Simone Weil fu antisemita?

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La posizione antisemita di Simone Weil, scrittrice di origini ebraiche, “credente senza Chiese” è simbolo della complessità della cultura del Novecento

E’ una ovvietà dirlo, anzi ripeterlo, ma esplorare la cultura del Novecento significa innanzitutto portarne alla luce complessità e contraddizioni. Addirittura “scandalose”. Perché fa “scandalo” che la pensatrice francese Simone Weil, di origini alsaziane e di radici ebraiche, nel novembre del 1940, da Marsiglia, scriva al ministro dell’Istruzione della Francia di Vichy, l’insigne latinista Jerome Carcopino, una lettera in cui si può leggere: “ Niente certamente ho ereditato dalla religione ebraica. Si può dire che ho imparato a leggere sugli scrittori francesi del XVII secolo, su Racine, su Pascal, e ne ho nutrito la mente a un’età in cui non avevo mai sentito parlare degli ebrei; perciò, se c’è una tradizione religiosa che considero mio patrimonio, questa è senz’altro la tradizione cattolica. La tradizione cristiana, francese, ellenica, questa è la mia; la tradizione ebraica mi è estranea: nessun testo di legge può far sì che la realtà sia diversa”.
Il “testo di legge”- dunque l’”occasione” che porta Simone ad una così netta dichiarazione di “estraneità”- è lo “Status des Juifs” emanato dal governo Petain il 3 ottobre di quell’anno e di cui vengono messe in luce “incoerenze e assurdità” (cfr. Roberto Peverelli, introduzione a Simone Weil, “Il fardello dell’identità. Le radici ebraiche”, con saggi di George Bataille e Paul Giniewski, Medusa, pp. 158, euro 16).
Nel 1943, a Londra, Simone, militante dell’organizzazione “France Libre”, torna a pronunciarsi sull’argomento in uno dei suoi ultimi scritti (morirà nell’agosto di quell’anno). In questo caso, a stimolare le sue argomentazioni è “un documento proposto da una delle organizzazioni della Resistenza attive nella Francia occupata dai tedeschi, l’Organisation Civile et Militaire”. Quel che si legge non può non destare stupore perché Simone “approva le proposte xenofobe ed antisemite” di questa associazione di destra, “volte ad eliminare dalla Francia postbellica ‘gli eventuali inconvenienti’ posti dall’esistenza di minoranze non cristiane, e dunque degli ebrei”. Come intervenire? Adottando misure discriminatorie. Ad esempio, impedendo agli ebrei di insegnare nelle scuole, imponendo un’educazione cristiana, eventualmente privandoli della nazionalità francese.
Che dire? Siamo di fronte ad una Weil “antisemita”? O non è che piuttosto di fronte a lei, come di fronte ad altre figure “cruciali” del Novecento (ad esempio, l’Heidegger “nazista”), dobbiamo abituarci a rifiutare gli stereotipi, sconvolgendo ogni parametro di facile, troppo facile, giudizio?
Ma rientriamo per così dire “nel merito”: ebbene, la Weil- e gli scritti qui raccolti ne offrono ampia testimonianza- “non si sente ebrea”. Questa giovane intellettuale, dal rovente spirito libero e piena di fremiti libertari, insonne cercatrice di “verità” morali, politiche, spirituali; questa ragazza altoborghese divorata da ogni possibile “fuoco” umanitario, che ha voluto lavorare in fabbrica come operaia, che ha combattuto nella guerra di Spagna a fianco degli anarchici, che ha preso duramente le distanze dal dogmatismo materialista dei “rossi” e dalla loro pretesa di egemonizzare il fronte antifascista, che crede che passione e compassione siano lo stile di una vita degna di essere vissuta, che chiede continuamente a se stessa sfide e superamenti, a dispetto delle precarie condizioni di salute; questa pensatrice che si accosterà sempre di più al Cristo, restando però “sulla soglia” della Chiesa è cresciuta- come giustamente rileva Peverelli- “in un contesto in cui la piena assimilazione e la dissoluzione di ogni traccia di un’identità ebraica…costituiscono il fine e lo sfondo su cui uomini e donne cercano di costruire la propria storia e la propria personalità, prendendo le distanze, a volte polemicamente, da famiglie (per esempio, quella del padre di Simone) in cui la permanenza di credenze e usanze era ancora tangibile e significativa”.
Dunque, c’è prima di tutto un’estraneità “di ambiente”: agiata, colta, raffinata, “assimilata”, la famiglia di Simone è laicamente lontana dalle radici e dalle Scritture. Simone respira quest’aria di tensioni e inquietudini intellettuali che si pongono/propongono come francesi ed europee, e che non avvertono richiami “identitari”. Poi, però, alla estraneità- grazie a una “full immersion” nello studio della sapienza greca, dei “misteri”, delle intuizioni precristiane, del Vangelo e dei mistici- farà seguito una presa di distanza accesamente polemica (e, a questo proposito, si vedano, editi da Adelphi, i “Quaderni” della Weil e il complice profilo biografico che le ha dedicato Simone Pétrement): fieramente antitotalitaria, perché il totalitarismo- ogni totalitarismo- assolutizza la “morte di Dio”, lasciando che la scimmiesca contraffazione delle ideologie si scateni con i suoi assoluti, Simone attacca nell’Antico Testamento “la mostruosità di una religione che pretende di coniugare divinità e potenza”, che non si tira indietro di fronte a feroci massacri e che si basa sull’idea- per lei detestabile- del “popolo eletto”. Ed è in nome di una spiritualità che non si piega alle ragioni del “sistema” (perché tutti i “sistemi”- partiti e chiese- sono oppressivi) che Simone condanna anche l’eredità dell’imperialismo romano, fatta di potenza, prepotenza, smania di grandezza e spietate conquiste, col sostegno di una religione “di Stato”, che tutto legittima.
Il messaggio di Cristo, invece, è tramato di passione, compassione, carità e di una tensione interiore che si apre alla Verità, e, in un abbraccio universale, bandisce da sé autoritarismo, volontà di potenza, egoismo razziale, istituzionalizzazione e burocratizzazione del sacro, religiosità come “ancella” della politica e del potere,nonché il terribile moralismo di chi giudica e non vuol essere giudicato.
Dunque, per Simone, “credente senza chiese”, “non c’è albero pari alla Croce”.

Mario Bernardi Guardi

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