Intervista a Francesco Casavola

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Abbiamo intervistato Francesco Casavola, giù presidente della Corte Costituzionale e tra i più prestigiosi giuristi italiani, sui temi di maggiore attualità.

D.: Presidente, la crisi della democrazia rappresentativa è una delle grandi questioni della nostra epoca. C’è chi parla di “democrazia sfigurata”e c’è chi è ancora più severo. Come si è arrivati a tanto, quali le cause?

La democrazia in Europa ha accompagnato il tramonto delle monarchie, ed è stata guidata dalla cultura politica della borghesia liberale e poi socialdemocratica. La sua natura l’ha condotta ad identificarsi con un regime rappresentativo parlamentare. Il mutamento della morfologia odierna della società, senza più classi storiche, tale da essere rappresentata come ‘liquida’, ha abbandonato la democrazia alla volubilità della opinione pubblica, alla volatilità dei seguiti elettorali personali, alla incertezza della rappresentatività al punto da preferire un uomo solo al comando, che è l’esatto opposto della democrazia.

D.: Di fronte a questa realtà si nota l’affermarsi in vari Paesi vicini a noi di leadership personali. Esemplifico: Europa dell’Est, Russia di Putin, Turchia di Erdogan. Con quali strumenti o anticorpi si può far fronte a fenomeni che portano in sé il rischio di derive autoritarie o peggio?

Gli esempi riferiti vanno integrati con la citazione delle opposizioni interne assai attive, anche se contrastate. La buona causa da esse sostenuta deve poter avere una eco sempre più vasta nei media internazionali e nella diplomazia dei grandi Stati.

D.: In una sua accurata analisi lei invita a ricostruire le basi della democrazia ritornando alle radici: mettendo in atto quale strategia?

E’ la strategia della cultura: i popoli debbono conoscersi negli itinerari storici da loro percorsi e reciprocamente nelle loro diversità. Ottocento e Novecento si sono scambiati personaggi, opere letterarie, testi costituzionali, esperienze legislative, ordinamenti amministrativi e giudiziari. La democrazia è una grande vicenda di civiltà, come i Greci hanno insegnato, non una questione locale.

D.: Davanti a questo scenario e circoscrivendo il discorso all’Europa il richiamo ai valori cristiani può offrire un contributo per ricostruire un tessuto democratico?

Nel 212 d.C. con la Constitutio Antoniniana, “tutti coloro che vivevano nell’Impero romano divennero cittadini romani”. E’ l’esempio più grandioso di ius soli. Qualche secolo più tardi, con il declino dell’Impero, l’unità di quella immensa moltitudine di abitanti-cittadini iniziò a disarticolarsi facendo rivivere etnie, culture, costumi di popoli e popolazioni dell’Europa mediterranea e nordica. Con la caduta dell’Impero romano d’occidente nel 476 d.C., salvo qualche regno barbarico come quelli cui dettero vita i Goti, non si rivelarono affatto identità nazionali, e meno che mai in forma di Stato. L’Europa fu una congerie di territori in mano a comunità di contadini e guerrieri e più tardi di proprietari-sovrani feudali. Quale altra forza poteva trattenere l’eredità dell’Europa romana se non quella religiosa del Cristianesimo? Nel breve volgere di alcuni secoli il paesaggio dell’Europa si coprì di migliaia di abbazie e monasteri, di cattedrali urbane ed episcopi, attorno alle quali sorsero o si estesero paesi e città. Il latino si diffuse in forme colte e volgari come mai nella unità della forza e del potere romano. E’ il Cristianesimo che fa dell’Occidente una civiltà, non più un’entità politica, come il ‘decline and fall’ dell’Impero aveva dimostrato. La modernità europea sembra aver dimenticato la seconda matrice cristiana dell’Europa. E’ ora di tornare a ricordarla e reinterpretarla come garanzia di salvaguardia della persona umana, a cominciare dalla democrazia, regime di convivenza in ‘spirito di fratellanza’ tra individui e popoli, come detta La Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948, che non per caso ebbe tra i suoi ispiratori Jacques Maritain.

D.: E veniamo a due grossi e complessi problemi che destano inquietudine e preoccupazione: immigrazione e sicurezza. La strada “obbligata” non è indubbiamente facile. Non ritiene vada piuttosto ricercata in un graduale processo di integrazione, provando a coltivare uno spirito di accoglienza cui insiste anche Papa Francesco?

