ALTRO CHE KEYNES IN NAPOLETANO, RIDATECI POMICINO…

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“Non offendiamo la Prima Repubblica: quello che si vede oggi non ha nulla che
le somigli”
Paolo Cirino Pomicino

Chi scrive segnalerà a Massimo Giannini l’opera magistrale di Piero Ottone “Potere economico – La scienza della miseria spiegata al popolo”. E’ stato un articolo di genio quello “vergato a caldo” da Massimo Giannini – sullo sfondo della bocciatura del Mes da parte della Camera, non contrastata dalla premier senza premierato Giorgia Meloni –, su “la Repubblica” del sabato 23 dicembre 2023 “Il ritorno del clan anti-europeo”; l’analisi di Giannini con il furore della brillantezza versus il ragionamento, rivela l’avversione autarchica del Presidente del Consiglio in quota Fratelli d’Italia al principio del deficit spending che pre-esiste al dispositivo del Fondo-Salva Stati, e che caratterizzava – prima della Meloni – anche Benito Mussolini, uno dei maggiori avversari di Roosevelt e Keynes in Europa; tra l’altro, la mancata ratifica del Mes è compatibile con un possibile shock finanziario a livello mondiale, in un Occidente che viaggia a passo spedito verso un nuovo ’29. Sia la Meloni che Mussolini hanno il complesso delle “demoplutocrazie reazionarie d’Occidente”.”
Leggere per credere: “La lira è veramente la mia ossessione”, scriveva Benito Mussolini a Gabriele D’Annunzio il 29 agosto 1926, subito dopo il famoso discorso di Pesaro sulla “battaglia per Quota 90”, il tasso di cambio sulla sterlina inglese da raggiungere a ogni costo, per rimettere in riga la perfida Albione. Quasi un secolo dopo, Giorgia Meloni ha trasformato il Mes nella sua ossessione, e il gran rifiuto alla ratifica del Meccanismo Europeo di Stabilità nella nuova “Quota 90” alla quale ha infine impiccato il Paese, credendo di dare così una lezione alla Perfida Unione.
Corsi e ricorsi storici. Del resto era un anno fa esatto, il 22 dicembre 2022, quando la premier comodamente seduta sui divani bianchi di Bruno Vespa annunciava ai sudditi di Raiuno “non accederò al Mes, posso firmarlo col sangue”. La stessa epica guerresca del Duce, che novantasette anni prima, affacciato al balcone del Palazzo delle Poste, giurava ai pesaresi festanti “difenderò la lira fino all’ultimo sangue”.

Poi c’è stata la crisi del ’29. E il corporativismo che ha negato il mercato, invece che ascoltare i consigli degli esperti americani. Ecco, solo un piccolo “rectius” all’iperbole di Giannini ancorchè suggestiva: la Meloni non è né a favore né contraria al Mes, ma di fatto lo ha bocciato. Tuttavia – a parere di chi scrive – ha le mani legate: fosse dipeso da lei e dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il Mes sarebbe entrato in funzione. Giorgetti, aurea mediocritas con i suoi tic piccoloborghesi, ammette, d’intesa con la Presidente del Consiglio: “Io avrei dato l’ok, ma non me ne vado”; d’altra parte, la critica del Fmi è logicamente inattaccabile: “Senza quella garanzia l’Europa è meno stabile”. Tradotto: la più grande crisi dal 1929, è possibile. Ma facciamo un po’ di storia… Indro Montanelli diceva: “Un concetto per articolo”; verrà qui fatta un’eccezione alla sua
regola. Scusatemi l’autocitazione che è un difetto dal punto di vista estetico, ma nei miei diari a fine giugno 2023 avevo scritto un articolo mai pubblicato dal titolo “Pomicino sta con Keynes ed è
liberista, ma l’Italia viene giù”. Cominciava così… “Se l’Italia viene giù, è giunto il momento di parlare di lui. L’equivalente dell’avanzo di Balera Gianni De Michelis nella Balena Bianca. Un po’ visionario un po’ bandito.
C’è del mistero nella persona di Paolo Cirino Pomicino, “uno psichiatra di scarsa fortuna” lo definì Francesco Cossiga, che di psichiatri se ne intendeva. Pomicino “o ministro” è la massima espressione del “pensiero bugiardo” di tipo partenopeo che – trovatosi nella stanza dei bottoni tra gli anni Settanta e Ottanta con la velocità di una Ferrari, il cui talento non aveva sino a quel momento trovato un’adeguata direzione di sfogo – è inciampato in una lista impressionante di reati.
