Esiti fuori copione: Fotografia di un Paese alla ricerca di un’identità

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anna rita

La crisi, la corruzione, il declino è ciò che gli italiani hanno imparato a sperimentare da qualche anno a questa parte. La mia generazione ha solo sentito parlare di guerra, ma quello che stiamo vivendo le assomiglia molto. Quella di cui parlo è una guerra metaforica, nel senso che il vuoto in cui ci troviamo a fluttuare mi fa venire in mente una città distrutta da un bombardamento anomalo, in cui il fuoco amico ha provocato i danni più gravi.
Voglio dire che questo mesto scenario è anche una conseguenza della nostra incapacità di reagire, che ha fatto più danni della crisi in se stessa. Ci siamo seduti e restiamo, come le vecchiette di paese, sull’uscio ad aspettare per “sentire che si dice”. E neppure pensiamo di impegnare le mani sferruzzando. Niente di niente. Al massimo ci riempiamo la bocca dicendo che le cose non vanno come dovrebbero e che è tutta colpa del Governo e della classe politica. Benissimo! E chi vota i rappresentanti del Governo legittimando la validità della classe politica che disprezziamo? Noi, sempre noi, che neppure impegniamo le mani sferruzzando. Per tutta la durata della campagna elettorale e fino a questo momento mi sono chiusa in me stessa perché non capisco. Sono testimone di uno spettacolo surreale e melanconico, che mi fa pensare ai saltimbanchi di Picasso. Non so: due papi che si abbracciano e gruppi di comici in cerca d’autore, che si scornano per qualche poltrona e che giurano: – Noi formiamo un Governo, eh? Ma tra poco si torna a votare. – E che ci siamo andati a fare, sul finire di questo strano febbraio, a votare? Non solo, ma se invece di parlare dell’aria fritta ci mettessimo a fare due conti realizzeremmo che le elezioni ci sono costate 389 mln di euro. Mica spiccioli! Mentre si parla di misure anticrisi e di pressione fiscale esosa, ci accontentiamo di spendere altri soldi perché, siccome non hanno vinto i soliti noti, allora non vale ed è tutto da rifare. Scusate, ma non capisco. Io non sono una sostenitrice del M5S. Però, siccome non mi disturba che dei cittadini comuni facciano politica, almeno vorrei vedere cosa siano in grado di fare. Forse parlo così perché mi fa più paura il vecchio del nuovo. Forse perché credo, fidandomi di Galileo, che per raggiungere un risultato sia necessario sperimentare. Ma, al di là di tutto, con quale logica osiamo tifare per l’ennesima legislatura spezzata? Perché, a priori, non vogliamo concedere un minimo di continuità a questo Paese? Tanto più che abbiamo bisogno di stabilità. Occorre prendere decisioni per ricostruire questa città bombardata, questa nuova Dresda. Occorre motivazione, talento, intraprendenza. In mancanza di tutto questo, nonostante la guerra sia finita e della nostra città non restino che macerie, continueremo ancora a bombardarci da noi stessi, vittime di un fuoco amico che non è figlio di sviste o di errori, ma di puro masochismo. La città è vuota, rasa al suolo. Non ci sono più nemici, ma invece di ricostruire, si continua a sparare, come se la guerra non fosse finita.

Anna Rita Chitera

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