Può esistere democrazia senza libertà?

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A quanto pare sì, il Venezuela ne è un esempio. Ma, a questo punto, è possibile parlare di “democrazia”, come la intendiamo noi? Il presidente Hugo Chavez è stato rieletto con il 54,4% dei voti. Non si tratta, dunque, di un’elezione “bulgara”, di quelle che sfiorano il 100% dei consensi per il dittatore di turno. E’ un’elezione “genuina”. Ma è ugualmente il prodotto di una società ormai totalitaria. Passo dopo passo, il governo bolivariano di Hugo Chavez ha occupato tutto lo spazio, negando ogni diritto.
Prima di tutto, lo Stato ha accentrato nelle sue mani i mezzi di produzione, almeno da quando, nel 2000, Chavez iniziò a parlare di “Socialismo per il XXI secolo”. Nell’aprile del 2002, quando iniziava ad essere evidente il programma (nazionalizzazioni dell’industria, spesa sociale, redistribuzione delle terre e una politica estera aggressivamente anti-occidentale), il potere del presidente fu messo seriamente in crisi. Il 4 aprile di quell’anno entrò in sciopero la Pdvsa, la compagnia petrolifera venezuelana: l’economia locale, fondata soprattutto sull’esportazione del greggio, fu paralizzata. L’11 aprile milioni di persone scesero in piazza chiedendo le dimissioni di Chavez. Che il 12 aprile fu arrestato dai militari, per essere rimpiazzato dall’imprenditore Pedro Carmona. Fu l’ultima opportunità per liberarsi del “caudillo”. E non riuscì. Con un contro-golpe, il 14 aprile, ritornò al potere. E da allora iniziò ad estendere il controllo capillare sulla società venezuelana. Nell’aprile del 2003, per sedare i continui scioperi nella Pdvsa, fece licenziare 18mila suoi dipendenti. Nel gennaio del 2007, oltre alla compagnia telefonica, rese statale anche la compagnia elettrica nazionale, poi, per celebrare il primo maggio di quell’anno, si attribuì il controllo di maggioranza su tutte le joint ventures internazionali del petrolio. L’anno successivo fu nazionalizzata tutta l’industria del cemento e dell’acciaio e due mesi dopo il Banco de Venezuela (filiale del Banco Santander). Queste collettivizzazioni sono solo la punta di un iceberg: milioni di piccole imprese e attività di vendita al dettaglio sono state sequestrate e riassegnate, spesso con metodi violenti, soprattutto a danno dei proprietari stranieri, molti dei quali anche italiani. Nell’agricoltura Chavez ha puntato sul ritorno alla comunità rurale tradizionale, persino all’abolizione del denaro e alla sua sostituzione con una nuova forma di baratto, annunciata nel 2006. Tutto, ormai, dipende dallo Stato. Le abitazioni private sequestrate sono circa 400. La terra è in parte collettivizzata: 2 milioni e mezzo di ettari sono stati requisiti dallo Stato per la loro “redistribuzione”. L’indice “Libertà economica nel mondo”, redatto dal Cato Institute, proprio perché si basa soprattutto sulla valutazione della protezione dei diritti di proprietà, classifica il Venezuela ultimo nel mondo, su tutti i Paesi scrutinati.
Dopo la proprietà è sparita la libertà, soprattutto quella di espressione. Il presidente, attualmente, controlla direttamente la quasi totalità delle emittenti nazionali. Nel 2007, nonostante le proteste sollevatesi in tutto il mondo, ha revocato la licenza alla Radio Caracas Television, la più antica emittente privata dell’America Latina, la televisione che fece nascere il fortunato format delle telenovelas. Oggi non c’è libertà di stampa ed è possibile sentire quasi una sola voce da radio e televisioni. Il governo può contare (oltre che sul suo canale nazionale) anche su una potenza di fuoco mediatica di 244 stazioni radio e 36 canali televisivi, teoricamente privati, ma “sponsorizzati” da Chavez. Freedom House ha classificato il Venezuela agli ultimi posti della libertà di stampa: è 166mo su 191 Paesi valutati.
I venezuelani sono sempre più dipendenti dallo Stato, sia ideologicamente che economicamente. In tutti questi anni è andata avanti la penetrazione ideologica del bolivarismo nella società, attraverso le “missioni”: una burocrazia parallela, finanziata coi soldi delle esportazioni petrolifere, fatta di scuole, ospedali (che si avvalgono dell’opera gratuita dei medici cubani), beni di consumo a basso costo, scuole, il tutto in cambio della fedeltà politica alle idee della rivoluzione. Il numero degli impiegati pubblici è triplicato. E’ su di essi che è stata esercitata la maggior pressione politica, anche in queste elezioni, come documenta l’Economist: fra loro sono stati distribuiti questionari dove dovevano identificarsi (con firma e impronta digitale) e indicare per chi avrebbero votato. La “lotta alla povertà”, fiore all’occhiello di Chavez, fa sì che, oggi come oggi, almeno otto milioni di cittadini siano dipendenti dai sussidi governativi. Anche loro diventano facilmente ricattabili: o voti il presidente, o torni sotto la soglia di povertà.
E’ democrazia? Secondo Nichi Vendola, Paolo Ferrero, Fausto Bertinotti hanno tutti rilasciato dichiarazioni pubbliche trionfanti, sull’affermazione democratica della rivoluzione bolivariana. Noi rispondiamo che, senza libertà, non può esserci democrazia.

Stefano Magni

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