Un appello di Libertates per il ripristino del diritto e della libertà in Crimea

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In spregio a ogni norma del diritto internazionale, la Federazione Russa si è annessa il 21 marzo 2014 l’autoproclamata Repubblica di Crimea, parte integrante dell’Ucraina. Tale occupazione, preparata dalla creazione, dal finanziamento, dall’organizzazione e dalla direzione di forze paramilitari filorusse da parte del Cremlino, accompagnata dalle minacce nei confronti delle forze regolari ucraine e dalle intimidazioni fisiche e psicologiche sulle minoranze non russofone della regione, è culminata in un referendum farsa di adesione a Mosca, che ha ricordato da vicino analoghe aggressioni compiute da Hitler nel 1939 ai danni della Cecoslovacchia, seguite dallo smembramento del Paese e dalla annessione dei Sudeti.
Quanto è accaduto in Crimea costituisce il più grave gesto di sfida alla comunità internazionale dai tempi dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, e richiede una adeguata reazione dell’Onu, dell’Unione Europea, di tutti i Paesi democratici e degli uomini liberi.
I precedenti messi in atto negli anni scorsi dal Cremlino – in Transnistria, Abkhazia, e Ossezia del Sud – hanno preparato l’invasione della Crimea, nella previsione che la reazione internazionale sarebbe stata puramente formale, e la politica della forza avrebbe affermato il suo primato. Purtroppo, fino ad ora, la debolezza e contraddittorietà dimostrata dagli Stati Uniti e dalla maggior parte degli Stati europei, ha avvalorato un simile calcolo. Eppure esso è contrario ai più fondamentali principi del diritto internazionale (ius cogens, o norme perentorie/imperative), e pertanto tutti gli altri Stati dell’ONU sono legalmente obbligati a non riconoscerne gli effetti giuridici.
Infatti il sistema di diritto internazionale attualmente in vigore si basa sullo Statuto dell’ONU adottato nel 1945. In base a tale statuto, tutti gli Stati godono di uguaglianza sovrana e ad essi si riconoscono il rispetto dell’integrità territoriale e del dominio riservato sugli affari interni, salvo casi di minaccia alla pace in cui può intervenire il Consiglio di Sicurezza.
Tra queste norme imperative – assieme al diritto all’autodifesa, e ai divieti di pirateria, schiavitù, tortura, minaccia dell’uso della forza, coercizione nella conclusione di un trattato, guerra d’aggressione, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio ¬- ci sono il rispetto e il primato dello statuto dell’ONU e dell’autodeterminazione dei popoli (che riguarda soltanto la popolazione dei diversi Stati, non quelli “autoproclamati” all’ombra delle armi come è avvenuto in Crimea) e vi anche il divieto di acquisizione di territori attraverso l’uso della forza.
Ne segue che qualsiasi trattato che vìoli una norma imperativa di diritto internazionale è da considerarsi nullo e non avvenuto (secondo la Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati all’articolo 53): pertanto anche il trattato tra la Federazione Russa e la Repubblica di Crimea per l’adesione di quest’ultima – sempre che di trattato si possa parlare, dato che la Crimea non era riconosciuta come stato da nessuno se non da Mosca – è illegale e inesistente. L’adesione della Crimea alla Russia ha avuto luogo a seguito diretto della minaccia e uso della forza da parte della Russia contro l’Ucraina, della successiva invasione armata del territorio ucraino da parte di forze militari russe, della dichiarazione d’indipendenza di un parlamento regionale di Simferopoli occupato e non più rappresentativo, e del referendum non riconosciuto per l’integrazione con Mosca. Il trattato d’adesione della Crimea alla Russia, insomma, finalizza e rende permanenti gli effetti temporanei di un uso illegale della forza da parte della Russia sul territorio ucraino, configurandosi quindi come annessione. Come tale, resta viziato da tale violazione delle norme perentorie di diritto internazionale che vietano l’uso della forza nelle relazioni internazionali ed assicurano il diritto all’autodeterminazione: in questo caso, quella dell’intero popolo ucraino, compresi i due milioni di residenti della Crimea oggi sotto occupazione militare russa.
Tutti gli stati hanno il dovere di cooperare per assicurare il rispetto degli obblighi erga omnes e delle norme perentorie di diritto internazionale, anche prendendo adeguate contromisure, incluso il non riconoscimento della validità internazionale degli atti commessi in territori sotto dominazione coloniale o occupazione illegale. Secondo la Corte internazionale di giustizia, nella sua opinione sul muro eretto nel 2004 all’interno dei territori palestinesi occupati, gli obblighi per gli Stati terzi derivanti da una violazione del diritto all’autodeterminazione includono il non riconoscimento della situazione illegale creatasi, il non fornire aiuto o assistenza per il suo mantenimento, e l’attivarsi perché ogni impedimento all’esercizio del diritto all’autodeterminazione abbia fine. Il principio di non riconoscimento collettivo ha trovato spazio anche nel progetto d’articoli del 2001 della International Law Commission sulla responsabilità degli Stati per atti internazionalmente illeciti (una summa, per quanto non vincolante, del diritto internazionale consuetudinario in materia), che all’articolo 41(2) stabilisce come “nessuno Stato debba riconoscere come legale una situazione creata da una seria violazione di un obbligo derivante da una norma imperativa di diritto internazionale generale.”
L’ONU, dove le azioni russe in Crimea non hanno trovato accoglienza (13 sì, 1 astensione, 1 veto – quello russo) sulla proposta di risoluzione del Consiglio di Sicurezza che riconosceva la Crimea come parte integrante del territorio dell’Ucraina, deve ora decidere di portare in giudizio la questione, chiedendo un parere della Corte internazionale di giustizia sulla legalità del trattato d’adesione della Crimea alla Federazione Russa.
Questi precedenti rendono inaccettabile anche la pretesa del presidente russo Putin di sfruttare a piacimento le risorse della Crimea – i giacimenti di gas offshore nel mar Nero, ma anche la sua posizione strategica privilegiata per la costruzione di nuovi gasdotti che portino l’energia direttamente dalla Russia verso l’Ue.
E non si parli del precedente largamente citato da Putin e dai suoi accoliti: l’intervento in Kossovo della NATO: in quel caso ci fu un intervento contro uno Stato, la Jugoslavia, che fu condannato dalla Corte dell’Aja per genocidio, e non ci sembra che questo si possa dire a proposito dell’Ucraina.
Per tutti questi motivi, Libertates si appella al’Onu, alla Corte di Giustizia, all’Unione Europea e ai suoi governi, ai media di tutto il mondo e agli uomini liberi perché la condotta del governo russo in Crimea sia sottoposta a giudizio in sede internazionale, perché venga convocata una Conferenza internazionale sul futuro della Crimea e la legalità internazionale sia ripristinata al più presto.

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