IL PNRR SARA’ IL GRANDE FALLIMENTO DELL’ITALIA CHE VIENE CONSEGNATA A MATTEO SALVINI: DRAGHI SI CONSIDERA SUPERIORE A JOHN MAYNARD KEYNES E SBAGLIA – La lucidità di Oscar Giannino

Data:


“Le idee hanno conseguenze”
Friedrich Hayek

“Investire con successo significa anticipare le anticipazioni degli altri”
John Maynard Keynes

“… Abbiamo sempre considerato Draghi un grande sopravvalutato, ma sottovalutavamo la sopravvalutazione. Ora chi gli vuol bene, dovrebbe spiegargli un paio di cose, anche con disegnini. Possibilmente prima che ci ponga i prossimi aut-aut fra la tregua e Alexa, fra il genocidio e l’aspirapolvere, fra l’atomica e il tostapane”.
Marco Travaglio, “Il tecnico del gas”

“Va bene che la complessità è putiniana, ma abbiamo il sospetto che il presidente Draghi abbia semplificato un po’ troppo le cose, nella sua diciamo conferenza stampa sul Def (“diciamo”, perché continua a recensire le domande e a usare il sarcasmo quando sarebbe obbligato a un registro più rigoroso). Rispondendo a Carlo Di Foggia su quale sia la posizione del governo in merito al blocco dell’import di gas russo e se c’è un piano per gestire il razionamento dei consumi energetici, ha detto: “Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Lei cosa si risponde: preferisce la pace o il condizionatore acceso?”.
Rinunciare al gas russo, per Draghi, equivale a privarci di qualche comfort…”.
“Disertori da aria condizionata: la lotta di Draghi a noi viziati”, Daniela Ranieri

“… Dal concorso a Trento parte una carriera accademica che passa per Padova, Venezia e termina a Firenze. Il professor Draghi scopre infatti di non avere l’indole dello studioso, pubblica ben poco”.
Carlo Di Foggia, “Cinquanta sfumature di Draghi” di Fq Millennium

Quello che scriviamo non ci appartiene: lo hanno spiegato benissimo tre persone, l’antropologo Philippe Brénot, Romain Gary e Massimo Recalcati.
La “Teoria Generale dell’Occupazione” dove, per citare Guidoriccio da Fogliano “è scritto tutto e il contrario di tutto” è “altra” rispetto a John Maynard Keynes, che si sentì smascherato da Milton Friedman tra gli stati misti a Bretton Woods, quando un infarto lo stroncò.
Sono personalmente contentissimo che il brillante giornalista Oscar Giannino – la brillantezza dell’ipomania, si sa, è pericolosa e può indurre a commettere passi falsi grossolanamente evidenti, come truccare il proprio curriculum vitae – abbia ritrovato la sua dimensione su “Affari e Finanza” del quotidiano “La Repubblica”, accanto alla rubrica “La mano visibile” di Alessandro De Nicola.
Vengo dunque al punto: nella sua imprescindibile analisi di lunedì 28 marzo “Il gap delle competenze che paralizza i progetti del Sud”, Giannino non capisce qual è il nucleo dell’anomalia del Pnrr pur sfiorandolo: in una parola la realtà esiste, e la grande ironia della Ripresa e Resilienza che per Draghi comincia a 15 anni è che Mario Draghi la ignora, perché come i weltanschaunger – cioè i visionari – si illude di riprogettarla anziché di tenerne conto; si potrebbe dire che i sognatori rifiutano la realtà, e alcuni di loro muoiono sognando (sic!).
Cito Giannino in apertura del suo dossier: “Il Pnrr è nella fase operativa delle candidature di progetto ai bandi per attuarne le diversioni missioni e la realtà evidenzia almeno due preoccupanti macrofenomeni. Un freno privato, e uno pubblico. Per il governo la loro soluzione in tempi rapidi da una parte è necessaria, dall’altra non è affatto facile.
Il primo riguarda le imprese: nei settori in cui l’impatto della bolletta energetica e del sovracosto e scarsità di materiali di produzione è più elevato, molte imprese rivedono la propensione a candidarsi. Se non si adeguano i bandi alla realtà dei nuovi costi l’apporto dei privati al Pnrr, già per troppe parti affidato a soggetti pubblici, calerà ulteriormente. Modificare i bandi significa però alzare costi e garanzie previsti e stanziati nei bandi, il che obbliga il governo o a fare scelte di priorità a danno di altre, o a fare più debito, ciò che Draghi e Mef vogliono evitare…”.

