si formano le “imprese zombie” (questa è la realtà, come direbbe George Soros) come diretta conseguenza della automatizzata “collettivizzazione degli aiuti” (cioè proprio quello che ha fatto sine die il Governo Conte); orbene, Draghi scende in campo con il report del Group of Thirty. E qui c’è del genio. Come sempre, “la genialità è nella semplicità”: come diceva Marco Aurelio.
Lo Stato deve intervenire “soltanto dove si verificano i fallimenti di mercato” e non alla maniera di Giulio Andreotti: per quanto possa sembrare ai più un volgare “paralogismo neoliberista” di chi scrive, è questo il liberismo di Paul Krugman e di Raghuram Rajan con la leadership carismatica di Mario Draghi: cioè se si attua il deficit spending alla maniera di Draghi, le “imprese zombie” come, del resto, anche i “furbetti del quartierino” alla Stefano Ricucci che hanno campato sui “no performing loans” post-Covid (senza avere valori aziendali positivi avevano accesso ai crediti non performanti) non possono sopravvivere, e muoiono: è vero che con questa selezione darwinistica le medie e piccole imprese verranno scannate come pecore e “date loro brioches” (per citare la moglie di Luigi XVI): ma attenzione, due considerazioni si embricano tra di loro subito: 1) vincenti e e perdenti non si possono mettere sullo stesso piano – anche se Giacomo Calenda non riesce a comprendere questo concetto: “La globalizzazione ha diffuso l’idea sbagliata che ci sono i perdenti da una parte e i vincenti dall’altra” (se la suddetta idea fosse sbagliata, caro Calenda, non avremmo avuto la Apple di Steve Jobs) –, a meno di non sdoganare il buonismo che soprattutto in Italia, è un fenomeno insopportabilmente criminogeno. Mario Draghi, da sempre ha una passione addirittura filosofica per la realtà.
L’orizzonte della politica italiana ai tempi del Coronavirus duro a morire, dovrebbe essere la opening society sorta nei paesi dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino: rifiutare tout court l’ideologia, e accettare la realtà nella sua intrinseca ambiguità. Dunque, riepilogando: il deficit spending, che è semplice come tutte le costruzioni geniali (vedi Marco Aurelio) è l’altra faccia di Charles Darwin, dal momento che nulla c’entra con il famigerato socialismo di Stato: se non si accetta questa realtà che è oggettivamente frustrante, non si può evitare l’estrema umiliazione della povertà nel nostro Paese e forse addirittura di tumulti rivoluzionari (sic!). Le critiche pesanti del Washington Post a Giuseppe Conte – che forse ormai Keynes lo somatizza sotto forma di incubo la notte – avvengono su questo sfondo. Uno sfondo simile all’America del 1929 e 1930. Rimane così solo l’opzione culturalmente e politicamente vincente della “distruzione creatrice” schumpeterianamente parlando, di cui ha parlato proprio Draghi – con un tocco di genialità – nel report del Group of Thirty: Draghi ritirava nel marzo 2014 il “Premio Schumpeter” e così dichiarava: “Facendo pulizia e riparando i bilanci delle banche, creiamo le condizioni necessarie perché le risorse tornino a scorrere verso quelle aziende che le usano nel modo più produttivo… incoraggiando la distruzione creativa nel settore bancario, possiamo agevolare la distruzione creativa nell’economia in generale e sostenere la ripresa”.
Ma, attenzione: a parlarne in questi termini, la questione è semplice, poiché anche John Maynard Keynes – che è “politicamente” la mia stella polare da quando ho 11 anni, e divorai “Potere economico” di Piero Ottone edito da Laterza, – cadde nella trappola mortale di non accettare la realtà: e cioè che per eterogenesi dei fini, egli aveva stabilizzato il laissez faire, non ne decretò la fine (sic!) come avrebbe voluto; fu il dolore dell’eterogenesi dei fini che è un dato ontologico della nostra esistenza! Il filosofo del Bloomsbury Club, che sognava di portare alla morte il liberismo, lo potenziò e addirittura lo reinventò! Come scrisse Michele Magno nel bellissimo “Keynes e il circolo di Bloomsbury”: la matricola John Maynard Keynes riceve la visita di due giovani alti, magri e dalla faccia triste. Erano Giles Litton Strachey, futuro autore di “Eminent Victorians”, e Leonard Woolf, futuro marito di Virginia Stephen (Woolf, ndr), la poetessa. Volevano capire se fosse degno di appartenere al gruppo più esclusivo di tutta l’università: la Società degli Apostoli. Come annota Robert Skidelsky nella sua biografia (Penguin, 2013), Keynes era stato adocchiato per l’eccellente reputazione di cui godeva a Eton e come figlio di Neville, docente di logica. Dopo la visita, viene osservato per qualche settimana e, infine, giudicato idoneo. Nel febbraio 1903, dopo il giuramento di rito, diventa l’apostolo n. 243 della Società segreta fondata nel 1820 da George Tomlinson.
Inizia così la sua partecipazione alle riunioni che si svolgevano ogni sabato sera nella stanza di Strachey, che fungeva da segretario. Un moderatore leggeva un breve appunto su un argomento concordato. Accovacciati davanti al caminetto, apostoli e “angeli” (membri non più attivi della confraternita) lo discutevano secondo un ordine estratto a sorte, ed eventuali punti controversi venivano posti ai voti. Una consuetudine accompagnata dal consumo abbondante di tartine di acciughe, tè e caffè. Secondo Henry Sidwick, eminente figura di “pio agnostico” del tardo periodo vittoriano, l’atmosfera di questi incontri era segnata dalla “ricerca della verità, condotta con assoluta devozione e senza riserve da parte di un gruppo di intimi amici”… Dal 1903 al 1909 (Keynes, ndr) illustra agli apostoli una dozzina di lavori, in cui precisa le sue posizioni etiche e getta le basi della sua teoria della probabilità. Ben presto si afferma come una delle menti più brillanti della Società. Un cenacolo di ingegni straordinari, cementato da un iperbolico senso di superiorità ben riassunto dal motto burlesco, di ascendenza kantiana, secondo cui gli apostoli erano “individui reali”, i non apostoli “individui fenomenici”…”.

La Società degli Apostoli era l’equivalente del Group of Thirty oggi: un narcisismo enorme ne caratterizza gli adepti. Da Keynes a Mario Draghi: ambedue affetti dalla hybris. L’ispirazione che sottende la visione.
Ma si può morire di narcisismo, e Keynes pagò con la vita il suo “perfezionismo maligno” – non riuscendo ad accettare le critiche dell’economista antagonista Milton Friedman che, – nella fondazione dei Chicago boys – riuscì a dimostrare l’insostenibilità della spesa pubblica in deficit a lungo termine; Keynes morirà per consunzione a 56 anni in piena “sindrome di Mozart”, per dimostrare a se stesso – prima che agli altri, a Bretton Woods – che era possibile la realizzazione della Great Society: tutto e il contrario di tutto, secondo l’ambizione razionalistica dell’“equilibrio” tanto cara a Immanuel Kant.
La realtà, però, esiste e Keynes – nevrotico come Lenin – era al fondo un liberista, proprio come il suo “nemico” Milton Friedman. Si sarebbe salvato se avesse accettato il superamento della Teoria Generale dell’Occupazione da parte del monetarismo di Friedman e Von Hayek.
O moriremo keynesiani. O moriremo in povertà. Staremo a vedere.

di Alexander Bush

Sull'Autore

Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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