I fondamentalisti islamici in nord Africa. E gli occidentali?

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stefano
Anonimi sicari assassinano uno dei principali oppositori tunisini, Chokri Belaid. La Corte Suprema libica reintroduce la legge sulla poligamia. Il presidente dell’Egitto applica la legge d’emergenza, ormai, una volta al mese. Cosa collega queste tre notizie? Prima di tutto lo scenario: tutte e tre avvengono in Nord Africa. Ma non solo. Tutti e tre i Paesi coinvolti sono stati protagonisti della Primavera Araba. La Tunisia era stata la sua avanguardia, la prima a ribellarsi al suo dittatore, Ben Alì, nel dicembre 2010. Poi era seguito l’Egitto e, infine, la Libia, con i suoi otto mesi di rivoluzione, guerra civile e intervento della Nato dal marzo all’ottobre del 2011. Terzo elemento in comune: il soggetto della notizia. Chi ha assassinato Belaid, chi ha voluto la reintroduzione della legge coranica in Libia e chi sta proclamando, di continuo, lo stato d’emergenza in Egitto? Sono sempre i fondamentalisti islamici. Il mandante dell’omicidio Belaid, il “Matteotti tunisino”, è ancora sconosciuto. Ma i familiari e i sostenitori della vittima, sono sicuri di conoscerne l’identità. Perché sono le milizie islamiche irregolari, i cosiddetti “Comitati per la protezione della rivoluzione”, che lo avevano minacciato in vita. Il governo, retto dal partito Ennahda (espressione locale dei Fratelli Musulmani), non ha protetto Belaid. Alle minacce è seguita solo l’ignavia delle forze dell’ordine, fino all’assassinio. L’avvocato, politico e attivista per i diritti umani era considerato un “miscredente” dagli imam integralisti. La sua critica alle politiche di Ennahda lo rendeva inviso alle autorità. Lui, rivoluzionario della prima ora contro il regime autoritario di Ben Alì, era stato bollato come “controrivoluzionario”. In Libia, la rivoluzione non ha sortito alcun governo stabile, ma i veri padroni del campo sono rimasti i miliziani islamici. Jibril stesso, primo premier ad interim riconosciuto come “laico”, si è prestato al gioco: ha subito proclamato, a rivoluzione appena conclusa, che nessuna nuova norma avrebbe dovuto violare la legge coranica. E la Corte Suprema lo ha preso in parola. D’ora in avanti, in barba alle proteste dei laici, gli uomini potranno sposare fino a quattro donne. In Egitto, la sistematica esclusione dei partiti laici ha raggiunto il parossismo. L’Assemblea Costituente stessa è stata boicottata dai moderati e dai democratici e gli islamici, invece di rinviare i lavori, hanno votato da soli la nuova bozza di legge suprema. Ignorando le proteste o reprimendole con metodi polizieschi, hanno fatto approvare la Costituzione da un referendum. Senza lasciare il tempo a qualsiasi opposizione di organizzarsi, senza campagna referendaria, senza informazione. L’Egitto è sempre più ingovernabile. I laici, i cristiani, i musulmani non fondamentalisti hanno sempre meno voce in capitolo.
E’ il più “puro” che epura tutti gli altri? Di solito è questo il modo di vedere le violenze politiche nella storia che seguono le grandi rivoluzioni, a partire da quelle francese e russa. Ma il termine “purezza” trae in inganno. I giacobini in Francia, nel 1792, erano più “puri” dei girondini e dai moderati? I bolscevichi in Russia, erano più “puri” dei socialrivoluzionari e dei liberali? Ennahda è più “pura” dei socialisti tunisini? E i Fratelli Musulmani in Egitto e in Libia, sono più “coerenti” dei loro compagni rivoluzionari laici? La risposta è no: i giacobini in Francia, i bolscevichi in Russia e gli islamisti in Nord Africa, sono incompatibili con il progetto democratico degli altri partiti che hanno fatto la rivoluzione. Vogliono instaurare una nuova forma, più o meno velata, di autoritarismo. Hanno fatto la rivoluzione per prendere loro il potere, più che per sradicare il regime precedente. E sono vincenti, proprio perché sono determinati a imporre il loro nuovo ordine, quando tutti gli altri si sono concentrati sulla distruzione del vecchio ordine. Hanno in mente il loro modello di “uomo nuovo” e non si fanno scrupoli sui metodi necessari per crearlo. Hanno il fanatismo dell’ideologia dalla loro parte e si sentono autorizzati a violare tutte le regole, rendendosi più forti (nell’arena politica) rispetto a chi le vuole seguire scrupolosamente. “Chi si fa pecora, il lupo lo mangia” dice il vecchio motto popolare: una parte della responsabilità ricade anche sui democratici, sui moderati, sui laici, che non sono riusciti a creare una propria coscienza rivoluzionaria capace di resistere ai nuovi totalitari. Ma c’è anche un altro colpevole, che non può essere ignorato: l’Occidente. Le democrazie liberali, dopo decenni di appiattimento sullo status quo e di rapporti di partnership con i dittatori arabi, si sono improvvisamente entusiasmate per le rivoluzioni. Di colpo, a quanto pare, abbiamo scoperto che anche i Paesi nordafricani hanno diritto a diventare democratici. Mentre, fino al 2011, lo consideravamo antropologicamente impossibile. Ma dopo le rivoluzioni, cosa abbiamo fatto? I nostri governi hanno sostenuto i nuovi totalitari, ricadendo nella solita trappola dello status quo. Gli Stati Uniti hanno deciso, non solo di legittimare, ma anche di sostenere attivamente i Fratelli Musulmani in Egitto. I Francesi, che hanno guidato l’intervento armato in Libia, non hanno fatto nulla per scoraggiare le locali milizie islamiche. In Tunisia stiamo assistendo all’affermazione di un nuovo ordine islamico, con la nostra tacita benedizione. Come sempre, anche dopo esserci riscoperti liberali, continuiamo a non voler promuovere i nostri valori. I nuovi tiranni ci ringrazieranno a modo loro.

Stefano Magni

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