E’ tuttavia troppo facile liquidarlo come uno dei Ghini di Tacco della Balena Bianca. Lo era certamente, ma con un èlan vital che poteva conciliarsi con il New Deal keynesiano che in Italia non c’è mai stato, e che il Bel Paese sfiorò.
Credeva in lui nella sua indecifrabilità uno psicopatico da manuale che forse solo il comico Alighiero Noschese sfiorò: Giulio Andreotti, un genio nel bene e nel male che fingeva di essere normale con il trucco della “simulazione-dissimulazione”: dategli la maschera del Divo, e sarà sincero. Al prezzo delle emicranie, però. “Il problema, Andreotti, è che lei ha sempre le emicranie”: gli disse una volta l’uomo che non aveva mai avuto il coraggio di dargli del tu.
E Andreotti fece la fortuna di Pomicino, forse perché aveva capito che c’era in quello psichiatra di scarsa fortuna un talento che doveva sbocciare; non lo ricorda praticamente più nessuno, ma il 20 ottobre 1987 è certo storicamente, un po’ meno processualmente che il Divo Giulio e Totò Riina si sono incontrati nell’abitazione di Ignazio Salvo agli arresti domiciliari, alla presenza di Baldassarre di Maggio. Tema dell’incontro durato 3 ore e mezza: come intralciare lo svolgimento del maxiprocesso; il fatto interessante è che Andreotti sapeva di non poter mantenere una promessa così azzardata, ma il problema è quando ti trovi tra le porte girevoli. Lo stesso Andreotti tradirà Riina, bloccando Corrado Carnevale in Cassazione con l’inserimento all’ultimo momento di Arnaldo Valente. Una mossa da giocatore. Oggettivamente il “doppio giuoco” di Giulio al capo dei capi a Corleone era compatibile con la condanna di Riina in Cassazione e il suo arresto il 15 gennaio 1993 ma anche con il rapimento dei suoi figli. Come nel film “The Departed – Il bene e il male” di Martin Scorsese. Con buona pace dei professionisti dell’Antimafia che dividono kantianamente il mondo in bianco e nero. Orbene, c’è stato un momento in cui Pomicino alias “l’uomo delle stelle” – proprio come Sergio Castellitto in L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore – venne convinto con l’ingenuità rambesca e rimbambita con cui si appropriava delle sue tesi, che era possibile fare la spesa in disavanzo in Italia.
Con tutta l’ingenuità di un partenopeo “non cogito ergo sum”, ma “mento dunque sono”.
E Paolo Cirino, facile agli entusiasmi, divenne keynesiano (sic!) dalla mattina alla sera; a convincerlo era stato un enfant prodige, un ragazzo di 35 anni: Nino Galloni, tipico intellettuale da “latin heroes”, figlio del dirigente democristiano Galloni amico di Aldo Moro (che non era proprio un santo e fece la fine che fece perché rubava esattamente quanto Andreotti: le Brigate Rosse gli chiesero conto, tra i tanti reati commessi, della tangente Lockheed durante l’interrogatorio nella “prigione del popolo”).
“Le idee hanno conseguenze”: come diceva Friedrich Hayek.
E gli intellettuali condizionano i politici, molto più di quanto si creda nella vulgata comune.
Qui – per la tirannia dello spazio – si dirà soltanto che Galloni, enfant prodige di Federico Caffè, sosteneva nel 1991 e ancora adesso che uno Stato può spendere all’infinito e non può andare in bancarotta ideologizzando il keynesismo.
Tesi non interamente fondata. Riuscì comunque a stregare Pomicino con la brillantezza di un poco più che trentenne, ministro del Bilancio che rimase folgorato sulla via di Damasco.
Come illuminato d’immenso.
Cossiga, il Capo dello Stato che di Keynes si intendeva sul serio, reagì durissimamente: mi viene da dire come guardiano dell’Establishment e umiliò Cirino il keynesiano. Il quale per poco non ebbe l’infarto. Non è “ironia morettiana”, quella di chi scrive. Il ministro del Bilancio aveva la “sindrome di hybris”: identificava se stesso con lo Stato italiano. E la hybris si rovescia nella tragedia. Perché? Non lo sappiamo.
Il soggetto illuminato, rapito dalla “visione”, si sente predestinato a grandi compiti, ha il senso della missione e ritiene di essere chiamato a lasciare le impronte digitali nella Storia.
