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Ingroia versus Renzi, un delirio di no

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Per un magistrato d’assalto come Ingroia è tutto possibile? Anche accostare i vertici dello Stato a mafiosi e complottisti senza averne le prove?

E’ in corso un furibondo attacco veterostalinista al potere esecutivo da parte dei magistrati italiani contro Matteo Renzi affinchè non sia abrogato – in tutto o in parte – il bicameralismo paritario e/o perfetto, come conseguenza patologica dell’assassinio morale e fisico di Giovanni Falcone ventiquattro anni fa che ha lasciato un vuoto nella politica italiana: morta per sempre l’idea di importazione americana della separazione delle carriere con il sabotaggio piduista dell’asse Andreotti-Martelli-Ayala, i magistrati patologicamente “resistenti al cambiamento” (vedi Freud) – grazie all’assenza di quel coordinamento unitario e verticistico che Falcone sperava di attuare con la grintosa complicità dell’amico fraterno Martelli – vogliono sabotare tutte le riforme; non ultimo nel suo delirante editoriale del 6 luglio 2016 Antonio Ingroia commette addirittura due violazioni del codice penale secondo la modesta opinione di chi scrive, pur di ribadire la necessità di non approvare il disegno presidenzialista di Renzi, fondamentale ai fini della governabilità. Ingroia lo accosta a Licio Gelli come erede dell’eversivo Piano di Rinascita (roba da art. 289 del codice penale); poiché non ci sono indizi probanti a sostegno di questa pazza tesi, definisce l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi l’utilizzatore finale del “gioco grande delle alleanze politiche” praticato da Totò Riina. E infine, Ingroia si perde in una lunghissima analisi politologica sulla stranissima inchiesta condotta dai magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone sul finto rapimento di Michele Sindona come se lo stesso avesse condizionato in trent’anni di “doppio Stato” alla Tom Clancy l’intera riforma Boschi-Renzi che vuole “creare la premiership” (sic!).
Qui ci vuole un medico bravo, ma attenzione: le affermazioni fatte da Ingroia in qualità di ex sostituto procuratore aggiunto della Procura di Palermo, già pubblico ministero in importantissimi processi, configurano una grave lesione al vertice degli organi costituzionali della Repubblica Italiana che non può passare inosservata. Punto primo: accostare Bettino Craxi al “capo dei capi” di Cosa Nostra Totò Riina senza che l’ex segretario del Psi sia stato anche solo sfiorato da procedimenti penali per concorso in associazione mafiosa – e senza dunque che i suoi ex legali possano rispondere perché è una condanna morale contro la quale non si può presentare ricorso – è un abuso d’ufficio molto grave, tanto più che è stato fatto un accostamento allucinante dell’ex capo del Governo a uno dei più efferati criminali di stampo mafioso dell’intera storia repubblicana ed europea, e dare la connotazione politica di “riformatore da Piano di Rinascita” della Costituzione è un’istigazione all’odio fondata sulla costruzione di un teorema, la cosiddetta “conspiracy theory” (teoria del complotto): si tratta di una falsificazione in atti giornalistici, tanto più se condotta da una ex toga che può rientrare in magistratura.
Ecco le prove a sostegno della necessità di processare Ingroia per rovesciamento dell’ordine costituzionale:“Da Gelli a Renzi, è sempre Piano di Rinascita democratica. Il 4 luglio del 1981, giusto 35 anni fa, la polizia giudiziaria fermava a Fiumicino, dov’era atterrata di rientro da Rio de Janeiro via Nizza, Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, Venerabile Maestro della Loggia massonica Propaganda 2. Nel doppiofondo rudimentale di una borsa da viaggio venivano rinvenute alcune buste contenenti documenti vari, uno dei quali dal titolo Piano di Rinascita…”.
Denuncia farneticando Ingroia: “Mancava l’ultima parte del disegno piduista, quello orientato allo stravolgimento della Costituzione e del sistema elettorale, ma ci ha pensato Matteo Renzi”.
L’appello dell’agitatissimo e narcisisticamente sfrenato Ingroia è un invito alla prevaricazione della passione contro la logica, antico male italiota:“Io voterò NO perché non accetto di cambiare la Costituzione di Calamandrei, Parri e Pertini con la Costituzione di Gelli rivisitata da Renzi, Boschi e Verdini. Mi sento un partigiano della Costituzione…”. Che cosa direbbe Falcone di questi magistrati? Li temeva in vita, i “giudici ragazzini”. Ma pare che resteranno ancora a lungo in sella.

Alexander Bush

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Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.