Ecco qual è il punctum dolens di quella che è una vera e propria tragedia da “event of default” (per citare Franco Debenedetti): Draghi che è Mr Wolf e Fondo Salva-Stati vogliono evitare di fare il deficit spending, che gode di pessima reputazione tra i guardiani dell’ortodossia.
Ma non è una ricetta caduta in disgrazia tout court, si rivela fallimentare soltanto se portata al “punto di equilibrio”: nel breve termine ha successo.
Non sono altre le motivazioni alla base del loro agire, ed è per questo motivo che Giorgetti chiede – sentendosi rispondere niet – lo scostamento di bilancio; fare più debito oggi, con la crisi dell’Ucraina che è più grave dello stesso shock energetico del Kippur del 1973 sullo sfondo dei proclami di Yamani e del rapimento di Paul Ghetty significa fare deficit spending, che tra l’altro è di per sé una sospensione temporanea del debito. Gli ordoliberali non lo capiscono poiché sono schiavi dell’ideologia, che è una lettura deformante della realtà: piegare la realtà alle proprie convinzioni.
Se Albert Einstein ha fondato la teoria della relatività, George Soros ha fondato la teoria della riflessività: esistono due tipi di realtà, la realtà soggettiva e quella oggettiva; l’Io penso di Immanuel Kant è calato nella realtà oggettiva e questo è il Pnrr, per quanto Francesco Giavazzi e Alberto Bisin facciano fatica a capirlo.
Tra l’altro “è sempre più complessa dell’interpretazione che ne diamo” (vedi Soros).
Ce un’altra realtà che fa a pugni con il buon andamento del “mercatista” Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: in Italia non esiste il capitalismo di mercato come ordinamento sociale – può piacere o no, ma è un fatto intrinsecamente negativo di cui tenere conto nell’osservazione della realtà –, a differenza dei paesi anglosassoni dove i denari pubblici vengono destinati al big business o a quello che Mr Wolf chiama “settore corporate”, ma sono le medio-piccole imprese a guidare l’economia nelle sue linee guida.
Se le “grandi corporazioni” come Eni, Enel e Snam vengono ricapitalizzate con il debito pubblico all’interno di quella che dunque è la “reductio ad unum” del deficit spending (neanche Ferruccio De Bortoli ha capito, affermando erroneamente che Draghi a Bruxelles il 14 dicembre 2020 non doveva fare la distinzione tra debito pubblico cattivo e buono perché secondo il professor De Bortoli il debito pubblico è tout court cattivo), il 95% dell’economia nazionale viene tagliata fuori e le imprese “small” rimangono con il cappello in mano: il settore corporate non è in grado da solo di allargare la liquidità con la “Mano Invisibile” a tutti gli altri operatori, poiché è parte della domanda aggregata che è in stato depressivo. Elementare Watson.
Come fa ad avere successo a carico dell’intera collettività non l’iniziativa privata, ma il big business laddove lo Stato – non intervenendo – cede il passo al venture capital delle big corporations slegate dall’economia reale?
La presunzione arrogante dal punto di vista teoretico e politico insieme dell’ex banchiere centrale in quota Goldman Sachs, definito da Piero Ottone nel 2009 “one track mind” – mentalmente unilaterale – è che bisogna avere pazienza, bisogna aspettare perché le cose andranno meglio in futuro quando il “business as usual” – keynesianamente ripartito con la settorializzazione “successful” della spesa pubblica, così reinventata contro Keynes –, avrà finalmente successo.
Cioè come exitus di un programma che subordina il breve termine al lungo termine.
E’ così che si ignora la realtà!
E non è finita qui.
In quanto – come dice bene Oscar Giannino, con lucidità erasmiana – ci sono due preoccupanti macrofenomeni: un freno privato e uno pubblico, nell’andamento preesistente da “latin heroes” – eroi del Sudamerica – della pubblica amministrazione soprattutto (ma non solo) nel Mezzogiorno che configura ormai uno scenario da inferno simile agli stop and go della Nep di Nicolay Vladimir Lenin, schematico come Mario Draghi: se non si tiene conto del “costante divario tra le intenzioni e i risultati” (vedi Soros), è un disastro ieri come oggi in “coazione a ripetere” (vedi Sigmund Freud):