E’ una malattia? No, non esattamente. E’ però una condizione sub-clinica, quasi clinicamente rilevante.
Il maggior esperto mondiale del “disturbo della hybris” che è una realtà a se è David Owen, psichiatra e politico inglese.
Ecco come, a modo suo, la raccontava un grande cronista scomparso: Enrico Fierro su l’Unità del 5 luglio 1991 nel suo articolo “Poltrone, appalti e amici di un fedelissimo di Giulio”: “Mo’ basta, Giulio deve rispondere!”. Le urla del ministro Pomicino scuotono i sonnacchiosi corridoi del ministero del Bilancio. Ha appena finito di leggere l’intervista di Cossiga al Corriere (“psichiatra di scarsa fortuna”, “ministro analfabeta”, “traducetegli Keynes in napoletano”). E’ irritato e la copia del giornale lanciata in aria fa tremare il ritratto di Cavour che sovrasta l’enorme scrivania ministeriale. Serve a poco anche la telefonata di Federico Gentile, cardiologo di fama internazionale e suo medico personale, che continua a ripetergli: “Calma Paolo, calma …”. Ma Paolo Cirino Pomicino non si calma, quella brutta intervista del presidente della Repubblica proprio non gli va giù. E non riesce a capire neppure la tiepida nota di Palazzo Chigi, che si limita a prendere atto “con soddisfazione” del comunicato del Quirinale che smentisce, ma non troppo, il Corrierone.
Troppo poco. “Alle cannonate non possiamo rispondere con la fionda”, commenta con gli amici.
Da Piazza del Gesù ridacchia Sbardella, tenace avversario di Pomicino nella corsa alla successione del trono di Re Giulio. Del resto, appena qualche settimana fa, Andreotti aveva provveduto a rimettere a posto tra i suoi fedelissimi. Rivolgendosi a Pomicino: “Paolo, mi raccomando, non fare la fine di Quintino Sella…”.
“Ma sì, come Sella, che finanziò da Firenze l’operazione di Porta Pia, ma quando si candidò a Roma capitale venne trombato dagli elettori romani”.
Insomma, torna a Napoli Paolo e lascia Roma ai romani.
“Attenti – avvertono però i “pomicini” – Paolo riuscirà a cavarsela, da ex terzino dell’Acerrana dribblerà tutti anche questa volta”. Dribblare, sgambettare, è la regola prima dell’ex sindacalista dell’Anaao, che dai banchi del consiglio di Napoli è riuscito ad arrivare al ministero chiave dell’economia italiana. Poco più che quattordicenne nei cortili dell’istituto De La Salle, una delle scuole della Napoli bene, sgambettò un avversario tenace, e alle proteste del malcapitato rispose: “Non ti arrabbiare. Tu giochi bene e posso fermarti solo con lo sgambetto. Quell’attaccante buttato a terra era nientemeno che Ciccio Cordova, futuro “regista” della Roma. Uno sgambetto coi fiocchi anche a Gava (“la peggiore sciagura della Dc napoletana”, la definizione è pomiciniana doc), che agli inizi degli anni ’70 rifiuta la tessera del partito a quel medico di famiglia troppo comunista, per via del fratello Bruno, indimenticabile attore di idee progressiste. Pochi anni dopo sarà Andreotti (“l’unico politico al quale non riesco a dare del tu”, confessa il ministro) ad accoglierlo nella grande famiglia scudocrociata. Un po’ di gavetta, poi il grande salto a Montecitorio. E che salto: 80mila preferenze nel ’76, a 37 anni; 105mila nel’79; e poi il boom nel 1987, i 70mila voti, più del capolista Scotti e quasi quanti ne prende don Antonio Gava. A Roma, poi, Pomicino non segue l’oscuro destino del peone biancofiore. Nell’83 conquista il timone della Commissione Bilancio della Camera, battendo per 13 voti a 5 il candidato di De Mita, Beniamino Andreatta. E la commissione viene subito trasformata in una specie di “Bancomat”, uno sportello aperto a tutti. “Nei corridoi della commissione – denunciano gli avversari – c’è un via vai di cavalieri del lavoro, imprenditori e lobbisti”. Ma il futuro ministro replica: “Lobby? Non è una brutta parola, eppoi i voti dei vicoli napoletani non sono una forza”. E così nella Napoli dei 20mila miliardi della ricostruzione non c’è
imprenditore che non debba passare per gli uffici ultramoderni di Via dei Mille, quartier generale partenopeo del ministro.”In questa città – dichiara soddisfatto Pomicino – ho fatto arrivare più soldi io che tutti i ministri dall’Unità d’Italia ad oggi”. E grazie ai voti di Napoli e soprattutto alla crescita della corrente andreottiana in Campania, tradizionalmente schiacciata tra i correntoni di Scotti e Gava nel capoluogo e le truppe di De Mita nel contado interno, che Pomicino riesce a conquistare la poltrona di ministro. Prima alla funzione pubblica, presidente del Consiglio De Mita (“si è stato un dispettuccio a Ciriaco”, commenta), poi al Bilancio nel sesto e settimo governo Andreotti. Al Bilancio apre subito la guerra ai “professori”, i tecnici tanto cari alla sinistra Dc, convinto che “la gestione dell’economia è un problema esclusivamente politico” (è vero nel breve termine, è falso a lungo termine: Keynes, maestro dei paradossi, ignorò il problema affermando: “Nel lungo termine saremo tutti morti”, ndr). Non si scompone mai, neppure nel marzo scorso, quando le sue dichiarazioni sulla disponibilità italiana ad una svalutazione della lira scatenano il putiferio.
