Reddito di cittadinanza: perché non funzionerà


L’idea è buona, ma la realizzazione…

Dato per scontato che Italia, come in ogni altro Stato del mondo occidentale, il reddito di cittadinanza debba essere considerato come uno dei pilastri del welfare, sul decreto approvato in questi giorni si possono fare delle considerazioni non proprio positive.
Infatti esso si basa su due pilastri principali: l’avere un reddito insufficiente per vivere e la ricerca di una lavoro per mantenersi.
Ma tutti e due sono pilastri con piedi d’argilla perché:

  • la valutazione del reddito avviene attraverso l’ISEE (cioè il valore di tutti i possedimenti di un nucleo famigliare). Ma l’ISEE nasce da una autocertificazione e sappiamo bene quanto spesso esse siano fasulle. Del resto la capacità di controllo da parte di INPS o Agenzia delle Entrate su milioni di dichiaranti è pressoché nulla: ancora adesso non si riescono a scovare gli affitti in nero per cui sarebbe sufficiente incrociare i dati dei residenti con quelli dei contratti di fornitura di energia elettrica!
    Anche la necessità di dichiarare case in proprietà fa acqua da tutte le parti: basti pensare a quante case abusive non accatastate esistono in Italia!
  • L’offerta di lavoro avviene attraverso i Centri per l’impiego che, è ormai risaputo non funzionano affatto: sono delle strutture insufficienti soffocate da un mare di scartoffie. E tutti noi ben sappiamo come in Italia per impiantare una struttura statale e mandarla a regime occorrano anni (se mai ci si riesce…). Alla fine l’unica utilità di questi Centri, temiamo, sarà quella di trovare lavoro agli impiegati stessi.
    Si parla poi di offerte di lavoro che devono essere “congrue” ; e il significato stesso della parola è ambiguo: quello che è congruo per il Centro può non esserlo per il lavoratore. Da qui un’inevitabile pioggia di ricorsi ai vari TAR: altra burocrazia, costi, tempi biblici e nessun lavoro.
    Da ultimo il lato delle imprese: non è con un incentivo (tre mesi di contributi) che si invogliano gli imprenditori ad assumere. Un imprenditore assume se prevede di aver più lavoro, non per avere tre mesi di contributi: altrimenti c’è il rischio di imprese-fantasma che nascono solo per lucrare i contributi.
    E di lavoro, soprattutto al Sud, manca: le ditte chiudono, altroché assumere!
    La ricetta è la solita: per incrementare l’occupazione occorrono più investimenti nelle strutture, nella formazione e nelle scuole; più facilitazioni nel credito e meno burocrazia.

E allora non si può fare niente?
Non è vero: esiste il REI che, pur con mezzi limitati, funziona: l’accertamento viene affidato ai Comuni, che hanno mezzi di controllo sul reddito più immediati rispetto all’INPS, e il percorso di reinserimento nella società viene seguito dagli assistenti sociali, una struttura molto più agile e soprattutto già funzionante.
Sarebbe stato sufficiente ampliare progressivamente fondi a disposizione e categorie di intervento per sviluppare il sistema e farlo diventare un vero reddito di cittadinanza.
Ma, si sa, è prevalsa la logica del tutto subito, degli slogan elettorali, del fare tutto prima delle elezioni europee: così si avranno più voti ma alle spese di coloro che continueranno ad aspettare un aiuto che mai verrà

di Angelo Gazzaniga

Sull'Autore

Angelo Gazzaniga

Presidente del Comitato Esecutivo di Libertates. Imprenditore nel campo della stampa e dell’editoria. Da sempre liberale, in lotta per la libertà e contro ogni totalitarismo e integralismo.

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