“… Il secondo freno è la conferma di un problema strutturale di lungo periodo: la bassa capacità degli enti locali meridionali di avanzare progetti adeguati, di assicurare l’esame adeguato dei progetti avanzati dalle imprese, e di svolgere in tempi rapidi i processi autorizzativi: il blocco alle centinaia di impianti energetici da fonti rinnovabili viene da questo. Il problema non è il presunto basso ammontare finanziario destinato al Sud, cui sono riservate il 40% delle risorse, cioè 82 miliardi (forse perché Mario è incapace di dire di no a Mara Carfagna, ndr). Né il ritardo dei finanziamenti, visto che di 56 miliardi di risorse Pnrr già attribuite il 45% sono andate al Sud. La leva straordinaria di personale qualificato a tempo, cara al ministro Brunetta, non ha sanato il deficit progettuale che da decenni emerge nei bandi europei ordinari. Tanto che il governo ha già dovuto prorogare sia il bando per l’economia circolare sia quello per candidarsi ai 2,4 ,miliardi destinati al potenziamento degli asili nido. In entrambi i casi era il Sud a non presentare progetti, malgrado il deficit di impianti per il trattamento rifiuti e quello abissale degli asili siano soprattutto al Sud.
La stessa cosa è accaduta per la rigenerazione urbana, con i progetti arrivati tardi e il Mef che ha dovuto aggiungere 905 milioni ai 4,1 miliardi del Pnrr per evitare o di tagliar fuori i ritardatari, o di preferire chi arrivava tardi dal Sud ai progetti del Nord. Molte amministrazioni meridionali avevano messo Draghi sull’avviso: non è solo questione di personale insufficiente, ma di precarietà assoluta delle nostre finanze.
Ma per le città metropolitane il governo è intervenuto.
Ha per fortuna rifiutato il maxi accollo dei debiti più gravi, cominciando dagli oltre 5 miliardi che gravano su Napoli. Ha scelto invece un meccanismo ventennale che soccorre le città metropolitane con debito superiore ai 700 euro per ogni loro residente, stanziando 2,6 miliardi ma in tranche ridotte, diluite e decrescenti, ma a fronte del dovere delle amministrazioni di tagliare il deficit, rivedere davvero le proprie partecipate come avrebbero dovuto fare dal 2016, innalzare la propria capacità di riscuotere i debiti”.

“A Napoli”, osservava infine Giannino, “il debito procapite è di 2.559 euro, rispetto ai 1.938 di Reggio Calabria e ai 960 di Palermo. Il rischio è che a pagare davvero siano intanto i creditori commerciali delle amministrazioni, che perderanno dal 40 all’80%. Ma i tempi sono lunghissimi, per immaginare che Napoli arrivi a percentuali di incasso accettabili, rispetto all’attuale 24% annuale di incasso reale di multe e tariffe e al solo 1% di recupero del monte di arretrati…”.

Tra l’altro, chi scrive è pessimista al massimo sull’adeguamento di Napoli e del Mezzogiorno ai “performances standard” del venture capital: vale ancora oggi l’originalissima ipotesi di Montesquieu sul nefasto condizionamento del clima sulla qualità di vita della popolazione nel Sud Europa: caldo e corruzione sono eziologicamente legati, perché è come essere sempre in vacanza.
Fa sorridere la soluzione “gattopardesca” proposta dallo stesso Giannino, che è in velocità asimmetrica rispetto alla straordinarietà del momento: “… Nel Sud assunzioni per concorso nel decennio alle nostre spalle pari al 24%, nel Nord al 36%. E il gap geografico di competenze tecniche così si è rafforzato.
Risposte efficaci a questi gap non possono essere che di lungo periodo, non compatibili con i tempi ristretti del Pnrr. Ergo l’unica soluzione è un massiccio ricorso all’affiancamento dall’alto degli enti locali da parte del governo, sino al commissariamento di cui comunque il Pnrr dà potere all’esecutivo. Può provocare sicuramente risposte sanguinose della politica meridionale.
Ma o si procede in tal senso, o i tempi e la qualità dei progetti Pnrr saranno sempre più compromessi”.