Filippo Cavazzuti, della Sinistra indipendente, parla senza mezzi termini di “comportamento criminale”, i repubblicani lo censurano, Andreatta chiede il dibattito al Senato e la Confindustria spara bordate di fuoco…” (il copyright è di Enrico Fierro, principe dei cronisti e che forse ha sacrificato la salute sull’altare della bellezza, dell’armonia nei suoi scritti: il demone del “perfezionismo maligno”, da Fierro a Giuseppe Turani passando per Giuseppe D’Avanzo, “muore giovane chi è caro agli Dei”, per citare un passaggio di Menandro).

A convincere Pomicino che “la gestione dell’economia è un problema esclusivamente politico” era stato Galloni, l’allievo di Federico Caffè (piccolo-borghesi tutti e due, ma con il senso della visione).
Così ha ricordato al convegno della “Modern Money Theory” di Rimini, correva l’anno 1988: “… Un certo Giulio Andreotti mi chiamò per chiedermi se volessi contribuire a cambiare l’economia italiana, poi si fece vivo Cirino Pomicino, che mi mise a capo della struttura tecnica del ministero del Bilancio. Io volevo rallentare il processo che avrebbe portato all’Euro. Volevo un percorso diverso per entrare nell’Europa unita, serviva una condizione di sviluppo economico, non depressiva per non perdere posti di lavoro, ma per crearli. Successe il cataclisma, la Fondazione Agnelli e Confindustria si schierarono contro… (in sostanza, la spesa in disavanzo versus i vincoli fiscali dell’Ue, ndr)… Dopo qualche settimana che lavoravo a questo progetto successe il disastro.
L’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl chiamò al telefono l’ex ministro del Tesoro Guido Carli. Pomicino mi fece capire che non c’era più spazio per quel suo tentativo…” (nel luglio 2021 pubblicai questi passaggi dell’intervento di Galloni a Rimini, ma con un difetto d’interpretazione “ideologica” ostile a Pomicino ed Andreotti); ritengo oggi che la Banca d’Italia e Cossiga impedirono un grande piano per gli investimenti pubblici in Italia che forse nel lungo termine avrebbe causato eccessi di statalismo criminogeno, ma non nel breve termine; Draghi e Sarcinelli, tra gli altri, erano ottusi nella loro cocciutaggine monomaniaca da tecnici senza una visione. Il nostro paese avrebbe superato la Germania sconfessando il mito della riunificazione dalle “magnifiche sorti e progressive”. La realtà è ambigua e complessa, e il keynesismo è “forbidden”.
