Artemisia e l’incendia-femmine

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Chi era davvero Artemisia Gentileschi

Quadri e amori-
La grande pittrice Artemisia Gentileschi, artisticamente influenzata dai colori del Caravaggio, aveva una pessima reputazione. Nella Roma “che appartiene ai senza Dio”, la chiamavano “la colorara” e attorno a lei volteggiavano spudorate fantasie sessuali e pettegolezzi difficili a contenere, figuriamoci a smentirli. Il suo destino s’incrocia con Agostino Buonamici Tassi, tardo manierista e paesaggista eccellente. Dopo anni di sparvierato sessuale nei lupanari di Livorno, dove sposa una prostituta, torna nella corrotta città papalina (era nato nei dintorni). Conosce Orazio Gentileschi (falso padre di Artemisia, che gli fa da modella): i due si stimano e lavorano assieme. Tassi da fonte certa viene a sapere che la “colorara” o “tintora” (le donne non potevano studiare pittura) merita l’appellativo di “puttanella”. Gli dicono che “si dà a tutti”, con quelle “poppe ardite e fianchi alti”, e un modo di camminare che casualmente soffia sulla sua presunta disponibilità sessuale.  E fomenta le allusioni.
L’incontro tra la pittrice diciannovenne e l’incendia-femmine Tassi, chiamato “lo smargiasso”, è all’insegna dello stupro (di per sé non era reato: lo era solo la deflorazione). Sorpresa: Artemisia è vergine. La vicenda dei due viene magistralmente raccontata, con toni lirici (talvolta con venature troppo larghe) e stile superbo, da Pietrangelo Buttafuoco in “La notte tu mi fai impazzire” (Skira, pag. 103, 13 euro). A violenza consumata, Artemisia chiede al tracotante Agostino di sposarla. Lui fa spallucce.  Orazio lo denuncia alle autorità ecclesiastiche. I due giovani sono messi a tortura, così atroce da far saltare un alibi che forse stava in piedi. L’aggressore e Orazio tornano all’amicizia. Tassi viene condannato (anche per bigamia), tornerà dalla moglie che non ha mai smesso di far commercio di sé, e stenterà, per un’artrosi diffusa, a tenere in mano il pennello. Significativo è il memoriale pittorico di Artemisia, a partire da “Susanna e i due vecchioni”.

di Pier Mario Fasanotti

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