Di fronte all’incipiente impoverimento della società italiana, è augurabile in un certo senso turarsi il naso dalla puzza dei Ciancimino e degli eredi dei cugini Salvo: non è forse vero che Franklin Delano Roosevelt mise Joseph Patrick Kennedy a capo della Sec, Security Exchange Commission?
La realtà esiste: ripetiamolo, e qui c’è la ratio granitica del deficit spending che – tra l’altro – non è corretto dire che sia stato inventato da John Maynard Keynes: fu scoperto (sic!), poiché fa parte della realtà che l’avventuriero esplora a proprio rischio e pericolo.
Valga un esempio che più pratico non potrebbe essere: non è stato Sigmund Freud l’inventore dell’inconscio, ma il suo scopritore (sic!).
Infatti Pierre Janet usò prima del medico viennese dell’Allgemeine Krankenhaus la parola inconscio, ma la scoperta fu fatta da Sigmund che avocò a sé il copyright analizzando con la terapia dell’ipnosi una paziente della nobiltà da egli visitata, e tra l’altro commise successivamente l’errore di portare al cosiddetto “punto di equilibrio” la sua scoperta come verità universalmente valida per presentare la “teoria dell’inconscio”, che non teneva e non tiene conto della riflessività dei fenomeni umani.
E’ stato George Soros a contestare l’errore a Freud; lo stesso discorso vale per il deficit spending scoperto dall’esploratore nel deserto: Keynes, spietato con se stesso, si illuse di portarlo al cosiddetto “punto di equilibrio” per impossessarsi razionalisticamente della sua stessa scoperta.
Vi potrà sembrare strano, ma la realtà esiste ed è ormai tempo di sostituire l’era della Ragione assurta a dogma con l’era della Fallibilità.
C’è infine un altro problema ed è il più grave.
Draghi è una personalità psicopatica, cioè funziona soltanto nella sospensione della normalità.
Ma nel suo funzionamento monodirezionale – era vero anche di Sir Winston Randolph Churchill – non è capace di analizzare la realtà in modo geniale.
Il presidente del Consiglio sta sbagliando, con questo schematismo fanatico che ne caratterizza sempre più arrogantemente l’azione di governo – figlio dell’unilateralismo che deriva dalla sua forma mentis tipica del fanatico, nell’“eterno ritorno dell’uguale” – che è incompatibile con la realtà da “fin de siècle” nella quale ci troviamo: la crisi della New Economy 1980– ’2022.
Allo status quo oppone lo status quo dal 1992 ad oggi nella ripetitività dello schema primigenio, come anche il colossale volume nella sua nuova edizione “Mani Pulite – La vera storia” di Barbacetto, Gomez, Travaglio aiuta a capire e come, ironia della sorte, lo stesso Carlo Di Foggia ha ricostruito nella splendida rivista di Fq Millennium “Cinquanta sfumature di Draghi”.
C’è infine un ultimo problema: l’ascesa del populista senza peso specifico Matteo Salvini con tanto di Russiagate.
Il leader della Lega presente al matrimonio di Berlusconi con Marta Fascina è una delle pedine di Vladimir Putin in Europa, al limite della III guerra mondiale.
Mario Draghi si considera superiore a John Maynard Keynes (attenzione, lo ha dichiarato apertis verbis nel suo discorso del 14 dicembre 2020 al Gruppo dei Trenta), ma le idee hanno conseguenze: nel giro di uno o due anni può accadere la tragedia, tra le sabbie mobili della stagflazione.

I have a dream: deficit spending is the solution, not the problem.
Stay foolish, stay hungry. Your time is limited:

Steve Jobs

 

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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