Una grande occasione mancata. E’ di poche settimane fa un’intervista della Gaia Tortora a Omnibus al miglior Pomicino degli ultimi trent’anni; la lucidità della cui proposta dovrebbe essere raccolta da un’eccessivamente autoreferenziale Giorgia Meloni:
TORTORA: “Ben tornato, cosa ne pensa lei di questo Pnrr? E dei ritardi, non ritardi?”. In sala gli ospiti sorridono alla presenza dell’ex Ministro del Bilancio. “Quello che sostanzialmente pensano tutti… Abbiamo già perso molto tempo, vede c’è un dato che avevo tentato di sollecitare ai vari ministri del Mezzogiorno; c’è presso la presidenza del Consiglio, se non vado errato, l’Agenzia della Coesione che altro non è che una sorta di monitoraggio degli andamenti economici del Mezzogiorno di trasformarla in una grande agenzia di progettazione; quel che manca, nel nostro Paese, è la capacità di avere progetti in grado di aumentare la produttività del paese nel suo complesso. E il Pnrr è pieno di piccoli, piccoli interventi che incideranno molto poco sulla produttività del paese; si dice che la nostra economia sta migliorando rispetto a Germania e Francia, non c’è dubbio. Ma grazie! Abbiamo messo nell’economia di questo paese 300 miliardi, tra ristori alle imprese, alle famiglie, senza peraltro alcun ritorno – diciamo – in termini di produttività. Un punto di crescita è il minimo che si possa pensare; dico questo non per fare una critica, ma per suggerire che se non risolviamo i problemi della progettazione e, aggiungo, la semplificazione durissima – io dico una cosa, che devo citarmi –, negli anni Ottanta noi avevamo investimenti per il 4,5% del Prodotto interno lordo; dal ’94, gli investimenti dello Stato sono scesi tra il 2 e il 3%; due punti in meno. In trent’anni significa 1000 miliardi in meno di manutenzione o di investimenti pubblici e di manutenzione del paese; il problema non è che noi eravamo bravi e questi sono meno bravi, la verità è che c’erano norme e non abbiamo mai messo la responsabilità erariale dei dipendenti pubblici i quali oggi firmano una carta solo se l’Anac gli dice che la
procedura va bene. Possiamo continuare così? Mo’ arriva la Corte dei Conti; può dare una mano, ci mancherebbe altro ma fa – come dire – i controlli postumi, e ci sbaglia… Ma dobbiamo semplificare, diversamente non si esce da queste parti e ripeto: la qualità delle progettazioni manca; quindi questa opportunità, in larga parte verrà perduta.”
GAIA TORTORA: “Ecco, lei è pessimista”.
“La politica è una scienza quasi esatta; a determinati comportamenti, conseguono determinati provvedimenti.”
TORTORA: “Quando lo capiremo noi che è perduta? Che è un’occasione perduta?”.
“Quando sarà impossibile recuperarla, questo è il dramma.”
TORTORA: “Quindi fine agosto?”
“Fine agosto, e il rapporto con l’Europa. La questione delle tranche.
Poi noi lo capiremo, quando vedremo che tutto ciò che abbiamo fatto in questo periodo – il Pnrr – non ha incrementato, è vero, la produttività del paese. Noi abbiamo perso in termini di produttività, moltissimi punti rispetto a Francia e Inghilterra in questi trent’anni. Recuperarli, in parte è legata agli investimenti non avvenuti, perché poi la mancanza di investimenti pubblici che cosa determina? Anche una mancanza, o per meglio dire, una diminuzione degli investimenti privati. E che cosa è accaduto in questi trent’anni, che la mancanza di investimenti pubblici e privati ha determinato che le imprese hanno recuperato competitività sul terreno dei prezzi; come si fa a recuperare sul terreno dei prezzi? Riducendo i salari, e infatti abbiamo i salari più bassi.”
TORTORA: “Adesso ci arriviamo. Lei è favorevole o contrario al salario minimo?”
“Secondo me è giusto farlo, ma sono i sindacati che spingono a non farlo.”
TORTORA: “Certo, alcuni sono contrari”.
Perché sono contrari al business, di cui il salario minimo è un capitolo.
Altro che Keynes in napoletano, ridateci Pomicino.
“Si stava meglio quando si stava peggio”.

di Alexander Bush

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Alexander Bush
Alexander Bush, classe '88, nutre da sempre una passione per la politica e l’economia legata al giornalismo d’inchiesta. Ha realizzato diversi documentari presentati a Palazzo Cubani, tra questi “Monte Draghi di Siena” e “L’utilizzatore finale del Ponte dei Frati Neri”, riscuotendo grande interesse di pubblico. Si definisce un liberale arrabbiato e appassionato in economia prima ancora che in politica. Bush ha pubblicato un atto d’accusa contro la Procura di Palermo che ha fatto processare Marcello Dell’Utri e sul quale è tuttora aperta la possibilità del processo di revisione: “Romanzo criminale contro Marcello Dell’Utri. Più perseguitato di Enzo Tortora”.

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