L’immigrazione, quale si sta svolgendo nei nostri giorni, ha la particolarità dell’attraversamento del Mediterraneo, con la incognita crudele del naufragio di massa. E’ una attività di sfruttamento economico dei singoli migranti, ed insieme di effetti politici sui popoli da cui provengono e su quelli entro cui tendono a collocarsi. La insicurezza che ne deriva non va affrontata in termini di polizia, ma di politica internazionale. L’accoglienza è una scelta doverosa per ragioni umanitarie e di civiltà democratica. Ma il controllo sul meccanismo che produce un processo di tali dimensioni deve appartenere all’intera comunità internazionale, e per essa alle Nazioni Unite, non alle nazioni più direttamente coinvolte soltanto.

D.: Intanto la Corte di Giustizia Europea boccia i ricorsi dei Paesi dell’Est che respingono i migranti dando ragione all’Italia. Un autentico schiaffo, non le pare?

La Corte di Giustizia Europea assolve da par suo la funzione dei giudici sovranazionali, che è quella di tenersi dalla parte della ragione, perché si salvino gli uomini e non gli interessi degli Stati.

D.: Il dramma dell’immigrazione sta facendo emergere tendenze e pulsioni anti-immigranti e apertamente razziste (mi riferisco al vergognoso recente manifesto di gruppi neofascisti). L’intento è esplicito: agire sulla paura del “diverso” per suscitare reazioni e comportamenti irrazionali. Non è così?

Si narra che Albert Einstein, richiesto di dichiarare alla Dogana di New York la razza di appartenenza, abbia risposto ‘umana’. I razzisti di oggi imparino questa grande lezione.

D.: Collegato direttamente al problema dell’immigrazione è quello dello ius soli, il diritto di cittadinanza per i figli degli immigrati che nascono nel nostro Paese. Se ne sta occupando il Parlamento tra molte resistenze anche nell’opinione pubblica (ne beneficeranno circa 800.000 ragazzi). Il Ministro della Giustizia Orlando ritiene che l’integrazione serve a fare acquistare diritti e doveri e questo può aiutare la sicurezza collettiva. Condivide questa opinione?

I Greci consideravano cittadini i figli di genitori cittadini residenti nella polis. Di questa avevano l’immagine come di una famiglia estesa. I tedeschi compendiavano la cittadinanza nella endiadi ‘Blut und Boden’, sangue e terra. Che la cittadinanza si possa attribuire a stranieri è una patica romana e moderna. Se ne possono stabilire presupposti e limiti che compensino il mero ius soli, il trovarsi fisicamente nel territorio dello Stato. Il fine che si intende raggiungere che il neo cittadino acquisti non solo diritti, ma la titolarità di doveri, in modo da giovare attivamente alla comunità dei concittadini. Questa è integrazione giuridica, nella quale crescerà quella morale e culturale, nella convinzione che non si finirà mai di essere buon cittadino finché si avrà vita.

D.: Un tema centrale del dibattito politico di questo autunno sarà indubbiamente la riforma del sistema elettorale, pena il rischio mortale di una prolungata ingovernabilità. La pensano così attenti politologi. La sua autorevole opinione di noto giurista?

La legge elettorale ideale è quella che dà la maggioranza e la responsabilità del governo a chi davvero la merita e non scontenta la minoranza consapevole della leale praticabilità del controllo sul governo. Scendendo al pianterreno della concreta vita politica una legge accettabile è quella che non altera gravemente il rapporto quantitativo delle opinioni politiche esistenti nel paese ed accerti una maggioranza sufficientemente omogenea per sostenere un governo stabile ed autorevole.

D.: C’è chi chiede di abbassare l’età del voto per la Camera a 16 anni. Come giudica questa idea, probabilmente molto affrettata, da costituzionalista?

Non auspico un abbassamento dell’età dei votanti per la Camera. Il problema della democrazia italiana, e non solo italiana, è culturale, di memoria storica, di etica pubblica, non di numero dei votanti.

D.: Presidente, concludendo questa nostra conversazione è opportuno guardare al futuro dell’Europa. Lei invita a lavorare per la costruzione di una Patria giuridica comune (un soggetto europeo), un obiettivo cui si può realisticamente puntare ora che l’Europa, probabilmente, sta arginando la spinta dell’estremismo populista?

Gli europei debbono conoscere meglio le loro identità nazionali. Il turismo imperante ha mete di divertimento piuttosto che di apprendimento. Né basta andare a studiare o lavorare all’estero per comprendere che cosa occorre perché l’Europa sia davvero Patria di cittadini europei.
Nelle istituzioni scolastiche e culturali, nelle Università, nei media, è indispensabile conoscere la storia delle identità nazionali europee e la vita contemporanea della umanità europea. L’Europa è una civiltà irradiata nell’intero pianeta. Se da unione di Stati non giungerà ad essere una federazione, quella luce di razionalità e di universalità che giova al mondo tenderà ad impallidire e a spegnersi. E sarà come una replica epocale del ‘decline and fall’ dei Romani.

di Mimmo Sacco

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