Non c’è sviluppo senza flessibilità – A.Teso

IBL – 2005

Perlomeno in teoria e con l’eccezione di alcuni partiti che si collocano agli estremi dello spettro politico, oggi più nessuno nega che le libertà economiche e la sussidiarietà siano i motori principali di uno sviluppo sano e duraturo. La crescita, come sanno bene quanti frequentano la dottrina liberale, si accende solo quando lo Stato non abusa dei propri poteri interferendo col mercato.

L’ “Index of Economic Freedom”, stilato dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal (quest’anno anche con il supporto dell’Istituto Bruno Leoni), vede l’Italia totalizzare un misero 26° posto, in peggioramento rispetto al 2000. La Gran Bretagna, la Danimarca, gli USA, e la stessa patria della socialdemocrazia, la Svezia, si collocano rispettivamente in 7°, 8°, 10°, 12° posizione. Un Paese tradizionalmente e geograficamente lontano dall’Occidente ricco e avanzato, il Cile, dopo una cura di dieci anni di liberalismo economico, ora è tredicesimo: questi dieci anni di riforme hanno significato anche tassi medi di circa il 5% di crescita del PIL annuo, il risanamento delle casse dello Stato, la possibilità di investire in nuove tecnologie.

Ma che cosa impedisce all’Italia di godere di maggiori libertà economiche, che, guardacaso, si rifletterebbero pure in maggiori libertà politiche (nel senso sia di libertà nella politica che, soprattutto,
di libertà dalla politica) e sociali ?

Credo la risposta sia da cercare nel populismo di certi leader politici e dai meccanismi stessi di sopravvivenza di un potere, che mira solo ad alimentare i propri ingranaggi.

Veniamo ad una delle storture delle quali il nostro Paese può vantare il primato. Anzi, in quest’ambito è la prima e sola al mondo: il sostanziale divieto per le imprese di cambiare un collaboratore. I sindacati possono “licenziare” quando vogliono, lo possono fare i partiti, lo può fare Confindustria, ma le imprese, che devono ogni giorno misurarsi con la pressione competitiva di un mercato di concorrenti e consumatori ampio quanto i sei miliardi di persone che abitano il pianeta, no. A parte i paradossali casi di persone prese a rubare che, per una serie di procedure cavillose ed esasperate (basti ricordare il caso di alcuni aeroporti) non possono venir licenziate, le imprese non possono separarsi da una persona che hanno assunto. La tecnologia cambia, le esigenze del mercato cambiano, i collaboratori stessi cambiano e, quando vogliono, piantano in asso le aziende, anche nel bel mezzo di importanti progetti per i quali si riversa su di loro una enormità di know how. Solo le imprese, però, non possono cambiare la composizione del loro personale.

Capisco che sentirsi dire “grazie, ma mi servono altre competenze” non sia gradevole. Ma non lo è nemmeno quando un imprenditore si sente dire: “grazie, ho trovato di meglio e me ne vado da un tuo concorrente e, in virtù della formazione aziendale che ho ricevuto, lo aiuto a farti concorrenza”.

Insomma, siamo il solo Paese al mondo che non permette di separarsi da un collaboratore. Una qualche legge, sulle migliaia che abbiamo, che stabilisce che in certi casi si può, c’è. Ma la magistratura del lavoro in pratica blocca tutto. Anche in aziende con meno di 15 dipendenti, si riesce sempre ad appigliarsi un cavillo – che illude il dipendente con il miraggio di un lavoro perpetuo e strangola la volontà d’innovazione di un datore di lavoro.

Non sarebbe ora che il governo intervenisse, come aveva promesso ormai anni fa, e finalmente diventassimo “un Paese normale”, dando corso a una flessibilità vera anche attraverso la modernizzazione degli strumenti del welfare?

Adriano Teso

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